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RACCONTI
Taccuino cipriota
Autore:  ERIKA DE BORTOLI / Pubblicata il:  28.05.2007

2000. Fine del mese di Luglio. L’aereo decolla all’imbrunire. Sorvola la costa orientale dell’Italia. Il mio paese natale poco a poco si trasforma in un cielo capovolto sul quale si stagliano, come intricate ragnatele, le luci delle città. Scalo ad Atene verso mezzanotte. Con una semplice carta d’identità mi bastano pochi secondi per attraversare la frontiera. Alla mia sinistra invece un lunga colonna di famiglie turche attende con aria stanca e preoccupata il suo turno. Veli, barbe, bimbi in braccio, a terra, seduti sulle valige. Wellcome to Cyprus.
Ora è notte fonda. Vengono a prendermi in automobile. L’auto scorre veloce tra bianche dune rocciose che ricordano quelle lunari. L’abitazione che mi ospita, come quelle che la circondano, è bassa, attorniata da palme e fichi, con un muro di cinta in mattoni grezzi. L’artificiale luce notturna rivela profili di antenne paraboliche e cisterne d’acqua, collocate sui tetti degli edifici. Già! Perché- come mi informano quando m’appresto a fare la doccia- l’acqua, in tutta l’isola, viene portata alle abitazioni solamente due, tre volte a settimana con delle autobotti. Aggiungono che per gli anni a venire è prevista la costruzione di impianti di desalinizzazione. Dormirò in una stanza arredata con mobili rossi. Una parete è gialla, un’altra azzurra. Le imposte sono verdi, i vetri dipinti. Opera di Froso, ragazza greco-cipriota che mi ospita, ma anche di un retroterra culturale che fa sì che le persone indossino abiti dalle fantasie variopinte. Perfino le firme italiane di lingerie e abbigliamento, qui esportate e trapiantate, nelle loro vetrine espongono abiti decisamente più sgargianti dei nostri. M’assopisco sopraffatta da stanchezza, accesa curiosità e già forti emozioni.
Mi alzo a mattina inoltrata. Andrea, padre di Froso, sta guardando la televisione adagiato su di una poltrona posta in terrazza. I vicini cucinano carne su di un barbecue, ascoltando la radio. Il telefono squilla più volte: amici di Froso che si trattengono lungamente al telefono. L’aria vibra d’onde sonore d’intensità elevata. Nessuno sembra curarsi dell’assordante rumore complessivo. D’altro canto a Cipro c’è musica ovunque e ovunque questa ci sia è ad alto volume: dalle automobili alle abitazioni private, dalle caffetterie alle numerose discoteche. Visitare questo paese soltanto con la macchina fotografica non è sufficiente: sarebbe necessario pure un registratore!
Maria, madre di Froso, sta cucinando. In una terrina è pronta un’insalata di cetrioli, pomodori, cipolle fresche, peperoni rossi e fèta. In un piatto è stato tagliato un formaggio che per consistenza somiglia alla nostra mozzarella, ma è più compatto e salato. Si chiama halumi e si consuma con frutta fresca: anguria, fichi o uva. Mentre viene preparata la tavola mi affaccio alla finestra. Una distesa di terra brulla, altre abitazioni intonacate di bianco. D’un tratto il mio sguardo s’arresta. Non crede a se stesso: del filo spinato! Sacche di iuta, riempite forse di terra, e filo spinato! Ho dormito a non più di cento metri dalla Greenline, il confine greco-turco! La linea verde, che prende il nome da un segno tracciato nel 1974 da un generale su una mappa dell’isola, divide in due Cipro e Nicosia, sua capitale e città in cui mi trovo. Nicosia è l’ultima capitale europea ancora divisa da un confine di stato. Osservo la strada che costeggia il confine, le carrozzerie corrose delle Land Cruiser e dei Pick-up che la percorrono, la polvere sollevata. Ne respiro l’epica. La stessa che tra breve ritroverò nei racconti di Andrea. Il pranzo trascorre festoso. Le pietanze sono gradevolmente fresche considerando l’elevata temperatura, oscillante tra i 42 e i 45 gradi centigradi. Dopo pranzo mi viene servita una tazza di caffè accompagnata da un bicchiere d’acqua. Prima di berlo bisogna attendere che se ne depositino i fondi perché qui, il caffé, a differenza di quanto accade da noi, non viene filtrato.
Mentre i fondi si depositano Andrea inizia il suo racconto. E’ stato profugo tre volte: nel 1959, nel 1963 e nel 1974. Da 26 anni non vede la sua casa, rimasta nella parte turca, non sa chi vi abiti. Mi spiega che nel 1974 un colpo di stato depose il presidente greco vigente in favore di un altro favorevole all’Enois (unione di tutti i greci, della terraferma come dell’isola di Cipro). Navi turche invasero l’isola da Nord dando avvio ad un travaso di popolazione dall’Anatolia all’area settentrionale di Cipro. Ciò comportò- in tale regione- un aumento della criminalità nonché un’abusiva e deturpante speculazione edilizia. Inoltre si diede avvio ad un’operazione di pulizia etnica che costrinse molti greci a rifugiarsi nell’attuale parte greca dell’isola. Soltanto agli anziani, considerati inoffensivi, fu concesso di restare. Mi rattrista apprendere da parole venate di malinconia che escono dalla bocca di Andrea, che Cipro, fino a pochi decenni fa, era molto verde, ma i ripetuti bombardamenti l’hanno trasformata nell’area semideserta che è oggi. Cipro è ricca in petrolio e gas naturale. Per questa ragione e per la sua collocazione al centro del Mediterraneo rappresenta un luogo d’interesse economico e strategico. A causa di tali fattori è oggetto di contesa militare e politica. Tale situazione ha però i suoi vantaggi perché gran parte delle famiglie greche gode di tutta una serie di comfort. I legami con l’Inghilterra sono chiaramente visibili: le prese della corrente elettrica; la lingua inglese che quasi tutti parlano; la circolazione delle auto a sinistra; le divise da collegiali degli studenti. Molti greci ciprioti risiedono per alcuni anni in Inghilterra o negli Stati Uniti. Poi ritornano. Anche il legame con gli Stati Uniti è molto stretto, semplice e visibile agli angoli delle strade dove sorgono piccoli caffé. Al loro esterno, su piattaforme di cemento, sono collocati tavoli e sedie di legno o metallo sulle quali siedono anziani e militari statunitensi. Chiacchierano, scherzano, brindano e giocano a carte o a davli (simile alla nostra dama).
Terminati pranzo e racconto esco con Froso. Mi fermo a fotografare le piccole motociclette colorate che usano qui. Colgo la presenza di numerose automobili giapponesi e di alcune Alfa Romeo che ad avviso dei ciprioti sono belle, ma creano molti problemi! Entrando in città scorgo l’insegna di uno stabilimento della Coca-Cola. Qui se ne beve molta e nei campi capita di scorgere autobus in disuso adibiti a chioschi della medesima. Al tramonto abitazioni, colline, antenne, cisterne e vetri delle finestre diventano iridescenti. Il cielo si tinge di rosa, giallo, azzurro nonostante non vi siano nubi . Non si scorgono né odono voli di stormi. Non appena si fa buio scopro che dopo una certa ora nella parte turca scatta una sorta di coprifuoco: la parte greca resta illuminata e vive per tutta la notte, quella turca si rabbuia e tace. Nella parte turca si può entrare soltanto con un visto, pagando una certa quota per ottenerlo, ma anche possedendolo dopo le cinque della sera si deve rientrare. Per un turco che voglia recarsi nella parte greca la procedura da seguire è più complessa: dovrà recarsi prima ad Ankara, poi ad Atene, infine nella parte turca dell’isola. Per un europeo è tutto più semplice. Froso mi conduce con sé in un locale notturno. Suonano musica dal vivo. Tutti cantano, si muovono, ballano, anche da soli, senza vergogna. I tratti dei visi che mi circondano sono arabi, egiziani, marocchini, orientali. Alcuni li diresti perfino eschimesi. E’ evidente che sull’isola si sono incontrati molti popoli diversi. Tra un cocktail ed un altro conosco il reporter di un canale televisivo. Disquisisco con lui dei rapporti tra Cipro e la CEE. Prende la parola: «Spero che Cipro vi entri prima della Turchia così da poter esprimere il proprio veto all’ingresso della Turchia medesima». Vero è che quest’ultima ha chiesto di entrare nella CEE nel 1987, vale a dire tre anni prima che lo abbia fatto Cipro. «Probabilmente i due paesi vi entreranno contemporaneamente. Il fatto che i turchi siano mussulmani ha creato molti problemi. In Curdistan, ai confini con l’Iran e con la Siria. Cipro stessa è stata invasa (1974). In Iran, negli ultimi anni la Turchia ha guadagnato 25 km di frontiera». Per quanto trovi semplificatorio, azzardato e riduttivo il suo accostamento tra turchi e mussulmani lascio che seguiti ad esprimere le sue opinioni. Il reporter nel 1974 aveva sei anni. Ricorda le bombe, la fuga, uomini arruolati, donne che piangevano e poi si rimboccavano le maniche. I dispersi furono migliaia. Qui guerra, memoria, ricordo sono ancora vivi. Affogo questi pensieri in un dolce confezionato con miele e pistacchi. Per tutto il tempo in cui mi tratterrò qui Froso mi porterà a mangiarne. Questo genere di dolci le piacciono molto e in effetti c’è un che di speciale a fermarsi di notte, in una delle numerose pasticcerie che restano aperte fino all’alba, a scegliere e assaggiare pasticcini e focacce.
Al mattino, con Maria e Andrea, prendo parte ad una cerimonia ortodossa. Ci si mette in fila e si baciano delle icone. La grande chiesa in cui ci troviamo ne è piena. Si baciano le immagini e si versa un piccolo obolo. Al centro dell’icona c'é l’immagine del santo. Ai suoi margini viene rappresentata la sua storia. Attorno all’icona vengono deposti mazzi di fiori secchi. All’ingresso della chiesa, in segno di benvenuto, sono posti cesti contenenti del pane che si può prendere e mangiare. Alcuni cantori si alternano al microfono. Per quanto le melodie ortodosse somiglino a quelle arabe e dunque siano di difficile comprensione per me ho l’impressione di riuscire a capire che alcuni cantori sono intonati. Altri meno.
Nel pomeriggio lasciamo la città percorrendo il brullo e selvaggio entroterra cipriota. Il silenzio, il calore, le distese aperte mi restituiscono un gradevole senso di appartenenza alla terra predisponendomi quanto mai efficacemente a ciò che mi attende: la visita di un monastero ortodosso. Per quanto sperduto tra le montagne è curatissimo e pieno di fiori. I pavimenti sono in pietra, i soffitti di canna intrecciata. Attorno s’estendono vigneti, piante di fico, ulivo e noce. Non mancano palme e rododendri. Le monache ortodosse sono sempre e tutte di clausura. Vestono modestamente, indossano un velo avvolto alla testa e grembiuli lunghi con grandi tasche nelle quali trasportano attrezzi da lavoro. Nella chiesa del convento si affastellano icone, lampadari, portacandele pendenti dal soffitto.
Dopo la visita al convento Andrea e Maria mi accompagnano a Lefkara, suggestiva cittadina in cui vengono confezionati merletti e dolciumi gommosi. Pranziamo con Tavas e Keeftiko, piatti di carne tipicamente ciprioti. Assaggio un dolce che ricorda i nostri crostoli (così chiamiamo in Veneto i dolci che in altre regioni italiane vengono chiamati chiacchiere, cenci, lattughe), ma è ripieno di ricotta e ricoperto di sciroppo. Passa un carretto che trasporta frutta, verdura e detersivi.
Persone anziane siedono su sedie impagliate ai bordi delle strade. Gli uomini e le donne che incontro sulle montagne forse non se ne andranno mai da qui. Sono querce cipriote. Al loro cospetto- e mi chiedo se ciò non valga per chiunque viaggi sempre- mi sento un seme che potrebbe non trovare mai il terreno adatto ad attecchire, germogliare e infine crescere sano e robusto. Mi sento ai confini del mio mondo conosciuto. Un’esperienza al limite tra consapevolezza e destabilizzazione, un invito a prendere coscienza delle mie reali appartenenze. Attorno a me ortodossi, ad un passo da me mussulmani. Anche la mia religiosità è alle soglie di sé stessa. La ricchezza di ogni soglia risiede nel fatto che non è mai ben chiaro fino a che punto ci si trovi “dentro” e fino a che punto “fuori”. Così- per certi versi- godiamo di uno stato di grazia in cui non c’è dato di stabilire se ciò che siamo sia meglio di ciò che gli altri sono. Questo viaggio è un invito alla riscoperta della mia identità europea e della mia nazionalità italiana. Non mi può sfuggire-infatti- che per quanto si viaggi e si sperimenti qualcosa di inalienabile rimane: ci sono luoghi ai quali sentiamo il bisogno di tornare per riposare davvero le nostre ali curiose ed instancabili.
A metà pomeriggio ci fermiamo per consumare un frappè. Viene preparato con caffé solubile al quale s’aggiunge un po’ d’acqua. Il caffè così predisposto viene montato con un piccolo frullatore. Alla schiuma ottenuta s’aggiungono latte, acqua fresca e ghiaccio. Con le labbra attaccate alla cannuccia realizzo che da quando sono qui vivo senza orologio. Proprio non serve. Mi guidano istinto, ciprioti ed una nuova acquisita percezione del Tempo. Ancora profumo d’epica. La stessa che avevo percepito ieri- era ieri?- scrutando l’orizzonte per poi incappare- ahimè- in sacche di canapa e filo spinato. Solo a vederlo graffia lo sguardo. Maledetta realtà! Ci riacchiappa sempre! Tanto da farci risalire risentiti e silenziosi- dopo quindici epici giorni di evasione- su di un aereo; da farci meditare una fuga fuori programma una volta scalati ad Atene; da farcela ritenere irrazionale una volta atterrati a Milano. Studio gli sguardi di quanti come me siedono su questa navetta cha dall’aeroporto conduce alla stazione ferroviaria. Mi auguro che per almeno uno di loro quello che per me è un viaggio di ritorno sia un viaggio di andata.


 
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