Allora, ve lo spiego per l’ultima volta, le cose sono andate così: c’è quest’uomo che cammina per la strada, mi viene incontro. Ha una maglietta azzurra con un disegno rosso sul davanti. Io indosso la stessa maglietta. Identica. Lo guardo con un’aria inconfondibile. L’aria di chi pensa: hai visto, abbiamo la stessa maglietta. Bene, ho quest’aria e lui che fa? Niente di niente. Passa avanti, non si accorge di nulla. La cosa non mi va giù, d’accordo? Mi si forma l’idea che uno con la mia stessa maglietta deve somigliarmi. E uno che mi somiglia deve accorgersi di me. Tra l’altro anche fisicamente non dico che è un mio sosia, ma quasi. Questo episodio nella mia testa giorno dopo giorno invece di scomparire diventa enorme. Non chiedetemi perché. Mi tormenta. Mi impedisce di lavorare bene. Anche la mia fidanzata mi dice che sono un po’ strano. Poi dopo forse un mese lo rivedo. Ha un’altra maglietta. Diversa da quella che indosso. Ma molto simile a una che ho nell’armadio. Lo guardo di nuovo con l’aria inconfondibile. Quando siamo vicini tossisco anche leggermente. Niente. Come la prima volta. Stavolta mi sembra ancora più somigliante a me. Stesso naso, stessa curva della bocca. Mi viene il dubbio che faccia apposta. Sono quasi sicuro. Non voglio dire, ma mi sembra pure che sorrida quando mi passa accanto. Allora che faccio? Da quel giorno mi metto sempre la stessa maglietta. Quella azzurra col disegno rosso. Mi dico: prima o poi ripasserà. E prima o poi ripasserà con questa maglietta addosso. Per un po’ niente. Scomparso. Poi dopo quasi due mesi lo vedo. Ha la maglietta azzurra col disegno rosso. Sento che le cose andranno diversamente. Gli sorrido. Niente. Sorpassato. Di nuovo. Mi monta dentro un’amarezza che pareggia e supera la simpatia che provavo all’inizio per lui. E per la sua maglietta. Mi sembra sempre più simile a me. Anche le orecchie. Sì. Anche le orecchie. Lui però è più alto. Passano altri due o tre mesi. Io ho la maglietta azzurra. Al solito. Lui no. Sono con la mia fidanzata. Anche lui è con una. La sua fidanzata o quello che è somiglia un po’ alla mia. Ma coi capelli corti e biondi. La mia ha i capelli neri. Più lunghi. La cosa mi sconcerta. E al tempo stesso mi sembra logica. Quando siamo a tre metri le sussurro: guarda c’è quel tipo di cui ti ho parlato. Lei dice: chi? Io rinuncio a spiegarle perché sono troppo impegnato a guardarlo col mio sguardo pieno di significati. Lui niente. Va oltre. Ancora. Parla con la sua fidanzata di un tavolino che hanno visto insieme al mercatino. Non mi guarda nemmeno con la coda dell’occhio. La rabbia che mi prende all’idea che per colpa del tavolino non si è accorto di me voi non potete capirla. La mia fidanzata insiste. Vuole sapere chi è quel tipo. Io le dico: lascia stare. Sono quasi a pezzi. Ormai è una questione di principio. Dopo questo episodio dalla mia maglietta azzurra col disegno rosso non mi separo neppure di notte. La lavo di rado e quando lo faccio la asciugo subito in asciugatrice per averla sempre pronta. Chiedo anche alla mia fidanzata di tagliarsi i capelli. E tingerseli. Per convincerla le regalo un anello. Uno zircone, mica robetta. Lei ci sta ma ha l’aria un po’ dubbiosa. Dopo qualche mese sono di nuovo con lei per la strada. Lui è con la sua fidanzata. E con la maglietta azzurra. Gli sorrido con indulgenza per fargli capire che l’ho perdonato per ogni cosa. Anche lui mi sorride. Per un attimo. Sono felice come non mi è mai successo in tutta la vita. La mia fidanzata mi dice dopo un po’: hai visto che pancia a punta quella donna? Sarà al settimo mese. Io dico: chi? Lei dice: quella che è appena passata. Mi viene un’idea. Facciamo un bambino? Le dico. Le si illuminano gli occhi. La abbraccio girandomi in modo da poterlo vedere mentre si allontana con la sua fidanzata.
Tutto questo accadeva un paio d’anni fa. Nel frattempo sono riuscito a scoprire dove abita. Non molto distante da casa mia. Saranno cinquecento metri. Appena dopo il ponte. Ha una bambina adesso. È carina. Si chiama Gemma. Ha i capelli rossi. Anch’io ho una bimba. Si chiama Gemma. Una volta l’ho visto con sua figlia. Ho sentito che la chiamava Gemma. Sono tornato a casa dalla mia fidanzata con una spilla. Lei stava quasi per partorire. Le ho detto: chiamiamola Gemma in onore di questa gemma. Un rubino di quasi mezzo carato, mica un vetraccio. Lei mi ha guardato sempre alla sua maniera dubbiosa. Un po’ contenta un po’ no. Ormai sapeva che ho questa specie di idea fissa. Ma non mi ha chiesto niente. Anche la mia Gemma ha i capelli rossi. Da qualche tempo. Ho usato una tintura adatta ai bambini. Me l’ha garantito la commessa del negozio. Non capisco come mai il cuoio capelluto si sia arrossato tanto. Devo avere sbagliato le dosi. Ma ne è valsa la pena. Dopo il trattamento Gemma assomiglia molto a Gemma. Quando lo incontravo per la strada, lui con Gemma e la fidanzata, io pure con Gemma e la fidanzata, sorrideva quasi sempre. Non solo a Gemma. Anche a me. E quando mi sorrideva io guardavo la mia fidanzata come per dire: hai visto, ormai siamo amici anche se non ci siamo mai parlati. Lei però scuoteva la testa.
Sapere dove abitava era una tentazione un po’ troppo forte. Spesso la sera facevo una passeggiata e andavo vicino a casa sua. Passavo il ponte e mi mettevo lì. Guardavo la sua finestra. Pensavo: hai visto mai che si affaccia. Lui non si è mai affacciato. La vecchia del piano di sotto invece sì. Alla decima volta ha chiamato i vigili. Se non era la decima era la tredicesima. È stato allora che le cose hanno preso una brutta piega. Ma la fine è stata quando Gemma si è rotta la gamba. La sua Gemma.
L’altro giorno lo vedo. Porta in giro Gemma. È ingessata. Avreste dovuto vedere quella gambetta. È molto dolce con lei. Premuroso. Le aveva comprato un lecca lecca con un vortice viola disegnato sopra. Io gli sorrido. A lui. E poi a Gemma. Ma loro niente. Lui guarda lei, lei guarda lui. La sua fidanzata non c’è. Mi prende una rabbia, ma una rabbia. Penso: ma chi ti credi di essere, il padre migliore del mondo? E anche se per caso lo sei, il migliore, questo ti dà forse il diritto di smettere di sorridermi o almeno di guardarmi? Possibile che io e te non siamo più niente? Basta una figlia acciaccata per dimenticare tutto? Devono essere queste domande a scombussolarmi. Arrivo a casa come ubriaco. Fa un caldo orrendo. Sudo moltissimo. Respiro a fatica. Entro in camera di Gemma. Penso qualcosa a proposito del pareggiare i conti. Aggiustare le cose. Pensieri confusi. Poi vado in cucina. Prendo un martello da un cassetto. Mi sembra. Torno in camera di Gemma. Forse mi chiedo qualcosa sul punto da colpire. Dopo basta, il vuoto. La sensazione di cadere. Un cane che abbaia nella strada. Il lampadario sopra di me che si allontana. Nient’altro.
È tutto. Voi invece perché siete qua?

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