Tutti i lunedì vado al cinema allo spettacolo delle 18.30, rigorosamente da solo. Un’innocua abitudine o un comportamento compulsivo, non lo so. Trattandosi di me, sospetto la seconda. Il primo indizio è la ripetitività di quello che faccio subito prima: mi preparo per uscire di casa, indosso giacca e cappellino di lana, vado a fare pipì, verifico che tutti i rubinetti siano chiusi e gli elettrodomestici spenti. Quando sono quasi alla porta controllo di avere le chiavi per rientrare, mentre le cerco nelle tas­che faccio dietrofront per l’ultima incursione: luci, fornelli, pre­se elettriche. Faccio di nuovo la pipì. Esco.
Fuori dal portone mi chiedo se non avrei fatto meglio a rimanere a casa: sono molto pigro, ma so che l’unica cosa che vince la mia indolenza è la metodicità. Non mi separo mai dal mio orologio, scandisce le mie giornate: ogni ora è un ritorno sul quadrante del giorno prima, ogni passo una lancetta, ogni mattina un reset per ricominciare da capo.
So per certo che a quell’ora è difficile incontrare molti altri ragazzi della mia età. È lunedì, solo i vecchi vanno al cinema, e io, che tanto giovane non sono più. I miei coetanei mi mettono a disagio, mi sento osservato e costretto, in loro presenza, a ris­pettare le regole della ribellione moderna. Invece io voglio solo mangiare le mie caramelle ed essere libero di alzarmi in ogni mo­mento. Uno di loro potrebbe riconoscermi e volermi stare vicino, ostruendo la mia via d’uscita. Questo non lo potrei ac­cettare. Perciò scelgo sempre la proiezione del pomeriggio.
Le caramelle le compro alla vecchia latteria, prendo le rotelle di liquirizia e qualche goleador alla frutta. In numero pari per essere sicuro di poterle mangiare alternate. Non importa quale spettacolo ci sia al cinema, io li vado a vedere tutti, non posso saltarne neanche uno. Questo lunedì c’è un vecchio film noir italiano, si chiama Giovane Canaglia. Mi piace il titolo perché sembra un appellativo adatto a me, un’imprecazione da anziano col cappello.
Come al solito arrivo all’ultimo minuto. Non mi piace entrare con gli altri, potrei trovarmi costretto in qualche conversazione forzata. Mi dirigo verso la biglietteria e, guardando la paresi sorridente del cassiere, mi chiedo il perché di tanta affabilità.
«Sei in ritardo, eh? Ti ho già stampato il biglietto, sapevo che saresti arrivato», mi dice con aria complice.
«Ah grazie, mi scusi, non ricordavo l’orario.»
Ride: «Sei forte tu, da quanti anni vieni qui? O forse farei pri­ma a chiederti quanti ne hai.»
«Venticinque», rispondo prendendo il biglietto. Lo osservo e mi chiedo cosa si debba fare per passare inosservati. È un uo­mo gentile, forse la prossima volta gli dirò qualcosa in più, in fon­do me lo riprometto sempre.
Entro in sala nella penombra. È sempre il momento più bel­lo, sto fermo in piedi per un attimo a osservare la visione d’insieme: i dorsi delle poltrone rosse allineate, un microcosmo perfetto che ritorna sempre a se stesso, una delle poche certezze che ho nella vita. Sorrido.
Conto le teste, devono sempre essere meno di venti o non sto tranquillo. Nel caso, mi dico, cambierò cinema. Non l’ho mai dovuto fare. Metto i piedi sulla freccia rossa del corridoio, li allineo perfettamente e sto fermo lì finché non si illumina indicandomi di proseguire verso il mio posto. Fila M, posto 12. Non l’ho mai trovato occupato, è lato corridoio e troppo indietro. Ma a me piace, mi dà tranquillità, e poi sono abituato a guardare i film di traverso, come quando ti piace qualcuno e non vuoi se ne ac­corga.
È occupato. Sto fermo a lato della fila N e le guardo i capelli, sono lunghi e un po’ disordinati, come la malsana idea di scegliere il mio posto. Non riesco a capirne il colore, dev’essere scuro, forse rosso. Sulle punte sono un po’ più chiari. Ri­flessi di luce in un angolo buio. E ora dove mi siedo? Mentre me lo chiedo lei si gira, come se avesse sentito i miei pensieri ostili, e si sposta sulla poltrona numero 11, ordinandomi con lo sguardo di sedermi. Le sto facendo perdere il film.
La mia innata galanteria mi impone di ubbidire, acconsento per non infastidire e per non cambiare ulteriormente il corso delle cose.
«Grazie», bofonchio.
«Shhh», mi dice lei.
Non mi tolgo la giacca perché non so dove metterla, di solito la butto come un sacco sulla poltrona vicino per evitare che a qualcuno venga in mente di occuparla. Troppo tardi. Sudo freddo: perché non me ne sono stato a casa? Il film è cominciato già da cinque minuti e io non ho capito niente, è del ’58, l’anno che è nata mia madre. Parla di uno studente universitario figlio di un famoso giudice. Sandro, si chiama, ha il vizio del gioco e per saldare i suoi debiti fa un sacco di casini. Mi immedesimo in lui per un momento, lo faccio sempre: quando sono al cinema vivo un sacco di vite altrui, grandi amori e grandi imprese che non sono le mie. Se un giorno andassi a vedere il mio film probabilmente mi addormenterei, sarebbe la prima volta in cui non mi riconoscerei nel protagonista.
Questa ragazza profuma di liquirizia. Inspiro a fondo. Pren­do il sacchetto di caramelle e tiro fuori una rotella, per ridare un’origine a quell’aroma. Apro l’involucro di plastica e comincio il solito lavoro: la srotolo tutta, poi inizio a dividere le stringhe cercando di non strapparle; quando ho finito comincio a mangiarne una. La ragazza, senza neanche voltarsi, mi prende la mano e mi ruba la stringa numero due. Adesso non so più cosa fare. Ha rotto il fragile equilibrio del mio rituale di gomma, una cosa inconcepibile.
Mi decido a prenderne un’altra. Ripercorro tutti i passaggi senza esitazioni. Tutto ritorna ad avere un senso, mi sento di nuovo calmo. Intanto quel Sandro sta facendo un casino dietro l’altro: ha rubato dei soldi di un incontro di boxe organizzato dall’innamorato della sorella.
La canaglia qui a fianco, giovane pure lei, si gira e mi chiede: «Mi dai anche quella lì?». Le vorrei dire: «Ma perché non te le compri, non vedi che le mie sono contate?». Poi ci rifletto un attimo, in fondo se mangiassi tre stringhe andrei fuori misura.
«Allora?»
Le cedo anche quella.
Il film finisce. Sandro non ne è uscito bene, io neppure.
Ci alziamo entrambi.
Io mi metto sulla freccia rossa che indica l’uscita e aspetto che la luce si spenga. Prego che lei non dica nulla. E infatti non lo fa. Allinea i suoi piedi dietro ai miei e rimaniamo in silenzio per diversi minuti.
«Ci vediamo lunedì», mi sussurra all’orecchio mentre mi pas­sa accanto.
Resto immobile finché non vedo l’ultima ciocca rossa scivolare via insieme ai titoli di coda.

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