Sono nuovamente in strada. Ho lasciato la cartina a Mario pertanto dovrò fare affidamento esclusivamente sulla mia creatività. Là in fondo c’è una U-bahnof. Bene. Salgo. Aspetto. Il treno arriva pochi minuti più tardi. Alla stazione di Eberswalderstrasse scendo per la coincidenza. Ma la U2 non passa. Lavori in corso. Già: lavori in corso alle quattro del mattino di domenica trenta aprile. I tedeschi! Scendo in strada pensieroso sul da farsi. Sono stanco, ho sonno. E sono pure febbricitante. Escludo di farmi un chilometro e mezzo a piedi, e anche di prendere un taxi per farmi portare cento numeri civici più in là. Attraverso la strada e mi siedo ad aspettare un autobus, sì, questa mi pare proprio un’ottima idea. La faccia affondata nei palmi, le ciglia corrucciate e pensose, la fronte aggrottata per il freddo: con quell’espressione, la giacca di velluto marrone, la maglietta nera, gli occhiali e i jeans sporchi di tutta Berlino somiglio a un esistenzialista in ferie.
«Aghswaldenshörrenhüberwalzenkopffershtaub?»
«Èeeh?»
Una ragazza in piedi giusto di fronte a me indica qualcosa alla mia destra.
Ruoto la testa: a un centimetro dal mio piede vedo una melmosa pozzanghera rosa scuro dentro cui galleggiano solidi brandelli bruni, e qualcuno chiaro. La superficie ondulata, frustata dal vento, riflette le opalescenti luci del locale gay al di là della strada. Sembra proprio che qualcuno m’abbia appena tritato di fianco un intero succulento Barbapapà.
«Agh-swal-den-shörr-en-hü-ber-wal-zen-kopf-fer-shta-ub?» ripete pazientemente la ragazza, sillabando.
Mi giro verso di lei. Occhi chiari, capelli biondi, pelle bianca, gote rosse. La tipica crucca. Bassina, bei fianchi, due grosse tette. Venticinque/ventisette anni. Tra lo scopabile e il carino, direi. Mi guarda e muove le labbra al rallentatore, come se mi fossi vomitato anche un po’ di cervello, oltre che la cena. Nel frattempo dondola avanti e indietro tenendo le braccia staccate dal busto per stabilizzare l’equilibrio precario. Ho il chiaro sentore che mi produrrà un bel Barbamamma sulle scarpe entro pochi secondi. È con due amici, i quali si guardano la scena a una manciata di metri. Ridacchiano e si palpeggiano con trasporto.
«No spreche deutsch. Speak english?» replico.
«Heavy drink or heavy food?» ribatte pronta, invero sorprendendomi. Ride. Cerco di spiegarle che non è roba mia: io sono appena arrivato. E che, qualunque cosa sia quella, io non ho mai ingurgitato, né mai ingurgiterò niente di simile. Mai e poi mai.
Un rumore metallico lacera il silenzio. L’autobus giallo luminescente mastica la notte come una gigantesca dentiera sferragliante. Salgo. Sale anche lei. Salgono pure i due amici, senza smettere di palpeggiarsi.
Heike, così si chiama la ragazza, continua a parlare in un inglese piuttosto impastato. Mi parla della DDR, della sua infanzia vissuta in una Berlino Est crudele e anacronistica. Mi parla di sé, del nuovo lavoro da parrucchiera che rende due lire ma chissà, un giorno… Le chiedo informazioni sui locali notturni dei paraggi. Mi snocciola una serie di nomi incomprensibili e comincia a sbracciarsi per indicarmeli tutti assieme. Unico risultato: fare sballonzolare un po’ di più queste due belle tettone alle quali le mie pupille sono irrimediabilmente appiccicate ormai da alcune fermate. Gli amici salutano e scendono. Dicono qualcosa in tedesco alla ragazza attraverso la porta. Risponde con un tono che suona di insulto scherzoso.
Chiedo a Heike dove abita, un po’ per fare conversazione, un po’ speranzoso che ricominci a sbracciarsi. Oltre Pankow, risponde, a quattro/cinque chilometri da qui. Pankow è ancora una brutta zona, dice, e non le piace tanto andare sola a quest’ora.
A pensarci bene io non ho poi granché da fare se non ritornarmene in camera a smaltire la febbre sentendomi per otto ore i rantoli e le scoregge di Mario.
«If you want… I can come with you…» dico.
Sgrana gli occhi e mi guarda dubbiosa. Sta caracollando persino seduta. L’autobus fa una curva. Heike mi frana letteralmente addosso. La afferro prontamente e la sorreggo un po’. Beh, dato che ci sono, do anche una tastatina alle tette, per vedere come sono. Sode, piuttosto sode.
«Just bring you home and talk. Nothing more» aggiungo.
Spiego poi che in quelle condizioni potrebbe anche perdersi in giro.
Heike pare non chiedersi come posso aiutarla a non perdersi dal momento che uno: non so dove abita e due: non sono mai stato a Pankow. A lei la spiegazione pare convincente e accetta.
Scendiamo. Prendiamo un altro autobus. Scendiamo di nuovo. Ne prendiamo un altro ancora. Quando comincio a pensare che questa abiti a Danzica invece che a Pankow balza in piedi e suona il campanello per scendere. Schizza fuori in strada e si gira a guardarmi.
«Schnell, schnell!» dice.
Camminiamo alcuni minuti per la periferia della periferia di Berlino Est, lungo grandi strade malamente asfaltate e marciapiedi sconnessi che sembrano scavi archeologici. I palazzi sono cubici, grigi, alti cinque piani e senza balconi. I vetri del primo piano sono in genere tutti rotti, oppure scritti o graffiati. I muri sono una schizofrenica successione di poster e graffiti di ogni tipo, tranne che osceni. Non un’anima per la strada. Non un locale aperto. Più precisamente: non un locale affatto. Heike svolta in una stradicciola e perde l’equilibrio di nuovo. Anche stavolta l’afferro in tempo circondando veloce la vita con un braccio. Riprendo a camminare senza lasciare la presa. Si appoggia a me, anche lei mi cinge la schiena. Incediamo così, in silenzio, per un’altra manciata di minuti, abbracciati come una coppietta di fidanzatini a solo pochi passi dalla scopatina della buonanotte.
«It’s here!», Heike si arresta, si libera della mia presa e cerca in tasca la chiave. Apre il portone.
«Goodnight and thank you», mi bacia una guancia e fa un passo indietro. Mi guarda.
La guardo.
Non entra: è ferma sulla soglia, appoggiata allo stipite per non dare giù. Abbassa lo sguardo.
«Goodnight» rispondo.
Alza di nuovo gli occhi. Sorride.
«Goodnight» ripete. Rimane sempre ferma dov’è.
Ricambio il sorriso: «Goodnight and good luck.»
Giro i tacchi e mi incammino da dove sono venuto.
Sento chiudere la porta alle spalle, in cielo sento gracchiare una gazza. Mi guardo attorno: le case sembrano un’infinita sequenza di immense scatole di fiammiferi; gli alberi bruni e spogli paiono infernali zolfanelli. Guardandola bene la fetta di cielo che intravedo non è più nera nera: l’orizzonte ora è frastagliato di un blu molto scuro. Mi guardo dietro: una luce soltanto è accesa, al terzo piano della scatola n°19847345. Sarà il bagno di Heike? Sarà corsa a vomitare? Sarà la cucina? Avrà pensato di farsi un paio di würstel? Che starà facendo, Heike, ora?
«Bah…» dico a voce alta. Infilo in tasca una mano, trovo una sigaretta e me l’accendo. Accelero il passo.
«Bah, bah, bah…» continuo a ripetere a voce sempre più alta, inspirando ed espirando il fumo della sigaretta. Sì: sbuffo, cammino e rumoreggio proprio come una locomotiva a vapore in partenza. In partenza, bah, bah, per casa mia.
Gli edifici sfilano lenti, pigri e massicci. Heike sarà già a letto, che belle tette che aveva. Il cielo schiarisce pian piano, le gazze sembrano dirmi all’unisono qualcosa che non riesco ad afferrare. Mani in tasca, sigaretta in bocca, sto tornando a casa.
Mi arresto all’istante. Mi guardo attorno di nuovo.
Già, sto tornando a casa.
Ma prima vorrei tanto sapere dove cazzo mi trovo ora.

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