Prima quando entravo nella sua bottega, al barbiere dicevo buongiorno. Quando gli dicevo buongiorno lui mi rispondeva ciao. Dopo mi sedevo su una sedia e aspettavo il mio turno. Quando arrivava il mio turno e mi accomodavo sulla poltrona, il barbiere mi metteva il telo addosso, rimboccandolo dentro il colletto della camicia, alzava la poltrona fino all’altezza giusta premendo sul pedale alzapoltrona e poi guardandomi con una smorfia i capelli mi chiedeva barba o capelli? Io gli dicevo barba perché i capelli me li taglio da solo, a casa mia. Quando gli dicevo barba il barbiere faceva la faccia di uno che sapeva già da prima la risposta. Lui non lo sapeva che me li taglio da solo i capelli, io non gliel’avevo mai detto perché tra me e il barbiere non c’era confidenza, ma lo capiva da solo perché è un esperto. Un po’ mi vergognavo delle occhiate sospettose ai miei capelli, ma non molto. Finito il momento degli sguardi, il barbiere attaccava a farmi la barba. Mentre mi faceva la barba io e il barbiere non ci dicevamo nemmeno una parola. Molta gente ama fare grandi discorsi col proprio barbiere, parlare di pallone o di donne o di politica, ma io non sono tipo da fare grandi discorsi col barbiere, quindi stavo zitto. Anche il barbiere stava zitto. Stava zitto mentre preparava la crema, con lentezza, in un pentolino di zinco, e mentre la spalmava su tutta la faccia con un pennello morbido, a partire dalle guance, fin su agli zigomi, e poi giù sul mento, sotto il mento, sul collo, tutto intorno fino alla nuca. Stava zitto anche mentre davanti ai miei occhi cambiava la lama del rasoio e cominciava a radere, partendo dalla parte della guancia vicina allo spigolo della mascella, tendendo la pelle con la punta delle dita. Anche mentre puliva il rasoio su un foglietto di carta che lasciava sul bordo del lavandino stava zitto. Persino quando arrivava alle basette, e si vedeva che moriva dalla voglia di chiedermi così vanno bene o le vuoi più corte? Stava zitto. A volte si metteva a parlare con gli altri clienti. Quando lo faceva usava un tono allegro dal quale si capiva che non vedeva l’ora di attaccare discorso con me. Ma io lo stesso non gli dicevo nulla. Stavo in silenzio. Quando finiva gli chiedevo quant’è? Anche se sapevo già che costava cinque euro. Lui mi diceva cinque euro. Io gli davo cinque euro. Il barbiere prendeva i soldi e li metteva in un cassetto in cui tiene sia i soldi che i pettini, separati per non sporcare i pettini con i microbi delle banconote. Poi gli dicevo arrivederci. Lui mi diceva ci vediamo. E io uscivo. Le parole che ci scambiavamo in totale erano tredici: buongiorno ciao barba o capelli barba quant’è cinque euro arrivederci ci vediamo.

Poi un mese fa sono entrato alla bottega del barbiere e non gli ho detto buongiorno. Stavo pensando a certe cose e mi sono dimenticato di dirglielo. Mi sono seduto e ho aspettato il mio turno. Quando mi sono accorto dell’errore ormai era troppo tardi per rimediare. Non ci ho neanche provato. Mentre serviva un altro cliente ogni tanto mi guardava con aria di rimprovero. Mi sono sentito in colpa, ma poco. Quando è arrivato il mio turno mi sono seduto sulla poltrona e ho aspettato che mi chiedesse barba o capelli? Ma non ha detto niente. Mi ha rimboccato il telo nel colletto, mi ha alzato la poltrona, mi ha guardato i capelli tagliati male ma non mi ha detto niente. Siamo rimasti qualche minuto così, lui che mi guardava i capelli e io che guardavo lui riflesso nello specchio. Poi ha tirato fuori il pennellino, il pentolino, la crema e la carta e ha cominciato a farmi la barba in silenzio, scuotendo la testa. Sono arrivati altri clienti, ma questa volta il barbiere non ha salutato nessuno. Ci ha messo un po’ meno cura del solito, ha persino lasciato qualche pelo intorno al pomo d’Adamo: una cosa che non fa mai, lui che è sempre così attento ai peli attorno al pomo d’Adamo. Quando ha finito, e mi ha tolto il telo con un movimento un po’ brusco, sapevo che l’unico modo per farmi perdonare era chiedergli con un sorriso quant’è? E da lì cominciare una nuova fase nel nostro rapporto. Una fase in cui avremmo potuto parlare di pallone, di donne e di politica. E presentarci. Ufficialmente. E da allora chiamarci per nome o per professione. Buongiorno barbiere. Ciao Tito. Cosa ti faccio oggi? I capelli, barbiere. I capelli? Sì, sono stufo di tagliarmeli da solo. Bene, te li taglio io che tu non sei capace. È vero, barbiere. Prima non te lo dicevo perché non c’era la confidenza. Eh, lo so, barbiere.

Invece non gli ho detto niente, ho perso l’occasione. Ho pagato senza dire niente e sono uscito senza salutare. Qualcuno ha borbottato qualcosa dietro di me mentre uscivo.

Da allora è il silenzio assoluto. Nemmeno una parola. Lui mi guarda sempre peggio. Io non ci faccio neanche più caso. Qualche giorno fa mi ha tagliato sul mento e non ha passato l’allume sulla ferita come faceva un tempo. Ha nebulizzato uno spruzzo di dopobarba più scadente del solito direttamente sul taglio. Ha anche alzato il prezzo. Sei euro. Sto pensando di cambiare barbiere, ma non ho ancora deciso.

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