Le cose che fanno paura a Mario sono strane. Almeno qualcuna lo è.
Il teschio sulla boccetta di tintura di iodio, certo, è naturale. VELENO, c’è scritto in stampatello. A chi non farebbe paura? E anche quell’altro, sulla cabina elettrica sotto casa di zia Flora, ancora più esplicito: PERICOLO DI MORTE. Al posto delle tibie incrociate, due fulmini, moltiplicazione acuminata del terrore.
Ma a Mario fanno paura anche altre cose, più insolite. Certe lettere, ad esempio. Certe lettere dell’alfabeto.
La X.
La X lo rende inquieto e spaventato. Forse perché quell’incrocio di aste somiglia a quello delle tibie sotto al teschio, chissà.
Oggi sta giocando col camioncino di plastica e, come fa spesso, ha sfilato dai gancetti i due assi delle ruote. Sono rimaste due coppie di dischetti neri uniti da un’asticella. Sembrano piccoli bilancieri, di quelli che usano i sollevatori di pesi. Carini, visti così. Mario immagina due piccolissimi omini baffuti e in costume intero che, usciti da chissà dove, li sollevino un po’, poi, stremati dallo sforzo, vadano a rifocillarsi lì vicino, magari nella scodella del cane. Cane peraltro, Bob, sonnolento e languido e di poca compagnia, del tutto disinteressato allo spettacolo, alle ruotine, al camion reso invalido, ai microatleti. Lui, forse, sta sognando ossi, tibie. E almeno a lui lo mettono di buonumore, nel sogno.
Insomma, tutto andava bene fin quando a Mario non è venuta voglia di farli incontrare, quei due assi di camion. Li ha incrociati, uno sopra all’altro. Ed è cambiato tutto.
Una X enorme, un nero schifoso insetto artificiale, tutto antenne e zampe, si muove lentamente sul pavimento del salotto. E si avvicina, forse per divorarlo o avvelenarlo. Si muove girando su se stesso mentre avanza. La lettera inquietante prende vita. L’animale non ha né testa né coda, o semplicemente non si distingue quale sia l’una o l’altra.
Con un grido di raccapriccio Mario dà un calcio a quella cosa, che si divide di nuovo e schizza via in due diverse direzioni. La paura si è incarnata alfabeticamente, in un segno, come già è capitato talvolta nel mondo, e come ricapiterà. Ma Mario non lo sa, anche se forse lo intuisce.
Poi, tra non molto, Mario avrà un nuovo segno ad inquietargli le veglie e i sonni. È una lettera strana, anzi straniera, di una lingua diversa. Greca, gli ha detto papà. L’ha vista una volta sul fianco di un camion. Poi anche sul comignolo di una nave. Sembrava una E, ma non lo era. Era una E malata, aguzza, feroce. Una E dentata, figura di punte, lame, lampi elettrici. Come i fulmini sotto al teschio. Una E che morde. Si chiama Sigma. E si pronuncia esse. Ma Mario non vuole pronunciarla. Ha paura di tagliarsi la lingua. Ha paura di quella lettera infida, strana, che da lontano ti sembra familiare, come un cane che somiglia al tuo. Buono, da accarezzare. Ti ci avvicini e ne riconosci troppo tardi l’occhio strabico e maligno. Ti ha già staccato una mano ringhiando. La E è diventata Sigma. La M si è ribaltata su un fianco, e si rivela essere, anche lei, uno scarafaggio arrabbiato che agita frenetico le sue zampette velenose verso di te.
Sigma, Ics. Paure alfabetiche.
E paure geometriche s’incarnano – se fossero di carne, ma non lo sono – negli uomini rettangolari.
Pupazzi, fantasie. Forse li ha visti in televisione, disegnati, animati in qualche filmino o carosello. Forse li ha solo immaginati. Personaggi che hanno nel corpo esclusivamente angoli retti, riquadri chiari e scuri. Tronco e minuscoli piedi d’insetto, da sotto. Sopra, enormi faccioni rettangolari che sono insieme volto, testa, pancia. Nello sguardo quadrato, o forse nei puntini minimi delle pupille, hanno la fissità inespressiva della morte. Quella che ti viene a prendere senza parlarti. Giocano a golf, indossano cilindri – e quale altro cappello, se no? –, si muovono rigidi sulle loro zampette. Qualcuno ha i baffi, rettangolari o quadrati anch’essi. Molto tempo dopo, dentro altre, differenti paure, Mario ritroverà questa, accorgendosi che disegnando un rettangolo chiaro con al centro un quadratino nero, e un triangolo pure nero a tagliare in diagonale la fronte – un ciuffo a ghigliottina –, ciò che compare è una delle immagini del male. Come del resto la Sigma e la X fusi tra loro. Ma questo succederà più avanti. E forse sarà solo un caso.
Mario ha paura anche di certi sogni che fa. Sogna di stare dentro la sigla di Carosello. Ma proprio dentro. Lui piccolo e le cose intorno grandi: i valletti con le trombe, i personaggi col flauto e il mandolino. Le porte che si aprono, le tendine, le fontane, le barchette. È tutto enorme e inospitale. Lì, così vicino, distingue la grana nebbiosa bianca grigia e nera, i puntini del teleschermo. E quella musichetta, la tarantella che tanto aspetta la sera, ora suona al rallentatore, bassa e strascicata, cupa d’echi di caverna, e gli sembra una voce terribile, di orco, proveniente da una bocca invisibile che sta per mangiarlo. Lentamente, il corridoio di cartapesta comincia a scorrere all’indietro, o forse è lui che avanza, non si capisce, e in fondo a tutto, vicino a quella specie di fontanone cogli archi, c’è per terra qualcosa che si muove piano, e si avvicina. È una X, sbucata da chissà dove: dallo spazio, dall’inferno, da sotto il camioncino. Mario si sveglia urlando. Mamma accorrerebbe, se ci fosse. Ma non c’è. È buio pesto. Solo la piccola luce dell’angioletto di ceramica lo conforta un poco. Lentamente la tensione si allenta. Lui si riaddormenta piano. Sognerà poi tigri, igloo, negretti, e un mare agitato. Sogni senza parole. E senza suoni.

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