Ho sessantacinque anni. Ieri è stato il mio ultimo giorno di lavoro. Per quarant’anni sono stato scrittore. Rigovernare il mio tavolo da lavoro è stata cosa di poco conto, presto ne scoprirete il motivo. Ho salutato tutti, ora mi rimane solo da svelare perché io sia riuscito così bene in un mestiere tanto difficile, come io abbia potuto mantenere lucidità e originalità a ogni prova.

Avevo vent’anni e buoni propositi. Scrivevo intorno alle cose che mi suggestionavano e cercavo di uscire da quella timidezza postadolescenziale che mi guastava la mondanità.
Non ero ancora scrittore e mi guadagnavo da vivere in altro modo; intanto leggevo e cercavo di imparare da autodidatta il mestiere: mosso dall’ispirazione buttavo pensieri su un quaderno, sperando si trovassero talmente bene assieme da poter convivere.
Mandavo testi agli editori, mi sforzavo d’avere a che fare con tutti coloro che mi potevano essere utili nell’impresa di poter far coincidere piacere e lavoro. Ho parlato con uomini che, in altre circostanze, avrei serenamente disprezzato; ho dato adesione a club e associazioni assurde e, a mio avviso, criminali.
Acquistavo libri. Quest’ultimo fatto si rivelò essere decisivo.
Partecipavo anche a discussioni monografiche:
Il verissimo Zola, Il demoniaco Fedor, Mann: morto a Venezia, Borges ma non troppo, e poi Vita, istruzioni d’abuso, Se una notte d’inverno un lettore, per terminare con il temerario Dalla parte di Proust.
Vivevo, insomma, annoiato nel girone dei novizi. Un giorno tutto cambiò.
Avevo da poco accesso all’esclusivo Club Incipit. Avevo ottenuto questo onore prestando una certa somma al presidente; questi, per sdebitarsi, mi concesse l’elitario tesserino che permette d’essere iniziato.
Tema della prima riunione a cui dovevo partecipare: Se fossi un Karamazov
Bene, pensai, nessun compito a casa.
Un mese prima avevo acquistato i Fratelli Karamazov e da pochi giorni avevo terminato di leggere le sue 300 pagine; andai all’incontro vestito bene e con un certo piglio da polemista. Già mi sentivo calato nelle vesti del protagonista del libro in discussione quella sera: lo spietato Piotr, principe spocchioso e violento che tormenta gli angelici fratelli Karamazov.
Cinici: così bisogna porsi per essere rispettati in un consesso di aspiranti scrittori.
Tutto pieno di perfidia, tremavo sul divanetto che mi era toccato in sorte e spiavo le ghigne dei miei avversari. C’era il temibile presidente, venale ma brillante e arguto, e c’erano gli altri, armati di libri e sorrisi.
Iniziò la discussione. Dopo venti minuti era fuori concorso che la palma del personaggio più amato spettava a Ivan Karamazov, tutta la simpatia dei critici era vomitata su di lui.
«Indubbio esempio di anima sospesa tra la dannazione e la beatitudine…»

Chi diavolo era Ivan?
Possibile che fossi a un tratto diventato demente? Che non riuscissi a ricordare niente a proposito di ciò che i miei compagni stavano analizzando?
A me risultava che i fratelli Karamazov fossero sette. Non mi veniva mai in mente l’ultimo, il più piccolo, ma erano sette. Nessun Ivan! Nessun Ivan!
Precipitai nello sconforto e non fui più in grado di ascoltare alcunché.
Tranne la mia voce interna: disgraziato, pazzo, loco, sono il principe Piotr, vi ordino di tacere!
Poi ritornai in me e pensai che probabilmente mi stavano prendendo in giro. In definitiva, ero l’iniziato e qualche scherzo me lo meritavo.
Con occhi folli cercavo di scorgere nei miei compagni l’inizio di una sonora risata che interrompesse il mio stato di terrore.
Niente. La serata terminò. Il presidente mi sussurrò all’orecchio: «Lei non è intervenuto… Non ha letto il libro?»
Risposi di no.
«Vergogna!» mi disse di rimando.
Avevo le gambe di gelatina ma riuscii a compiere l’atto cruciale: chiesi a un compagno se potevo avere in prestito la sua copia dei Fratelli Karamazov; mi giustificai dicendo che possedevo solo una vetusta edizione in francese. Quello acconsentì.
Aprii il volume all’ultima pagina. Scoprii che l’avventura si spiegava in più di mille pagine. Ebbi un infarto emotivo.

Fu così che lessi i Fratelli Karamazov.
Trovai che il libro fosse un capolavoro irraggiungibile, dovevo però andare alla ricerca del principe Piotr. Non approdai a nulla. Il principe Piotr e i sette fratelli Karamazov risultava una storia mai scritta: originale.
Prontamente me ne appropriai. Mandai a un editore di mezza tacca il romanzo di trecento pagine La punizione del malvagio. L’unica variazione fu sostituire Fratelli Karamazov con Fratelli Timotin.
Arrivò il successo e con esso il lavoro dei miei sogni. Fui criticato con benevolenza, acclamato dai lettori e il libro fu ristampato numerose volte. Potevo finalmente permettermi di scrivere, pertanto iniziai a pensare a un testo originale. Dalla zucca non mi usciva niente, continuavo a pensare al fatto miracoloso che mi aveva reso scrittore.
Dai tempi dei Fratelli Karamazov non avevo più acquistato alcun libro, in una libreria del centro comprai La bestia umana. Lo lessi e subito telefonai a un conoscente divoratore di libri.
Gli chiesi: «Ector Balaban è ne La bestia umana?»
Al suo: «No di certo!» mi resi conto che avevo in mano la bozza della mia seconda pubblicazione Chiamami Maggiolino.
In breve tempo divenni bello, ricco e famoso. Tutto però durò troppo a lungo, fu straziante.
Si rivelò un lavoro vero e proprio, decisamente non meritavo un simile trattamento. Avevo preso tanti di quei vizi che per mantenerli mi toccava sgobbare. Interviste, spostamenti, convention, seminari.

Ora eccomi qui, sessantacinque anni e finalmente a riposo. Ho acquistato una macchina fotografica ultimo modello. Farò foto, che metterò nella mia libreria al posto dei libri.

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