| Patrizia
se ne stava ferma, immobile, sul letto fissando il soffitto
mentre si concedeva una sigaretta, guardava il fumo salire
denso e formare strane figure che si dissolvevano, ammirava
la costruzione del nulla, del suo nulla. Un groviglio di pensieri
assumeva forme astratte e scabre - ma chi era che diceva:
non c'è pensiero ben lisciato che non sia figlio della
scabrosità? - non lo ricordava, ma le piaceva questo
contraddittorio ideale. Pensieri che sembravano quasi tangibili,
insistenti presenze dai risvolti inquietanti. Trentacinque
anni, e ancora non si conosceva. Soprattutto non era in grado
di prevedere cosa la sua mente le avrebbe comandato e questo
la mandava su tutte le furie. Allungava nervosamente la mano
sulla destra del letto per cercare quel corpo di nuovo fuggito.
Era quasi sicura di odiarlo, quel corpo di marmo che, dopo
essersi lasciato apparentemente interiorizzare, le faceva
perdere l'equilibrio tra le sue eterne domande. Era una specie
di tormento, umiliazione e trionfo, solitudine e passionalità.
Frammentazione e unità si intervallavano, incastrandosi
nelle sue volizioni. Si ripeteva con sempre minor convinzione,
che quella, sarebbe stata l'ultima volta. Ma poi di nuovo
ricominciava a pensare a lui e di nuovo sentiva l'irrefrenabile
desiderio di vederlo e di esserne posseduta. Patrizia coperta
dal lenzuolo di raso rosso in quel letto antico, pensava a
ciò che aveva appena fatto, riflettendosi nelle espressioni
dei volti raffigurati nei quadri ovali che adornavano la stanza
e che parevano riportarla alla notte di delirio appena trascorsa.
Muti testimoni della sua follia.
Rivide il volto di suo marito, e sorrise amaramente ripensando
anche a tutte le bugie che doveva inventarsi per poterlo tradire.
Suo marito era affascinante, ricco, innamorato. Un uomo troppo
normale, il cui unico difetto era la mancanza di fantasia.
Anche lei lo amava sinceramente ma il suo desiderio di trasgressione
nulla aveva a che fare con l'amore. Sentiva il bisogno di
emozioni forti, cosa che lui non le dava. Era assurdo pensare
che proprio con i soldi di suo marito, si comprava un amante
ad ore.
Avvolta dai cerchi di fumo, nella stanza appena rischiarata
alla fioca luce emanata da un candeliere attaccato al muro,
pensò che si sarebbe rivestita lentamente con i suoi
abituali gesti. Osservava la stanza dell'albergo che ormai
conosceva a memoria (lui pretendeva sempre incontri nella
suite più prestigiosa dei Grand Hotels, tanto non era
lui che pagava....) Di nuovo tutto uguale. Come l'ultima volta.
Come in un vecchio film, visto e rivisto. La scena non cambiava
e i protagonisti nemmeno. Lei , la sua insicurezza, la sua
incoerenza erano le padrone assolute della scena. Guardava
la stanza e si diceva: basta! Non lo avrebbe più rifatto.
Era convinta che non fosse giusto e suo marito non lo meritasse.
Buoni propositi che urlavano le proprie ragioni contro un
muro di cemento armato. Si fermò un attimo dal suo
rimuginare e rivide quanto era appena successo: dopo tutto
era un suo diritto riassaporare quelle visioni, dare corpo
ancora una volta al piacere assoluto per potervisi immergere
di nuovo. E sprofondare nuovamente nelle dolcezze soniche
appena abbandonate.
E vide Samy. Nudo e silenzioso. Non amava parlare troppo.
Forse quella riservatezza, quel silenzio così denso
e armonico, fatto di piccoli, inesistenti suoni quasi geometrici
glielo rendeva fortemente desiderabile. Non chiedeva mai nulla,
Samy. Prendeva, usava e ....quasi senza una parola se ne andava.
Ed ora poiché il totale, scismatico silenzio della
stanza ovattata dalle pareti capitonnès pareva soffocarla
nel voluttuoso damasco rosso, altro non le restò che
il ricordo.
Le
legò i polsi con una sciarpa di seta fissata saldamente
al letto, la bendò in modo che lei non potesse vedere
nulla.
Con un dito iniziò ad accarezzare la punta del naso,
piano, piano comiciò a discendere le labbra, leggermente,
dolcemente sfiorandole e solleticandole.
Scese sul collo e girò sotto il mento verso il lobo
dell'orecchio, dove piccoli cerchi si intervallavano al tocco
sapiente di chi vuole eccitare senza concedersi.
Proseguì circoscrivendole i seni con più passaggi,
avvicinandosi ai capezzoli ormai induriti ma senza toccarli
, sfiorandoli appena come un soffio piumato.
Le dita divennero due poi cinque.
Leggere scendevano ora tra i seni giù verso il suo
ventre aprendosi e chiudendosi continuamente come in una danza
tribale, sincopata, Patrizia cominciava a sentire brividi
caldi entrarle prepotentemente nella pelle...
Sentiva
e pregustava l'avvicinarsi alla meta (era visibilmente eccitata)...
ma, niente da fare. Quelle dita assassine ritornavano come
se niente fosse, incuranti della tacita supplica, sull'ombelico
con movimenti circolari, quasi elettrici mentre il respiro
si faceva pesante, il desiderio più forte.
Eccolo, sentiva finalmente che le dita ricominciavano a scendere
si avvicinavano lente ma decise sul pube di seta, morbido
come i foulards che la imprigionavano a quel letto e che le
permettevano di immaginare ciò che più le piaceva.
L'eccitazione saliva e una febbre tropicale aveva avvolto
il suo corpo, mentre lui sfiorava sensibilmente il clitoride
impaziente, mentre, ormai schiava, ingurgitava saliva e desiderio
di godere.
La sua pelle asciutta e morbida contrastava con la cavità
del suo sesso bagnato. Le dita di Samy si inumidivano passandoci
sopra e trasportavano il dolce nettare sul clitoride, dove
poteva scivolare.
Una tortura erotica che la faceva agitare sul letto, il bacino
sembrava come impazzito: cercava il dito con l'energia che
gli stretti legami le consentivano e a tratti lo trovava,
ma subito sfuggiva dopo averla illusa per pochi secondi di
avere forse trovato la via della pace.
Ormai lo scopo primario di quel gioco era riuscire a catturare
quel dito impertinente. Inarcava la schiena sollevandosi dal
letto e intanto il dito entrava dentro di lei . Quel dito
era entrato furtivamente ad accendere le sue voglie e poi
era fuggito lasciandole solo un desiderio diabolico di essere
penetrata.
Lo cercava muovendosi freneticamente sul letto, ed esso si
lasciava catturare facendosi trascinare ed inghiottire da
lei che fremeva e stringeva le labbra come per succhiarlo,
per tenerlo stretto, per non lasciarselo sfuggire nuovamente.
Era una sensazione magnifica. Il suo corpo legato era come
in preda ad una fibrillazione sconnessa, ed avvertiva chiaramente
scosse forti negli attimi in cui veniva appena toccata dalla
punta dell'eccitazione. Una follia dirompente le faceva dire
cose assurde, aveva una gran voglia di godere in modo violento,
di mettere fine a quella dolcissima agonia di vago sapore
sado-maso.
Cominciò a gridare: - basta, basta, ora basta dammi
qualcosa da tenere stretto dentro di me -. Ma non ebbe risposta.
Solo piccoli tocchi fugaci che accendevano la mente e il corpo
con una insolita melodia.
Ormai l'eccitazione era al culmine: era tutta scossa da brividi
e tremolii e le sue gambe aperte mostravano quel fiore di
carne, irrorato di rugiada . Continuava a lottare per liberarsi
con forti strattoni, ma non riusciva a sciogliersi da quella
stretta di seta che la imprigionava, che le immobilizzava
le mani (le avrebbe liberate per poter porre fine a quel desiderio
sempre più forte mischiato al lieve dolore dei polsi
che ormai cominciava a farsi sentire).
A quel punto un complice nuovo si presentò: una lunga
lingua umida che cominciò a seguire le tracce della
mano attaccandola su nuovi fronti strisciando anche sulle
natiche e sul suo passaggio segreto, nascosto, lisciandolo
piano, tutto, mentre le dita accarezzavano il seno.
Stava per impazzire quando arrivò alle labbra, strinse
forte le gambe imprigionandogli la testa ... ti scongiuro gli
disse, non ne posso, più ti supplico.... e lui parve
ascoltarla per un attimo breve ... ma si era illusa. Lui sentì
l'arrivo del suo orgasmo e la abbandonò lasciandola
ancora più rabbiosa ed eccitata...
Avvertiva la sua presenza sopra di lei, ma non la toccava,
e lei non poteva vederlo, sentiva il suo respiro, il suo profumo
mentre le baciava il collo ed il suo pene eretto che le sfiorava
il sesso e lei spingeva perché la penetrasse, lo sentiva
invitante e desiderabile, grande e caldo. Ma tutto ciò
che riusciva ad ottenere erano carezze, lievi strusciate sul
clitoride. Poi d'improvviso, con un movimento tanto repentino
quanto inaspettato entrò in lei con violenza, lasciandola
ripetutamente senza fiato, spaesata, fuori dalla rete che
tentava di imprigionarla. Spaesata. Senza più paese,
senza uomini, senza ville, senza tutto ciò che la opprimeva
e la soffocava. Spaesata e libera. Fu proprio in quel momento
che le parve di aver raggiunto un apice di libertà
tale da rasentare il soffio divino. Ma di nuovo si ritrasse
fulmineo e Patrizia rimase ansimante col cuore che batteva
a mille. E subito ritornava, lo sentiva di nuovo entrare in
lei e questa volta, saliva con movimenti lenti e soavi per
pochi centimetri. Quasi non riusciva a respirare. Sfinita
dall'attesa di una nuova onda d'urto. Avrebbe voluto afferrarlo
per i glutei e trascinarlo in lei ma non poteva farlo. Continuò
con quei movimenti lenti poi all'improvviso sferrò
un colpo violento e poi un altro, un altro ancora quindi uscì
di nuovo lasciandola con le sue voglie di paradiso. Fu allora
che incominciò a morderlo: sulle guance, sul mento
e sul collo fortemente (voleva fargli male e sicuramente ci
era riuscita). Rabbia e desiderio ormai avevano preso il sopravvento.
Allora Samy strinse forte le braccia intorno al suo bacino
e le afferrò le natiche con le grandi mani, sollevandola
dal letto, le allargò le gambe e in un delirio di dolce
violenza entrò di nuovo in lei. Esplorandola per ogni
dove aprendosi passaggi e ritirandosi per poi ricominciare
la danza sensuale che li univa indissolubilmente. Schiavi
d'amore in quell'attimo incorporeo, due perfetti estranei
che nulla sanno l'uno dell'altra. Una fluida vertigine di
corpi innocenti, senza peccato, accomunati solo dalla sacra
ritualità del piacere. Finalmente aveva ottenuto ciò
che voleva e vi si abbandonò, travolta dalla sua potenza
che la scardinava, entrambi in preda a una eccitazione cosmica.
Anche Samy in quel momento aveva cambiato espressione con
quel suo sguardo rivolto ad altre lune....
Giunto il momento tanto sospirato.... urlò il suo piacere
al soffitto affrescato che pareva inghiottirla mentre si sfasciava,
in preda ad una esplosione dei sensi, i muscoli tesi e vibranti,
stringeva con tutta la sua forza, raggiungendo così
finalmente, l'apice del piacere infine, credette di svenire.
Le capitava spesso con Samuel (mai con suo marito). Ogni volta
un gioco nuovo e lei era acqua e sole , nel respiro cristallino,
nella forma asciutta del suo corpo. Ora sentiva solo il cuore
battere forte dentro di lei mentre la testa girava nel vorticoso
tourbillon di foglie, scintille e aliti di vento sconosciuti
che l'accarezzavano dopo la tempesta.
Sfinita, sentiva allentare i foulard di seta che l'avevano
immobilizzata per tanto tempo mentre parole sussurrate le
dicevano...tesoro, con quell'accento francese che amava e odiava...
A
luce spenta, guidata solo dal timido chiarore dei ceri che
consumavano anche la sua pena, sentì bussare forte
alla sua ferita. Lo smaglio della calza nell'infilarsela la
risvegliò alla stregua di una doccia fredda e la costrinse
a pensieri più realistici. Era tempo di affrontare
la vita, questa parentesi era momentaneamente chiusa. Con
movimenti pigri e annoiati raccattò i suoi abiti, riaccese
il cellulare e come al solito, se ne andò, immergendosi
nella bruma lattescente di quel novembre appiccicoso. Per
strada l'uomo con la fisarmonica e i denti guasti la guardò
con sincera ammirazione mentre faceva scivolare nel piattino
qualche moneta. Improvvisamente si sentì tanto piccola
e inutile quando, con il comando a distanza, apriva la portiera
del suo Cherokee...
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