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      <title>Tapirelax</title>
      <link>http://www.tapirulan.it</link>
      <description>Pubblicazione satirica e dintorni</description>
      <language>it</language>
      <copyright>Copyright by tapirulan.it 2006</copyright>
      <managingEditor>redazione@tapirulan.it</managingEditor>
      <lastBuildDate>Mon,  8 Feb 2010 11:57:10 +0100</lastBuildDate>
      <category>Satira-Umorismo</category>
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         <title>Rientrare:</title>
         <link>http://www.tapirulan.it/articoli.php?id=232</link>
         <description>&lt;p&gt;Ricordo bene gli anni dell&amp;rsquo;asilo, perch&amp;eacute; all&amp;rsquo;asilo ho raggiunto la mia completezza e maturit&amp;agrave; di uomo.&lt;br /&gt;Ricordo la cuoca, i girotondi, il ritratto fotografico davanti al disegno murale del lupo cattivo.&lt;br /&gt;Ricordo la cascina, la mia vicina che faceva il bagno nella tinozza, nel bel mezzo del cortile, e si vergognava, ma a me quel nudo non diceva proprio niente.&lt;br /&gt;Ricordo che parlavo davanti a una botte arrugginita e le dicevo: &amp;quot;gli attributi e i contributi&amp;quot; e ascoltavo il suono di parole troppo difficili. &lt;br /&gt;Ricordo i gradini stretti che portavano nelle stanze piene di santini, e i mattoni rossi che si accendevano al sole della sera. Ricordo il grande noce dietro casa. &lt;br /&gt;Ricordo la mia prima ferita, un badile che avevo astutamente pestato e che mi si era rivoltato contro, tagliandomi la gamba sinistra. Ricordo il pianto come se fosse ora. Ero seduto e guardavo il mio taglio nuovo, e fu l&amp;igrave; che capii che la vita sarebbe stata pi&amp;ugrave; o meno un fiotto di sangue.&lt;br /&gt;Ricordo il pollice steccato in seguito a una caduta correndo fra i banchi dell&amp;rsquo;aula, nomi di bambini e di bambine, le cerbottane e le partite di pallone.&lt;br /&gt;Ricordo quando diventai pirata sul balcone di casa e la condanna a morte che ancora adesso mi insegue. Ricordo le lune di tutte le sere calde e il disegno di un cratere che somigliava alla gamba di un&amp;rsquo;amica di mia nonna. Ricordo che cominciai a scrivere su un quaderno a quadretti, e che inventavo con i miei amici scene di paura e le recitavo sotto un grande cedro, nelle grigie giornate dove non c&amp;rsquo;era altro da fare.&lt;br /&gt;Ancora ricordo una ragazza dai capelli lunghi e tenevo d&amp;rsquo;occhio alla finestra quando lei usciva e poi la seguivo poco distante e ancora adesso la ricordo e sono innamorato di quell&amp;rsquo;icona e a pensarci bene, anche se ero sicuro di no, lei si doveva essere accorta di quel passo incerto che la pedinava.&lt;br /&gt;Ricordo con quello stesso passo evitare le righe del marciapiede e il numero quattro che elessi a numero sfortunato da quando diedi in sogno due schiaffi per parte sulle guance di mia nonna ed ella si trasform&amp;ograve; in un teschio di gallina.&lt;br /&gt;Ricordo l&amp;rsquo;eremitaggio dell&amp;rsquo;adolescenza, la scelta di avvolgermi nel mistero con il mutismo, davanti alla ragazza che mi piaceva, e lei alla fine scelse un altro. Decisi di parlare e di farmi avanti con una seconda ragazza, abbandonando il mistero e mettendo a nudo i miei sentimenti, e anche quella scelse un altro. &lt;br /&gt;Ricordo che studiavo sempre, ma ora non ricordo cosa diceva il libro di storia a pagina trenta. &lt;br /&gt;Ricordo che facevo sempre le cose senza esigere compensi, ma altri riuscivano a farsi pagare. Era la seconda cosa che capivo della mia vita.&lt;br /&gt;Ricordo la fistola sacro coccigea, la rottura del tendine, dei legamenti del pollice, la scheggia di legno nel piede sinistro, il taglio sulla nuca contro il letto quando giocando a carte mi ero lasciato cadere indietro pensando - questo prima del dolore - &amp;quot;Ho vinto, sono fuori&amp;quot;.&lt;br /&gt;Ricordo di non essere pi&amp;ugrave; rientrato, da allora. E cercavo in ogni dove, guardavo le nuvole, bramando un appiglio che mi desse un buon motivo per tornare in me, ma n&amp;eacute; il colore dei cumulonembi n&amp;eacute; il soffio degli alisei si davano molto da fare per elogiare i vantaggi della salute. &lt;br /&gt;Ricordo che volevo scrivere qualcosa per cui farmi perdonare, qualcosa per poter rientrare, ma non mi veniva nulla che non fosse il semplice ritratto del mondo. E allora mi sforzavo di scrivere ci&amp;ograve; che la descrizione non presentava, violavo i sensi per portare alla luce rovine che nessuno vedeva, e anch&amp;rsquo;io facevo parte di quelle rovine. &lt;br /&gt;E allora mi chiesi a cosa serviva scrivere, e me lo chiedo ancora adesso, e non descrivo nulla e non scavo negli strati della terra e non studio la dendrocronologia e aspetto che le parole vengano da sole come quando arriva la febbre o un conato di vomito.&lt;br /&gt;Non posso far nulla per non ascoltarle, non posso lasciarle morire.&lt;br /&gt;Salvo le parole, se questo &amp;egrave; un mestiere. E&amp;rsquo; un modo per rientrare, o forse per rimanere fuori per sempre.&lt;/p&gt;</description>
         <author>Robirobi</author>
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         <pubDate>Fri, 31 Dec 2010 00:00:00 +0100</pubDate>
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         <title>Music corner - 25:Un pugno di consigli nell'attesa che...</title>
         <link>http://www.tapirulan.it/articoli.php?id=280</link>
         <description>&lt;strong&gt;Un pugno di consigli nell&amp;rsquo;attesa che il Conte di Toscana vi fotta la morosa&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;1) Motorpsycho &amp;ndash; Child of the future&lt;br /&gt;Prima cosa toglietemi di torno quei trabiccoli elettronici rigonfi di emmepitre. Non voglio neanche vederli. E cavatevi dalle orecchie quegli stupidi auricolari grossi come caccole e filamentosi come catarri. Dico, sarete capaci per una volta, una singola volta, di ascoltare due minuti di musica senza andarvene da nessuna parte? Senza per forza fare dell&amp;rsquo;altro? Fermi, s&amp;igrave;, intendo seduti in poltrona, ce l&amp;rsquo;avete una poltrona? Coi piedi per aria e, se vi &amp;egrave; costume, un dito di whisky nel bicchiere. A me piacciono gli irlandesi, ma in genere fa fico dire gli scotch delle Highlands. Con un dito di scotch delle Highlands, allora. Crepi l&amp;rsquo;avarizia.&lt;br /&gt;No, no. Ancora non ci siamo. Cosa ci fate l&amp;igrave; appiccicati al lettore cd col libretto delle istruzioni davanti al naso? Via, via. Via quella roba. Filate di sopra, in soffitta, e tirate fuori il giradischi. Il giradischi, quell&amp;rsquo;affare che suonava quei robi neri, circolari, con tanti solchi stretti uno vicino all&amp;rsquo;altro, presente? Come? La puntina? Eh, la puntina son cazzi amari. Potete sempre chiedere al Mediaworld. HA HA HAAA. Simpatico vero? Oppure usate quella che avete. S&amp;igrave;, d&amp;agrave;i, per stavolta va bene quella vecchia che avete su.&lt;br /&gt;Adesso tirate fuori la vostra copia di &lt;em&gt;Child of the future&lt;/em&gt; e mettetelo su. Saltate le prime due e mettete la terza: &lt;em&gt;Whole lotta Diana&lt;/em&gt;. Lo so, lo so. Ma capitemi. Non posso mica starmene qui tutto il tempo. Il resto ve lo sentite dopo, OK? Con calma, da soli. Mettete su la terza, veloci che c&amp;rsquo;ho da andare avanti con &amp;rsquo;sta cazzo di classifica. Innanzitutto il fruscio. Lo sentite il fruscio della puntina? Sentite il rumore bianco? Non ve lo ricordavate pi&amp;ugrave;, vero, il rumore bianco? Zitti, zitti, sentite l&amp;rsquo;attacco, sentite. Sentite che roba. Cosa vi viene in mente? Niente, non vi viene in mente niente, ecco... forse i Led zeppelin, pi&amp;ugrave; che altro per via del titolo. Non sparate gli Ac dc. Non scherziamo. E&amp;rsquo; una recensione seria, questa qui.&lt;br /&gt;L&amp;rsquo;avete sentito quel riff. Potente, nevvero? Uno dei pi&amp;ugrave; potenti dai tempi di... ah, lasciamo perdere.&lt;br /&gt;Shhhht, avanti, avanti. Non vi rompo le palle. Ascoltatela tutta, fino in fondo. In santa pace. Io vi aspetto qui.&lt;br /&gt;Fatto?&lt;br /&gt;No? Non ancora?&lt;br /&gt;...&lt;br /&gt;...&lt;br /&gt;Allora? Finito?&lt;br /&gt;Ebbene?&lt;br /&gt;Ebbene s&amp;igrave;, &lt;em&gt;Whole lotta Diana&lt;/em&gt; vi ha spettinato, vi ha rovesciato dalla potrona, vi ha evaporato il dito di wkisky, vi ha fatto venire una voglia pazzesca di urlare, di andare sul balcone e gridare qualcosa, ma cosa, al mondo intero. Il fatto &amp;egrave; che siete soli, l&amp;igrave; dentro. Soli, voi, io e quel cazzo di vinile che vi ho consigliato. E allora vi passa la foia, vi sedete, mesti, guardate il bicchiere e il dito di Glen Keith &amp;egrave; gi&amp;agrave; finito, e &amp;ldquo;Whole lotta Diana&amp;rdquo; &amp;egrave; gi&amp;agrave; finita e, Cristo santo, la vostra morosa vi aspetta fra venti minuti e voi puzzate come un condominio di merda.&lt;br /&gt;S&amp;ugrave;, s&amp;ugrave;, non c&amp;rsquo;&amp;egrave; tempo per&amp;nbsp; &lt;em&gt;Cornucopia&lt;/em&gt;, non c&amp;rsquo;&amp;egrave; tempo per il resto dell&amp;rsquo;album. Di sopra a lavarvi. Marsch.&lt;br /&gt;Maledetta, maledetta morosa. Lei e quei cazzo di Depeche mode.&lt;br /&gt;Ma domani, ah, domani...&lt;br /&gt;Domani non esco neanche se c&amp;rsquo;&amp;egrave; il terremoto. Mi sento il resto dell&amp;rsquo;album. Tutto. Com&amp;rsquo;&amp;egrave; vero Dio. Perch&amp;eacute; quel coglione della recensione lo devo mandare a cagare, s&amp;igrave;, ma con cognizione di causa. Lui e i quei tre stronzi dei Motorpsycho.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1) Neil Young &amp;ndash; Fork on the road&lt;br /&gt;Ci vuole il lettore, stavolta. Dovete riaccenderlo e tirare fuori il libretto delle istruzioni. In genere basta infilare il cd e schiacciare play. Ce l&amp;rsquo;avete fatta? Bene. C&amp;rsquo;era qualcosa nel percorso artistico di Neil Young che prima o poi doveva approdare qui. Qualcosa che passa sotto il tavolo, come una riga di fango, che ansima nell&amp;rsquo;ombra, tra le recensioni, dissonanze nascoste tra le melodie che gi&amp;agrave; conoscete, tra i riff pi&amp;ugrave; orecchiabili (dio, quanto odio questa parola).&lt;br /&gt;Sentite. Sentite le note che ora esistono e un attimo fa lo stereo era spento. Carsismo musicale. Attraverso &lt;em&gt;Reactor&lt;/em&gt;, un album fondamentale, s&amp;igrave;, attraverso qualcosa che spara in alto &lt;em&gt;Rockin&amp;rsquo; in the free world&lt;/em&gt;, quella elettrica naturalmente, che passa per &lt;em&gt;Weld&lt;/em&gt;, tutto &lt;em&gt;Weld&lt;/em&gt;, poi &lt;em&gt;Piece of crap&lt;/em&gt;, che approda alle sabbie mobili impossibili di &lt;em&gt;All along the watchtower&lt;/em&gt; nella versione live del duemilaeuno, dove gi&amp;agrave; quella gran topa di Chrissy Hynde s&amp;rsquo;inabissava, va detto, suo malgrado. Vi sentirete dire da qualcuno che &lt;em&gt;Fork on the road&lt;/em&gt; &amp;egrave; un album mediocre. Credetegli, a quel qualcuno. Non compratelo, &lt;em&gt;Fork on the road&lt;/em&gt;, e riascoltatevi &lt;em&gt;Rust never sleeps&lt;/em&gt;, &lt;em&gt;Zuma&lt;/em&gt; oppure &lt;em&gt;On the beach&lt;/em&gt;. Sicuro che non sar&amp;agrave; tempo buttato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1) Bob Dylan &amp;ndash; Together though life&lt;br /&gt;Gocciole in sospensione, lass&amp;ugrave; nuvole minacciose come incudini, ombrelli aperti, un palco sferzato dal vento prealpino. Bob Dylan ci gira le spalle. Suona la sua pianolina del cazzo, la suona male, e canta, canta male, e la band va avanti e avanti e avanti. Qualcuno sostiene che Bob Dylan non ha pi&amp;ugrave; niente da dire. Tra quei qualcuni c&amp;rsquo;&amp;egrave; Bob Dylan medesimo. Bob Dylan che non ha tempo per le interviste, che non ha niente da spiegare ai giornalisti, Bob Dylan che deve solo suonare, suonare male, che deve solo cantare, cantare male, Bob Dylan che ama cos&amp;igrave; tanto il suo pubblico, e cos&amp;igrave; male, da non poterne fare a meno. Sono vent&amp;rsquo;anni, oramai. Bob Dylan che quest&amp;rsquo;anno chiede permesso, scusate, posso?, e scrive &lt;em&gt;Beyond here lies nothing&lt;/em&gt;. Pura poesia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1) Dream theater &amp;ndash; Black clouds and silver linings&lt;br /&gt;Prendetemi per il culo, se lo ritenete, lanciatemi le pietre, mettete su faceb&amp;ugrave;c le mie foto che ascolto gli Stratovarius al Gods of metal mentre faccio le corna con la mano. Non vi devo niente, a voi stronzi, se non queste righe bisunte mentre mi abbuffo di salame fintoartigianale e trangugio birra mediocre. S&amp;igrave;, mi piacciono i Dream theater. E allora? Come mi piacciono i Metallica, s&amp;igrave;, ma attenzione, non i primi, quelli postnobilitati da certa fetentcritica dietrologica, no, mi piacciono quelli di &lt;em&gt;Load&lt;/em&gt; e &lt;em&gt;Reload&lt;/em&gt;, quelli di &lt;em&gt;Death magnetic&lt;/em&gt; s&amp;igrave;, s&amp;igrave;, oh, s&amp;igrave;&amp;igrave;&amp;igrave;&amp;igrave;. Ho quasi quarant&amp;rsquo;anni, ormai, va bene?, e mi sono rotto. Non devo pi&amp;ugrave; niente a nessuno. Sono finiti i tempi che facevo finta di apprezzare i Sigur ros e i Kings of convenience e i cazzo di Radiohead e invece mi sparavo &lt;em&gt;Fireball&lt;/em&gt; e &lt;em&gt;Let there e rock&lt;/em&gt; e &lt;em&gt;Holy diver&lt;/em&gt; di nascosto. Finiti, capito? Ora le cose stanno cos&amp;igrave;: vi piacciono i Dream theater? Bene, allora andiamo avanti e sentite cos&amp;rsquo;ho da dirvi. Non vi piacciono? Allora andate pure a fare in culo.&lt;br /&gt;Cos&amp;rsquo;ho da dirvi, quindi? Perdonatemi, ho bluffato. Ho poco, in realt&amp;agrave;, poco o niente. Perch&amp;eacute; se vi piacciono i Dream theater, allora vi piacciono DAVVERO, e quest&amp;rsquo;ultimo &lt;em&gt;Black clouds and silver linings&lt;/em&gt; lo conoscete gi&amp;agrave;, canzone dopo canzone, battuta dopo battuta, semibiscroma dopo semibiscroma. Lo conoscete meglio di me. E forse esagererete, forse farete come Bosi, il mio amico, che per un mese non &amp;egrave; uscito di casa perch&amp;eacute; la sera doveva starsene chiuso a imparare la linea di chitarra di &lt;em&gt;The count of Tuscany&lt;/em&gt;. O quella ballata (ballata?) meravigliosa che prende il nome di &lt;em&gt;Wither&lt;/em&gt;, o i tredici minuti di tutto, lo dice il titolo, condensati in &lt;em&gt;The best of times&lt;/em&gt;. No, forse non arriverete a tanto, vi piace troppo la birra, e gli aperitivi. Ma converrete che i Dream theater non sono mai stati cos&amp;igrave; misurati, cos&amp;igrave; maturi, cosi sublimemente (esiste sublimemente?) Dream theater. Non so, forse mi sbaglio, forse Bosi semplicemente ha trovato la morosa e altro che Dream theater, ora sta chiuso e scopa come un membro dei M&amp;ouml;tley cr&amp;uuml;e. La mia, di morose, da sempre adora la musica reggae e tutto ci&amp;ograve; che ha una vaga parvenza di comunismo. Al mattino, per&amp;ograve;, &amp;egrave; un po&amp;rsquo; di tempo che s&amp;rsquo;infila le cuffie di soppiatto e schizza fuori di casa senza salutare. Lei pensa che non lo sappia, ma io me ne sono accorto. Che si ascolta &lt;em&gt;The count of Tuscany&lt;/em&gt; di nascosto nell&amp;rsquo;ipod. L&amp;rsquo;ho capito da come muove la testa.&lt;br /&gt;Mettete via i Radiohead, procuratevi &lt;em&gt;Black clouds and silver linings&lt;/em&gt; e fate come la mia morosa. Mettete su &lt;em&gt;The count of Tuscany&lt;/em&gt; alzate il volume e muovete la testa per una volta come cazzo vi pare, fottendovene bellamente di chi vi guarda storto. Quando arriverete ai quarant&amp;rsquo;anni scoprirete quanto &amp;egrave; appagante.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1) U2 &amp;ndash; No line on the horizon&lt;br /&gt;Devo darvi dei consigli, no? Dopotutto &amp;egrave; questo il senso di questo articolo. Ebbene, eccone uno prezioso. Non comperate &lt;em&gt;No line on the horizon&lt;/em&gt;, non fatevelo prestare, non masterizzatevelo, non scaricatelo, non ascoltatelo. Fate una catena di Sant&amp;rsquo;Antonio, mandate una mail ai vostri cinque amici pi&amp;ugrave; cari e scrivetegli quello che vi ho appena detto qui sopra. Ditegli che c&amp;rsquo;&amp;egrave; un vostro conoscente che pensa che &lt;em&gt;No line on the horizon&lt;/em&gt; &amp;egrave; una delle pi&amp;ugrave; clamorose stronzate dai tempi di &lt;em&gt;Amnesiac&lt;/em&gt;. Ditegli proprio cos&amp;igrave;, dai tempi di &lt;em&gt;Amnesiac&lt;/em&gt;. E di mandare la mail ad altre cinque persone di loro conoscenza. I vostri amici si rivolteranno contro di voi, vi righeranno la macchina, vi ruberanno la fidanzata, la vostra posta smetter&amp;agrave; di funzionare, il vostro cellulare smetter&amp;agrave; di squillare e vi coprirete di macchie purulente. A quel punto non vi rester&amp;agrave; che domandare pubblica ammenda. Vi coster&amp;agrave; duecento bananozze, il prezzo di un posto davanti a un concerto degli U2. Ma poi starete tranquilli, tempo pochi mesi e tutto torner&amp;agrave; come prima. Eccetto la morosa, che ora se va in giro con quel vestitino che con voi non voleva mai indossare, i guanti di pizzo e le borchie, sempre insieme a quel pirla di Bosi, facendo le corna con la mano, muovendo la testa in modo strano e, ci scommettereste, &lt;em&gt;The count of Tuscany&lt;/em&gt; nell&amp;rsquo;ipod. Ma &amp;egrave; cos&amp;igrave; che gira il mondo. Sorpresi? Ess&amp;ugrave;, d&amp;agrave;i, non fate quella faccia. Meglio ora che male accompagnati.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1) Les Claypool - Of Fungi and Foe&lt;br /&gt;Fatemi chiudere cos&amp;igrave;, con un album che manco so se &amp;egrave; di quest&amp;rsquo;anno. Del 2009 intendo. &lt;br /&gt;Les Claypool.&lt;br /&gt;Les Claypool.&lt;br /&gt;Les Claypool &amp;egrave; un basso che suona un uomo, ascoltatelo, stridio di neuroni, batteria, niente chitarra, eresia, percussioni, bahum bahum bahum bahum, Frank Zappa &amp;egrave; dovuto correre al gabinetto ma &amp;egrave; rimasto senza carta igienica, grand-guignol, un petardo infilato su per il culo del conte di Toscana, correre nelle pozzanghere, muovete la testa, stomp stomp, grandina, sferragliare di treni, tagliarsi con un rasoio, pinte e pinte di birra, pupazzi di neve che ghignano e socchiudono i bottoni, Tom Waits che gioca a freccette senza Iggy Pop, fuochi d&amp;rsquo;artificio oltre le tende, niente morosa, le corna, fate le corna con una mano e poi ditemi, che cos&amp;rsquo;avrebbe fatto al vostro posto Sir George Martin?&lt;br /&gt;Les Claypool suona a marzo in Italia. Volete farmela pagare? Mi trovate l&amp;agrave;. Indosser&amp;ograve; un berretto di Stetson taglia 57.</description>
         <author>UfJ</author>
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         <pubDate>Mon,  1 Feb 2010 00:00:00 +0100</pubDate>
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         <title>La sorella dello sposo:</title>
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         <description>Sono la sorella dello sposo. No, non quella. Quella &amp;egrave; Chiara, la sua testimone. Non mi cercare sull&amp;rsquo;album, tanto non ci sono, nemmeno nella foto dei parenti. Non mi piace essere fotografata; lo evito, diciamo che non sono fotogenica. Mio fratello &amp;egrave; quello bello. Non trovi che sia bellissimo nelle foto del matrimonio?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sono la figlia dell&amp;rsquo;avvocato Migliorati, &amp;ldquo;quella adottata&amp;rdquo; aggiungono sempre, parlando di me. Ecco perch&amp;eacute; non assomiglio a mio fratello. Lui &amp;egrave; arrivato dopo, come una sorpresa benedetta, l&amp;rsquo;anno dopo la mia adozione. Capita, dicono. Dicono un sacco di cose. Che sono stata fortunata ad essere stata adottata da una famiglia benestante, che mi ha pagato le operazioni e le cure agli occhi e quelle lenti cos&amp;igrave; particolari che mi permettono di vedere, nonostante il mio difetto congenito e mi fanno somigliare a Kermit la rana.&amp;nbsp;Mio fratello ha dieci decimi. Non trovi che abbia degli occhi stupendi?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alla nascita mia madre non mi ha nemmeno dato un nome, figurarsi un cognome, nessuno mi ha riconosciuto. Un&amp;rsquo;infermiera ottimista mi ha chiamato Benedetta. Non &amp;egrave; un buon inizio, lo so. So solo che la mia madre naturale era minorenne allora, e io ero un neonato con grossi problemi agli occhi. Dicono che sia stata coraggiosa. Avrebbe potuto abortire. B&amp;egrave; un po&amp;rsquo; mi ha abortito lo stesso. Ma sono cose che &amp;egrave; meglio non dire.&amp;nbsp;Sono cose a cui non penso pi&amp;ugrave;. Non trovi che in questo primo piano di mio fratello sia davvero intenso?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi chiamo Benedetta, sono stata adottata dalla famiglia Migliorati e sono la sorella dello sposo. Se non fossi sua sorella, credo mi sarei innamorata di lui. O meglio, sono sempre stata innamorata di lui. Che per&amp;ograve; &amp;egrave; mio fratello ed ora si &amp;egrave; pure sposato. Per&amp;ograve; ho scattato delle gran belle immagini al suo matrimonio. Dicono di me che sono un&amp;rsquo;ottima fotografa, nonostante sia mezza cieca..e se lo dicono loro, ti puoi fidare. Ti lascio il numero dello studio, se vuoi un preventivo, chiamami.</description>
         <author>A.marti</author>
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         <pubDate>Mon, 25 Jan 2010 00:00:00 +0100</pubDate>
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         <title>Echi di celluloide - 10:John Carpenter</title>
         <link>http://www.tapirulan.it/articoli.php?id=278</link>
         <description>&lt;strong&gt;La dialettica &amp;ldquo;Interno-Esterno&amp;rdquo; nel cinema di John Carpenter&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;La revisione di alcuni film di John Carpenter, in questi giorni, mi spinge, da quel grafomane che sono, a svolgere qualche riflessione su questo autore schietto e mai altisonante, &amp;ldquo;cinefilo&amp;rdquo; nel senso buono del termine, appartenente alla stessa generazione di Spielberg, di Joe Dante, di Martin Scorsese. &lt;br /&gt;Troppo lungo e tedioso sarebbe, ovviamente, percorrere tutti i temi e gli spunti offerti dal cinema di Carpenter. Mi contenter&amp;ograve; di dire qualcosa che spero risulti interessante sulla coppia di opposti che fa, a mio giudizio, da base del cinema carpenteriano: la dialettica interno-esterno o, se preferite, &amp;ldquo;dentro-fuori&amp;rdquo;.&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; &lt;br /&gt;E&amp;rsquo; impossibile, vedendo Carpenter, non essere colpiti dalla continua, scopertissima opposizione tra interno ed esterno. Una dialettica tra i due opposti che, come vedremo, non rispetta sempre il medesimo schema basilare (dentro = sicurezza; fuori = minaccia, pericolo), ma lo ribalta in alcuni casi con ottima scelta narrativa e con interessanti risvolti filosofici. &lt;br /&gt;Ad ogni modo, com&amp;rsquo;&amp;egrave; facile constatare ripercorrendo brevemente la filmografia del regista, nella maggior parte dei casi il dentro, ovvero i luoghi chiusi e interni, coincide con la sicurezza o, quantomeno, con la momentanea salvezza dei personaggi, che devono sfuggire a delle minacce di varia origine. Si pensi alla chiesa circondata dai clochards assassini i invasati de &amp;ldquo;Il Signore del Male&amp;rdquo; (Prince of Darkness, 1987) o, pi&amp;ugrave; ancora, al distretto di polizia assediato dai delinquenti in &amp;ldquo;Distretto 13: le brigate della morte&amp;rdquo; (Assault on Precint 13, 1976). E che dire di &amp;ldquo;Fog&amp;rdquo; (The Fog, 1980), in cui il male, sotto forma dei fantasmi di marinai naufragati anni prima, arriva al mare, e assedia un&amp;rsquo;intera cittadina e i suoi abitanti, che si rifugiano nelle case, in una chiesa, e nel vecchio faro? &lt;br /&gt;Penso anche agli interni de &amp;ldquo;La Cosa&amp;rdquo; (The Thing, 1982), claustrofobici ma (necessariamente) contrapposti all&amp;rsquo;esterno, gelido e inospitale Polo Nord (e dal freddo del ghiaccio esterno alla base, non dimentichiamocelo, proviene il multiforme mostro. Ma, meglio ancora: esso proviene dallo Spazio, essendo di natura aliena, e allora il ragionamento carpenteriano si estende ad un dentro che &amp;egrave; il pianeta Terra e ad un fuori che &amp;egrave; lo Spazio profondo, fonte di minaccia e di pericolo&amp;hellip;).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E&amp;rsquo; tipico dei personaggi carpenteriani il barricarsi in una stanza (o in un ambiente) per opporre resistenza a qualcosa che vorrebbe entrare e ghermirli. Non mi spingo ad affermare che la resistenza in luoghi chiusi dei personaggi di Carpenter possa essere definita come una difesa dell&amp;rsquo;ordine contro il disordine portato da chi vorrebbe assalirli, anche perch&amp;eacute; il cinema del nostro &amp;egrave; un cinema fondamentalmente anarchico ( o &amp;ldquo;entropico&amp;rdquo;), che fin dai suoi esordi, col divertente e dissacrante &amp;ldquo;Dark Star&amp;rdquo; ( id. 1974), mirava a mettere alla berlina e a criticare gli stilemi della fantascienza &amp;ldquo;alta&amp;rdquo; (nel caso di quel lontano esordio, il &amp;ldquo;bersaglio&amp;rdquo; era nientemeno che &amp;ldquo;2001 &amp;ndash; Odissea nello Spazio&amp;rdquo; di Kubrick!).&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; &lt;br /&gt;L&amp;rsquo;esterno, per&amp;ograve;, &amp;egrave; spesso associato all&amp;rsquo;idea di pericolo, e questo anche per una (banale? Io non direi&amp;hellip;) esigenza narrativa, quella di &amp;ldquo;comprimere&amp;rdquo; l&amp;rsquo;intera storia in un unico ambiente e di metterla in scena rispettando le unit&amp;agrave; di tempo e di spazio che la filosofia aristotelica impone. Carpenter, in questo, si rivela dunque un regista &amp;ldquo;classico&amp;rdquo; come ce ne sono pochi! &lt;br /&gt;Il suo &amp;ldquo;stile&amp;rdquo; consiste nella riproposizione degli stilemi del cinema western in contesti, spesso ma non sempre, fantascientifici. &lt;br /&gt;Prendiamo il gi&amp;agrave; citato &amp;ldquo;Signore del Male&amp;rdquo;, caso-limite nell&amp;rsquo;ambito della tematica che stiamo affrontando. Gli studiosi entrano nella chiesa che ospita il misterioso &amp;ldquo;essere&amp;rdquo; e si trovano assediati da bande di clochards posseduti da una sorta di spirito maligno. Chi esce viene orrendamente ucciso (alcune sono tra le sequenze pi&amp;ugrave; splatter dell&amp;rsquo;intero cinema di Carpenter), e quando alcuni degli studenti vengono a loro volta posseduti, i superstiti non possono che ridurre lo spazio da loro controllato, barricandosi in un&amp;rsquo;unica stanza. Un intero blocco narrativo del film &amp;egrave; costruito, addirittura, sulla segregazione forzata del protagonista Dennis Dun in uno sgabuzzino: fuori, le donne demoniache e possedute lo osservano. L&amp;rsquo;interno nel quale si trova Dun &amp;egrave; una momentanea salvezza, dalla quale occorre comunque fuggire, attraverso un buco nel muro. Una salvezza, dunque, ma anche una prigione. Volendo volare alto, si potrebbe affermare che lo spazio chiuso, limitato, in Carpenter non &amp;egrave; atro che una funzione narrativa ideale, un palcoscenico su quale orchestrare un&amp;rsquo;azione perfettamente controllabile e raccontabile dalla macchina da presa.&amp;nbsp; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma proviamo a ribaltare la cosa: se nel &amp;ldquo;Signore del Male&amp;rdquo; sono i &amp;ldquo;buoni&amp;rdquo; a trovare rifugio nell&amp;rsquo;interno, in &amp;ldquo;Vampires&amp;rdquo; (id. 1998) sono i vampiri che, per essere uccisi, devono essere trascinati fuori dalle loro tane, alla luce del Sole. L&amp;rsquo;esterno &amp;egrave; in questo caso esiziale per i mostri, e salvifico per i &amp;ldquo;buoni&amp;rdquo; (fermo restando che l&amp;rsquo;orizzonte morale carpenteriano &amp;egrave; sempre molto sfumato: basti pensare ad un &amp;ldquo;eroe&amp;rdquo; come Jena Plissken!). &lt;br /&gt;E poi, a complicare e rendere allo stesso tempo pi&amp;ugrave; affascinante il tutto, c&amp;rsquo;&amp;egrave; il gi&amp;agrave; introdotto tema della POSSESSIONE, che in fondo &amp;egrave; un&amp;rsquo;altra sfaccettatura della dinamica dentro-fuori che anima il cinema carpenteriano. Che cos&amp;rsquo;&amp;egrave;, infatti, la possessione se non l&amp;rsquo;introdursi in un corpo di un&amp;rsquo;entit&amp;agrave; altra&amp;rdquo; in grado di controllare quel corpo e di spersonalizzarlo? Il corpo &amp;egrave; il dentro da difendere, la minaccia ancora una volta giunge da fuori. Penso soprattutto a quel puro &amp;ldquo;western fantascientifico&amp;rdquo; che &amp;egrave; &amp;ldquo;Fantasmi su Marte&amp;rdquo; (2001), ma anche al &amp;ldquo;Villaggio dei dannati&amp;rdquo; (Village of the Damned, 1995), con la piccola comunit&amp;agrave; di provincia (interno) &amp;ldquo;violata&amp;rdquo; dai misteriosi bambini alieni (prodotti di un &amp;ldquo;fuori&amp;rdquo; minaccioso e &amp;ldquo;altro&amp;rdquo;). E ancora, come non citare uno degli horror pi&amp;ugrave; adulti e inquietanti di Carpenter, &amp;ldquo;Il seme della follia&amp;rdquo; (In the Mouth of Madness, 1994), con la mente del razionale detective assicurativo John Trent minata e riempita dalla magmatica personalit&amp;agrave; del luciferino scrittore Sutter Cane. &lt;br /&gt;Infine&amp;nbsp; &amp;ndash; e qui varr&amp;agrave; la pena di spendere due parole in pi&amp;ugrave; &amp;ndash; penso a quel geniale, divertentissimo film che &amp;egrave; &amp;ldquo;Essi vivono&amp;rdquo; (They Live, 1988). Come si pu&amp;ograve; qualificare in breve la trama del film, se non come la scoperta da parte di un personaggio &amp;ndash; John Nada &amp;ndash; che &amp;ldquo;essi&amp;rdquo;, gli alieni, sono tra noi, camuffati e irriconoscibili, ovvero che essi sono gi&amp;agrave; DENTRO la nostra societ&amp;agrave;, senza che ce ne siamo accorti? L&amp;rsquo;elemento alieno, in &amp;ldquo;Essi vivono&amp;rdquo;, &amp;egrave; rivelato solo dall&amp;rsquo;utilizzo di uno speciale occhiale da sole; non ci sono astronavi che atterrano o che distruggono la Casa Bianca con micidiali raggi, non ci sono creature mostruose che scendono dai dischi volanti e occupano militarmente alcunch&amp;eacute;: ci sono solo esemplari di umanit&amp;agrave; che, allo sguardo dell&amp;rsquo; &amp;ldquo;illuminato&amp;rdquo; John Nada, appaiono per quel che sono veramente: dei corpi alieni camuffati, ancora una volta, degli intrusi. &lt;br /&gt;Il miglior tocco del cinema di Carpenter &amp;egrave; nella sua capacit&amp;agrave; di essere inquietante e destabilizzante anche e soprattutto quando &amp;egrave; particolarmente divertente. &lt;br /&gt;Si pensi all&amp;rsquo;importanza di un film come &amp;ldquo;Grosso guaio a Chinatown&amp;rdquo; (Big Trouble in Little China, 1986), col quale Carpenter introdusse nientemeno che principi di fisica quantistica nel suo modo di intendere il cinema in generale e l&amp;rsquo;horror in particolare (concezione che sar&amp;agrave; perfezionata nel gi&amp;agrave; citato, e pi&amp;ugrave; adulto, &amp;ldquo;Il Signore del Male&amp;rdquo;).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma, prima di perderci in considerazioni tanto interessanti quanto distanti dal tema che abbiamo scelto, torniamo a noi in cerca di una degna conclusione. E rifacciamoci allora ad uno dei testi-base di Carpenter, quel&amp;nbsp; &amp;ldquo;1997 &amp;ndash; Fuga da New York&amp;rdquo; (Escape from New York, 1981), che fonda il mitico personaggio di Jena Plissken (&amp;ldquo;Snake&amp;rdquo; in originale, come ormai sanno anche i bambini). Anche in questo caso, una dialettica interno-esterno, seppur ribaltata, costruisce il film: l&amp;rsquo;isola di Manhattan &amp;egrave; l&amp;rsquo;interno, l&amp;rsquo;enclave di ergastolani e di reietti, dalla quale il Presidente degli Stati Uniti (un grande Donald Pleasance) deve scappare con l&amp;rsquo;aiuto di Jena Plissken. Stavolta la salvezza coincide con l&amp;rsquo;esterno.&lt;br /&gt;Ma c&amp;rsquo;&amp;egrave; un esterno? Il finale, nero e desolante, sembra dire di no: il fuori si dimostra peggio del dentro, il Presidente non ha neanche un barlume di riconoscenza (&amp;ldquo;nessuna umana piet&amp;agrave;&amp;rdquo;, direbbe Jena&amp;hellip;) e non resta che la scelta dell&amp;rsquo;anarchia e della fiera disobbedienza per sopravvivere, almeno moralmente, alla terra bruciata dell&amp;rsquo;America oscura che, nel 1981, Carpenter aveva pensato (di poco&amp;hellip;) futura.&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; &lt;br /&gt;La prospettiva carpenteriana si radicalizza &amp;ndash; e qui concludiamo la nostra breve disamina &amp;ndash; col sequel, per certi aspetti deludente, soprattutto sul piano visivo, ma per altri interessante &amp;ndash; di &amp;ldquo;1997&amp;rdquo;, ovvero &amp;ldquo;Fuga da Los Angeles&amp;rdquo; (Escape from L.A., 1996). Pi&amp;ugrave; che un sequel, un remake, visto che in sostanza cambia solo l&amp;rsquo;ambientazione. La trama &amp;egrave; di fatto la medesima: Jena Plissken viene costretto ad introdursi in una Los Angeles divenuta isola in seguito ad un devastante terremoto per recuperare l&amp;rsquo;unica arma in grado di &amp;ldquo;spegnere&amp;rdquo; il mondo, annientando ogni apparecchiatura tecnologica. &lt;br /&gt;Cambia solo, ampliandosi, il senso del &amp;ldquo;pessimismo&amp;rdquo; carpenteriano. John Carpenter &amp;egrave;, in fondo, un grande individualista, e quasi gli spiace di esserlo, perch&amp;eacute; sente in questo la sconfitta di ogni modello di societ&amp;agrave;. Per questo il suo &amp;egrave; un &amp;ldquo;cinema dell&amp;rsquo;assedio&amp;rdquo; (la definizione &amp;egrave; mia), un cinema che forse sarebbe meglio definire &amp;ldquo;della resistenza&amp;rdquo;, un cinema costruito interamente o quasi sulla dialettica tra un &amp;ldquo;dentro&amp;rdquo; da difendere e un &amp;ldquo;fuori&amp;rdquo; minaccioso e distruttivo. &lt;br /&gt;Quando questa dialettica si inverte o, peggio, quando viene meno, il pessimismo carpenteriano &amp;egrave; completo, giacch&amp;eacute; egli arriva ad affermare che non c&amp;rsquo;&amp;egrave; pi&amp;ugrave; salvezza neanche nella fuga o nella resistenza all&amp;rsquo;assedio. &lt;br /&gt;E cos&amp;igrave;, coerentemente, quando Jena Plissken esce vivo dalla infernale Los Angeles per scoprire (ma in fondo lo sapeva gi&amp;agrave;) che il &amp;ldquo;fuori&amp;rdquo; &amp;egrave; ancora pi&amp;ugrave; infernale, preda di un moralismo gretto e unificante che ha ucciso ogni possibile &amp;ldquo;american spirit&amp;rdquo;, l&amp;rsquo;eroe pi&amp;ugrave; antieroico del cinema di Carpenter non pu&amp;ograve; far altro che &amp;ldquo;spegnere&amp;rdquo; il mondo utilizzando la stessa arma che gli era stato chiesto di recuperare. &lt;br /&gt;E il finale, apocalittico, riscatta un film-fotocopia scialbo come pochi. &lt;br /&gt;I losers di John Carpenter, personaggi come Reggie MacReady, John&amp;nbsp; Nada, Jack Burton, Jena Plissken, sono l&amp;rsquo;American Spirit pi&amp;ugrave; puro e intatto, sono le filiazioni degli eroi del western rivisitati e aggiornati, sono i resistenti sulle barricate della &amp;ldquo;umana piet&amp;agrave;&amp;rdquo; e della libert&amp;agrave; che stanno scomparendo.&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; &lt;br /&gt;Non sar&amp;agrave;, allora, che il Cinema stesso si configura come il grande &amp;ldquo;dentro&amp;rdquo;, il &amp;ldquo;bozzolo&amp;rdquo; nel quale lo spirito triste-allegro, dissacrante, libertario e anarchico di John Carpenter si &amp;egrave; racchiuso, nel tentativo di difendersi da quel &amp;ldquo;fuori&amp;rdquo; che &amp;egrave; la perdita generalizzata di valori, la nullificazione*, il nichilismo?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;-----&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;* Un interessante parallelo &amp;egrave; quello che si pu&amp;ograve; istituire con &amp;ldquo;La Storia Infinita&amp;rdquo; (Neverending story, Wolfgang Petersen, 1984), dove il regno di Fantasia (il &amp;ldquo;dentro&amp;rdquo;) &amp;egrave; minacciato dall&amp;rsquo;incedere del Nulla (il &amp;ldquo;fuori&amp;rdquo;). Va detto per&amp;ograve; che Petersen incentra il suo discorso, come del resto l&amp;rsquo;autore del romanzo Michael Ende, sulla pratica della lettura pi&amp;ugrave; che sulla visione, e quindi sul Cinema. E&amp;rsquo; leggendo che Bastian, il giovane protagonista, scopre Fantasia e interviene in suo soccorso. </description>
         <author>Matteo Fontana</author>
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         <pubDate>Mon, 18 Jan 2010 00:00:00 +0100</pubDate>
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         <title>All'asilo:</title>
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         <description>La mia maestra ha i capelli neri. Li porta raccolti sulla nuca e sembra avere una testa enorme. Anche i suoi vestiti sono neri. E&amp;rsquo; sempre seria e non sorride mai. Credo sia per colpa nostra. La facciamo arrabbiare e lei urla. Tutti i giorni. Io provo a fare il bravo ma lei mi sgrida sempre. Proprio non ci riesco, a fare il bravo.&lt;br /&gt;La mia maestra &amp;egrave; molto alta. Ha gambe e braccia lunghissime. Se proviamo a correre ci prende subito. Non vuole che corriamo o che giochiamo. Dice che dobbiamo stare fermi e fare silenzio. Martina invece parla sempre e allora la maestra la sgrida e dopo lei piange e quando piange fa ancora pi&amp;ugrave; rumore ed &amp;egrave; peggio. Io allora mi metto le mani sulle orecchie per avere il silenzio ma il pianto si sente lo stesso. Io per&amp;ograve; non piango pi&amp;ugrave;. Prima piangevo ma la maestra non voleva e cercava di farmi smettere. Io&amp;nbsp; ci provavo inutilmente e allora la maestra mi copriva gli occhi e mi chiudeva la bocca ma le lacrime uscivano lo stesso e anche le grida. Lei premeva forte ma non c&amp;rsquo;era verso. Gli altri bambini mi guardavano in silenzio senza fiatare e io volevo essere come loro, bravi, composti. Cercavo anche di trattenere il respiro ma finivo sempre per scoppiare in singhiozzi. Allora la maestra era costretta a mettermi al buio nell&amp;rsquo;armadio . Perch&amp;eacute; i bambini cattivi devono stare nell&amp;rsquo;armadio, e io ero cattivo. Ora sto buono perch&amp;eacute; al buio non ci voglio pi&amp;ugrave; tornare. C&amp;rsquo;&amp;egrave; freddo e non si vede niente. Io ho paura del buio. Martina invece la mette ancora.&lt;br /&gt;La mia maestra dice che il cibo non va sprecato. Dobbiamo sempre mangiare tutto perch&amp;eacute; i bambini poveri non hanno niente. A me non piace la pappa della maestra ma la mangio lo stesso. Anche la mamma mi dice sempre che devo mangiare tutto e quello che mi d&amp;agrave; &amp;egrave; pi&amp;ugrave; buono, per&amp;ograve; non sempre ce la faccio e allora avanzo. Io lo so che per diventare grandi bisogna mangiare tanto e vorrei avere la pancia pi&amp;ugrave; grande cos&amp;igrave; ci riuscirei senza problemi. Una volta mentre la maestra mi imboccava ho vomitato e lei mi ha fatto mangiare tutto ancora una volta. Io non volevo rimangiare ma lei mi costringeva con forza. La pappa mi andava anche nel naso e allora tossivo e rigurgitavo di nuovo ma lei mi teneva ferma la testa e mi dava tante botte sulle mani. Quando sono tornato a casa la mamma mi ha chiesto come mi ero procurato quei lividi ma io ho detto che ero caduto. Non volevo che sapesse che ero cattivo e che non avevo mangiato tutto.&lt;br /&gt;La mia maestra ha sempre ragione. Anche la mia mamma lo dice sempre. Dice che devo fare il bravo e ascoltare la maestra. A casa ci riesco e infatti la mamma non mi sgrida mai, ma a scuola la maestra si arrabbia sempre. Tutti a scuola facciamo tanto arrabbiare e la maestra ci deve dare le botte o metterci al buio. Cos&amp;igrave; impariamo.</description>
         <author>Andrea</author>
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         <pubDate>Mon, 11 Jan 2010 00:00:00 +0100</pubDate>
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         <title>Music corner - 24:Una puntata di Tom & Jerry</title>
         <link>http://www.tapirulan.it/articoli.php?id=269</link>
         <description>&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Yes, we Cage&amp;nbsp;22/10/2009 - Parma, Casa della Musica&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;All&amp;rsquo;improvviso mi trovo tra le dita questo pomeriggio. Non che io sia contrario ai pomeriggi di cazzeggio. Per carit&amp;agrave;. Solo che all&amp;rsquo;ultimo momento... cos&amp;igrave;... Che disdetta. Saperlo prima avrei potuto organizzarmi un po&amp;rsquo;, no? Crearmi un cazzeggio studiato, ecco. Un cazzeggio d&amp;rsquo;autore.&lt;br /&gt;Poi, chiss&amp;agrave; come, mi ricordo della giornata dedicata a John Cage. E&amp;rsquo; proprio oggi. Conosco Cage, s&amp;igrave;, ma&amp;nbsp; soltanto perch&amp;eacute; Zappa lo annoverava tra i suoi maestri.&lt;br /&gt;&amp;ldquo;Daisy vieni?&amp;rdquo; &amp;ldquo;Cos&amp;rsquo;&amp;egrave;?&amp;rdquo; &amp;ldquo;Che ti frega? Vieni o no?&amp;rdquo; &amp;ldquo;Ma certo. Arrivo&amp;rdquo;. Figurati. Quella, per cazzeggiare...&lt;br /&gt;Due concerti presso la Casa della Musica: uno al pomeriggio e l&amp;rsquo;altro di sera. &lt;em&gt;Imaginary landscapes 1-5&lt;/em&gt; e, pi&amp;ugrave; tardi, una delle opere pi&amp;ugrave; significative del compositore: &lt;em&gt;Sixteen dances&lt;/em&gt;.&lt;br /&gt;La sala &amp;egrave; gremita. Qualche vecchio bacucco e tanti giovani &amp;ldquo;Ce n&amp;rsquo;&amp;egrave; di gente che non ha un accidente da fare&amp;rdquo;, dico a Daisy. Fa un sorriso circostanziale e va avanti a leggersi la brochure.&lt;br /&gt;Sul palco la strumentazione &amp;egrave; lussurreggiante: due piatti per vinili, una grancassa, numerose percussioni di ogni specie e dimensione, un pianoforte, tubi di metallo, lastre di lamiera, una molla di ferro e, in primo piano, tre set percussivi di barattoli di latta. Entra il direttore d&amp;rsquo;orchestra. Applausi. Un inchino solenne. Parte l&amp;rsquo;esecuzione di &lt;em&gt;Imaginary landscapes 1&lt;/em&gt;: composizione acustica per due giradischi a velocit&amp;agrave; variabile, dischi con regisrazioni di frequenze, pianoforte preparato e piatto sospeso.&lt;br /&gt;E ora tocca a me. Intendo: nella finzione di questa recensione.&lt;br /&gt;Come dite? Che non so cantare? Che sono stonato? Ah, s&amp;igrave;? E allora vedrete. Vedrete di cosa sono capace.&lt;br /&gt;Hehhm huhmm. Cough cough.&lt;br /&gt;Inspiro.&lt;br /&gt;Vai.&lt;br /&gt;Uooooooou uiiiiuooooooou uiiiiiiiiiiii uououoooou. (Questo &amp;egrave; il giradischi. L&amp;rsquo;esecutore sta muovendo la manetta della velocit&amp;agrave;. Il vinile riproduce un tono puro ma la frequenza cambia con la velocit&amp;agrave; di rotazione del piatto.)&lt;br /&gt;Uooooou uiiiii chruuoooo chruiii chrchrchruooochruiiiiiiiiiiii. (Il tizio sta ora alzando e abbassando la puntina col dito.)&lt;br /&gt;Pliac pliac pliac plioc plioc pliuuuuc. (Entra il &amp;ldquo;piano preparato&amp;rdquo;. La pianista muove la testa su e gi&amp;ugrave;, all&amp;rsquo;inseguimento di una concentrazione che ronza intorno, ma sfugge.)&lt;br /&gt;Uooooou uiiiii chruuoooo. Chrchrchr. Pliac pliac plioc pliuuuuc. Chrchrchruiiiiii.&lt;br /&gt;Shshshshshshshshshshsh. (Questo &amp;egrave; il piatto sospeso.)&lt;br /&gt;(Il ragazzino di fianco a me &amp;egrave; prono in avanti, le mani sulla nuca come se gli avessero rubato le orecchie. Shhhh, fate piano. Non deconcentratelo.)&lt;br /&gt;Uooooou uiiiii chruuoooo. Chrchrchr. Pliac pliac plioc pliuuuuc. Chrchrchruiiiiii. Shshshshshshshshshshsh. Uooooooou uiiiiuooooooou. Shshshshsh. Pliac plioc pliuuuucchrchrchrchrshshshshshs. Uiiiiiiiiiii uiiiiiiii pliacpliac plioc uiiiichrchrpliuuuuc.&lt;br /&gt;(Il direttore d&amp;rsquo;orchestra &amp;egrave; di spalle e muove le braccia nell&amp;rsquo;aria solfeggiando mosconi. Una goccia di sudore gli riga lo zigomo.)&lt;br /&gt;Uooooou uiiiii chrshshshshhhh pliac pliac plioc uuuuuuou shshshshsh.&lt;br /&gt;(Il direttore fa un grande respiro. Allarga le braccia a mo&amp;rsquo; di polena e guarda in alto con le palle degli occhi come a scongiurare cacate di gabbiano. I ragazzi sul palco chinano il capo e trattengono il fiato. Poi il direttore abbassa le braccia e tutti buttano fuori l&amp;rsquo;aria. L&amp;rsquo;esecuzione &amp;egrave; finita. Applausi.)&lt;br /&gt;E allora? Come me la sono cavata? Dite, dite.&lt;br /&gt;&lt;em&gt;Imaginary landscapes 2 e 3&lt;/em&gt; riprendono le sonorit&amp;agrave; della prima composizione. Stessa strumentazione, con l&amp;rsquo;innesto di un fracassoso trittico di barattoli che fanno grosso modo cos&amp;igrave;: rattecleclatecleclattecleclat rattecleclatteclatteclatteclat. Rattecheclat.&lt;br /&gt;Per il quarto episodio ci spostiamo nell&amp;rsquo;adiacente Casa del suono. Al centro della sala, ventiquattro musicisti suonano dodici radioline portatili, due per ciascuna: uno il volume e l&amp;rsquo;altro la manetta delle frequenze (vedi foto). Il direttore d&amp;rsquo;orchestra solfeggia e imbecca di volta in volta quest&amp;rsquo;uno o quell&amp;rsquo;altro. I ragazzi alzano e abbassano il volume eseguendo crescendi, piani, forti, glissati, muovono la manetta delle frequenze avanti e indietro, seguendo scrupolosamente lo spartito. Mi sono anche avvicinato a guardarlo, lo spartito. Ero troppo curioso.&lt;br /&gt;L&amp;rsquo;esecuzione dura parecchi minuti. Non voglio annoiarvi. Vi canter&amp;ograve; un breve estratto. Il ritornello.&lt;br /&gt;Fzzzzzzzz-fzzzzz-fz-fz-fz-CONNOISUICENTOQUATTROMEGAERZ-fzzziuuzhzhzhzcchchchc- MEDICIDENTISTI-chchcffzzzzzszszs-tztztztzscccchchc-VERGINREEDI&amp;Ograve;-fzfzfzchchc-parapapparapaaa-zzzzzzt-UNAVIIITADAAAAMEDIANOUUU.&lt;br /&gt;Il quinto &amp;quot;landscape&amp;quot; &amp;egrave; pi&amp;ugrave; o meno la stessa cosa, ma precotto su nastro magnetico. Lo spartito &amp;egrave; costituito dalle istruzioni per preparare il nastro. La ricetta, insomma. Lo ascoltiamo all&amp;rsquo;interno di uno stanzone bianco ottofonico dotato di 198 altoparlanti. 24,75 per ciascuna fon&amp;igrave;a. Il musicista preme play e per tutto il tempo se ne sta davanti al registratore a guardarlo. Al termine preme stop e fa un inchino. Applausi.&lt;br /&gt;Cos&amp;igrave; tanti applausi che il direttore d&amp;rsquo;orchestra si sente in dovere di riproporre &lt;em&gt;Imaginary landscapes 4&lt;/em&gt;, quello delle radioline.&lt;br /&gt;Daisy mi tira per un braccio: &amp;ldquo;Devo andare&amp;rdquo;.&lt;br /&gt;&amp;ldquo;Ci sei stasera?&amp;rdquo;, le faccio.&lt;br /&gt;&amp;ldquo;Purtroppo no. c&amp;rsquo;ho teatro&amp;rdquo;.&lt;br /&gt;Io s&amp;igrave; che ci sono, stasera. Sicuro che ci sono.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Secondo la brochure &amp;ldquo;Non si pu&amp;ograve; spiegare la musica di Cage, dal momento che non si pu&amp;ograve; spiegare un linguaggio che non c&amp;rsquo;&amp;egrave;, dopo che Cage ha tolto i puntelli a ogni riferimento culturale e da l&amp;igrave; si pu&amp;ograve; solo continuare a creare pensiero all&amp;rsquo;infinito&amp;rdquo;.&lt;br /&gt;E allora far&amp;ograve; come dice il Maestro: mi risparmier&amp;ograve; spiegoni, critiche e battutine, e lascer&amp;ograve; che il mio pensiero svolazzi nell&amp;rsquo;iperuranio, tra i comignoli di questa infinita citt&amp;agrave; di idee.&lt;br /&gt;Atterro su un tetto.&lt;br /&gt;Ero a Parigi, all&amp;rsquo;ultimo piano del Pompidou e cercavo affannosamente la &lt;em&gt;Fontana&lt;/em&gt; di Duchamp per dirlo a Gualandri. A un certo punto vidi un crocchio di persone. Avevano le mani dietro la schiena e contemplavano con grande interesse un punto poco pi&amp;ugrave; in alto dei loro nasi. Mi avvicinai incuriosito. Sul muro non c&amp;rsquo;era nulla. Un quadro, un&amp;rsquo;installazione, una foto, una scritta. Nulla di nulla. Un pezzo di muro bianco. Mi imposi di memorizzare quella scena per includerla nel mio prossimo racconto. Guardai meglio: dal soffitto, appeso a un gancio, penzolava uno strofinaccio (una &amp;ldquo;tela&amp;rdquo;) imbevuto di pittura grigiastra.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Per &lt;em&gt;Sixteen dances&lt;/em&gt;, se possibile, la sala &amp;egrave; ancora pi&amp;ugrave; affollata. L&amp;rsquo;opera prevede un violino, un flauto, una tromba, un violoncello, un pianoforte e quattro percussionisti. L&amp;rsquo;esecuzione dura quasi un&amp;rsquo;ora. Clang piripiripiri bongbongbong BOOOOMBOOOM plinplinplin gniiiiieeee (questo &amp;egrave; il violino) chchchch fuuuuuu.&lt;br /&gt;All&amp;rsquo;inizio sono perplesso ma poi succede qualcosa.&lt;br /&gt;Mentalmente seguo alcune linee, altre me le immagino. Aggiungo dei suoni, altri li ignoro. Ascolto qualche battuta e poi mi distraggo, a volte mi concentro sul modo in cui lo strumento &amp;egrave; suonato. E a un certo punto mi accorgo che se chiudo gli occhi e seguo la musica mi vedo Tom e Jerry che si inseguono, vedo Tom che casca in una grondaia e sguscia fuori dal fondo con la forma della grondaia, vedo Jerry strafottente che smangiucchia del formaggio, vedo la coda di Tom che brucia, Tom che se la prende in mano e caccia un urlo. E cos&amp;igrave; via.&lt;br /&gt;Allora mi metto nella posizione del tizio di oggi, quello a cui avevano fregato le orecchie, chiudo gli occhi e mi faccio il mio trip personale. La mia personale puntata di &lt;em&gt;Tom &amp;amp; Jerry&lt;/em&gt;, senza Tom e Jerry.&lt;br /&gt;Secondo la brochure Cage ha sempre rifiutato ogni lettura espressiva delle proprie creazioni. E allora gli devo chiedere scusa, a John Cage. Devo scusarmi con lui per questa vaniloquente recensione. Per aver avuto l&amp;rsquo;ardire di definire il suo &lt;em&gt;Sixteen dances&lt;/em&gt; alla stregua di &amp;ldquo;una puntata di &lt;em&gt;Tom &amp;amp; Jerry&lt;/em&gt; senza Tom e Jerry&amp;rdquo;.&lt;br /&gt;Ma a me piace pensare, in uno dei miei frequenti deliri egotici, mi piace credere che John Cage da lass&amp;ugrave; per qualche ragione mi abbia sentito. Voglio pensare che ha abbozzato un sorriso incorporeo e poi ha rifilato una gomitata nei reni a Stockhausen, e gli ha strillato &amp;ldquo;Tom &amp;amp; Jerry senza Tom e Jerry! Yeah! B&amp;egrave;ccati questa, fratello!&amp;rdquo;&lt;/p&gt;</description>
         <author>UfJ</author>
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         <pubDate>Mon, 21 Dec 2009 00:00:00 +0100</pubDate>
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         <title>Un aiutino?:</title>
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         <description>Marisa &amp;egrave; in linea.&lt;br /&gt;Da dove, non si sa.&lt;br /&gt;Non ha voluto dirlo.&lt;br /&gt;Forse si vergogna.&lt;br /&gt;Magari non ci ha pensato.&lt;br /&gt;Comunque ha vent&amp;rsquo;anni e se li sente stretti addosso.&lt;br /&gt;Per lo meno, quando la vedi l&amp;rsquo;impressione &amp;egrave; quella.&lt;br /&gt;Ha la la voce incrinata, come se una sottile crepa corresse lungo tutte le corde vocali.&lt;br /&gt;Spera che non si metta a piangere in diretta.&lt;br /&gt;Non &amp;egrave; preparato.&lt;br /&gt;Lavora in radio da anni, ma nessuno hai mai fatto scenate o messo in piedi la solita scena madre.&lt;br /&gt;Di solito chiama gente allegra.&lt;br /&gt;Che magari dice delle banalit&amp;agrave; allucinanti, ma non crea grossi problemi.&lt;br /&gt;Lei esita. Apre la bocca per dire qualcosa. Poi si ferma.&lt;br /&gt;Non &amp;egrave; abituata a mostrare le mutande a estranei.&lt;br /&gt;Ci vogliono quelli giusti, altrimenti &amp;egrave; un gesto buttato via.&lt;br /&gt;Si decide.&lt;br /&gt;&lt;em&gt;S&amp;igrave; perch&amp;eacute; quando mi viene la depressione mi siedo per terra. Non importa dove sto. Mi siedo. Le chiappe a stretto contatto con il pavimento o qualcunque cosa sia sotto di me. E aspetto. Che passi. A volte aspetto un sacco. Mai pi&amp;ugrave; di due ore, per&amp;ograve;. In fondo, sono una ragazza semplice. Mi basta poco per essere contenta. E quando mi &amp;egrave; passata, mi alzo. Poi penso. A tutto. Cio&amp;egrave;&amp;hellip; quasi tutto. Comunque ho un posto preferito. La scalinata del bar. Quello che fa angolo con la via principale. Mi siedo sul terzo scalino. E aspetto. Intanto guardo. I passanti. Le targhe delle macchine. Quelle cose l&amp;igrave;, ecco. I clienti, ormai, si sono abituati alla mia presenza. Non protestano. Anzi, mi salutano. A volte mi offrono qualcosa. Ma io rifiuto perch&amp;eacute; sto bene cos&amp;igrave;. I miei, invece rompono come chiss&amp;agrave;. Mi assillano. Mi stanno addosso. S&amp;igrave;, perch&amp;eacute; mi guardano tutti&amp;hellip; perch&amp;eacute; per terra c&amp;rsquo;&amp;egrave; sporco&amp;hellip; perch&amp;eacute; dopo loro figurano male. Quelle cose l&amp;igrave;, dai. Lo sai anche tu come funzionano certe cose.&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;Pausa. Intanto lui annuisce con finta sicurezza. Tanto per far vedere che se ne intende, che sa come si sta al mondo.&lt;br /&gt;&lt;em&gt;A me le cose vanno bene cos&amp;igrave;. Per&amp;ograve;, come ti ho detto, i miei rompono. Non so come comportarmi. Non chiedo mica molto. Solo che mi lascino in pace. Allora voglio chiedere a te, che conosci noi giovani, che capisci il nostro modo di pensare e ti metti sempre nei nostri panni&amp;hellip; cosa posso fare?&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;Probabilmente non lo sa nemmeno lui.&lt;br /&gt;O le risponde, o manda la pubblicit&amp;agrave;.&lt;br /&gt;Ma non sarebbe carino.&lt;br /&gt;Allora?&lt;br /&gt;Si schiarisce la voce.&lt;br /&gt;Gli &amp;egrave; venuta la trovata geniale.&lt;br /&gt;&lt;em&gt;Alzati, entra nel bar e ordina un cappuccino.&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;Dall&amp;rsquo;altra parte si avverte un silenzio da cripta.&lt;br /&gt;La linea &amp;egrave; caduta.&lt;br /&gt;E lui spera che non si sia fatta male.</description>
         <author>Abate Lunare</author>
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         <pubDate>Mon, 14 Dec 2009 00:00:00 +0100</pubDate>
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