Può non essere apprezzato, non essere pubblicato e morire di fame, essere costretto, per tenere insieme anima e corpo, a fare ogni genere di lavoro, può essere ignorato dai critici e denigrato dal pubblico. Ma [uno scrittore] rimane sempre uno scrittore.
Isaac Asimov

Sono un racconto disgraziato, questa è la verità. L’immagine della letteratura rifratta da innumerevoli specchi scheggiati.
Il resto sono inutili ciance da bar, come quelle sul tempo e sulle vecchie stagioni che non ci sono più e non torneranno.
Non c’è verso, no, grazie. Non provateci neppure. Sarebbe tempo sprecato. Non c’è modo di consolarmi. Chi ci ha provato, certamente spinto dalle migliori intenzioni, non ha fatto altro che acuire il mio disagio.
«Che vuoi che sia, sono cose che capitano…»
«Non è la fine del mondo…»
«Però, ci sono perfino due erre, significherà qualcosa.»
Non ditemi niente, per favore. Compatitemi stando in religioso silenzio.
Tutt’al più, se proprio volete, leggetemi. Ma sottovoce, mi raccomando: come foste in chiesa durante l’omelia. Altrimenti, pax et bonum. Amici come prima.

Diciamocelo. I presupposti c’erano tutti. Il mio autore si era spremuto le meningi a lungo per ricavarne succo di fantasia e olio di lirica extravergine. Aveva scartabellato i dizionari più aggiornati alla ricerca delle parole più confacenti (come questa, appunto: con-fa-cen-ti; che suono, che ritmo!), talvolta auliche, curiali; altre, invece, più modeste e d’uso comune. Aveva deciso di inserire, qua e là, un pizzico di latinorum e un riferimento ai miti greci, che fanno sembrare lo scrittore (e di riflesso la sua opera) colto e raffinato. Inoltre, per garantire alla narrazione il mantenimento della giusta tensione, aveva deciso di racchiudere la storia in poche pagine, tre o quattro al massimo. Non una riga di più.

La vecchia margherita della macchina per scrivere era stata opportunamente sostituita da una più giovane e moderna, con tutti i “petali” a posto, per così dire, in grado di stampare caratteri chiari e limpidi, privi di sbavature. Persino il nastro d’inchiostro era stato scelto con meticolosa cura tra un’infinità di marche d’importazione, nell’assurda speranza che una semplice fettuccia imbevuta di rosso e nero potesse valerci un successo internazionale.

La mia stesura avvenne a una dozzina di chilometri di curve e rotonde dalle distrazioni mondane.
L’ora era tarda (avvertite il suono di queste erre ripetute a breve distanza l’una dopo l’altra, a significare l’incastro dei meccanismi della creatività, come tanti ingranaggi di un orologio? L’oRa eRa taRda…). Successe al tramonto, quando i rumori del giorno si assopiscono in un sussurro gravido di ispirazione (tRamonto, Rumori, gioRno, sussuRRo gRavido di ispiRazione).
Fu un’operazione lenta e ricercata, un amplesso di vocali e consonanti abbracciate in un unico afflato d’amore.

La mattina seguente, lo scrittore mi portò sotto braccio alla stamperia. Anche in questo caso non si trattava di un posto qualunque. Era una bottega con antichi torchi restaurati e con pietre litografiche riesumate da vecchi orti e giardini per risorgere a nuova gloria. I fogli stessi destinati alla mia riproduzione erano di carta pregiata, prodotta a mano con le migliori fibre vegetali.
Ma, come avvertivano gli antichi Romani, in cauda venenum: il veleno sta nella coda…

Tutto era pronto per il mio esordio in società.
I quotidiani della zona e le riviste specializzate preannunciavano la mia imminente uscita.
Io tremavo come un tenore a una prima al Regio o una fanciulla che si appresti al ballo delle debuttanti.
In Inghilterra la chiamano “febbre del cancello”. La sperimentano i carcerati nei giorni che precedono il rilascio, quando, per l’impazienza di varcare la soglia della libertà, l’ultimo breve periodo di detenzione diviene il più lungo e pericoloso di sempre.
Difatti, la tragedia era in agguato.
Senz’altro meno originale del peccato di Adamo ed Eva e meno cruento della vicenda di Caino e Abele, ugualmente per il sottoscritto si trattò di un evento apocalittico. Fu spaventoso. Un incubo ricorrente tramutato in realtà.

Lo stesso scrittore, al di là di ogni ragionevolezza, si ritrovava a sperare che fosse solo un brutto sogno da cui potersi miracolosamente svegliare. Come il vecchio Dedalo, che nonostante tutto quello che aveva visto con i propri occhi, s’illudeva che suo figlio potesse avercela fatta. Che magari una nuvola si fosse frapposta tra i raggi del sole e le effimere ali di Icaro. Che la cera avesse tenuto. O semplicemente che il mare in cui era precipitato fosse solo la continuità dello stesso cielo, anch’esso azzurro, e che suo figlio avesse così potuto proseguire il volo lì, in quel cielo rovesciato. Magari all’inizio aveva dovuto sbracciare tra le onde, ma poi aveva di sicuro trovato rifugio su di una barca di pescatori che lo avevano portato in salvo.
Ma entrambi, Dedalo prima e il mio autore in seguito, dovettero rassegnarsi: le cose andavano male. Proprio come sembrava.

E io, invece? Come mi sentivo allora?
Più o meno come adesso.
Nessun paragone epico, purtroppo, si addice alla mia condizione. Sono solo un insetto, una mosca finita per sbaglio nel bicchiere d’acqua linda e fresca di un assetato. E se, com’è ovvio, la mia presenza risulta a dir poco sgradita a chi si appresta a bere, figuratevi quanto possa piacere la medesima situazione alla mosca, specialmente se è ancora in vita…
Eppure mi avevano osservato attentamente, prima di pubblicarmi in una sequenza di copie scorrettamente identiche. Mi lessero con attenzione dall’inizio alla fine in una sorta d’interrogatorio di terzo grado perché ammettessi le mie colpe.

Cosa cercavano? Adesso lo so. Lo so io, lo sanno loro, lo sa l’autore, lo sa chi mi ha già letto fino in fondo. Ma allora non lo trovarono.
Credendo nella perfezione dell’opera che tenevano sotto gli occhi smarrirono quel briciolo di concentrazione in più ch’era invece necessaria.
Così arrivò il benestare, quell’imprimatur che rappresentò la mia condanna.

Me misero, me tapino.
Ogni volta la stessa scena.
Mi sviluppo felice tra verbi e aggettivi, tra intuizioni e richiami, finché il lettore non lo scorge e subito ritrae lo sguardo con disgusto. Allora, chi avrebbe dovuto applaudire ai miei acuti, fischia quell’unica stecca, mi abbandona appoggiato a casaccio da qualche parte, furioso per aver perso tempo nel leggere una storia che termina in maniera tanto indecorosa.
A nulla vale dire che figurano ben due erre, l’una vicina all’altra. Non sono pignolo quando sostengo che un paio è troppo poco: non basta! Credetemi.
Perché alla fine, proprio all’ultima parola, a un solo passo dal trionfo, si presenta un terribile refuso di stampa: un unico, impietoso, infamante erore.

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