Non ho sonno! Non ho sonno!
La tua prima serata con Chiara, costruita con pazienza e abnegazione in settimane di messaggi, telefonate e aperitivi vari. Prima una passeggiata sul lago al tramonto, quell’intimità crescente, l’istante in cui lei ti ha abbracciato e detto: «è bello trascorrere il tempo con te.»
E poi la cenetta tête à tête al ristorante, consumata su un incantevole terrazzino vista lago. Una cena deliziosa, memorabile. Peccato soltanto per quella piccola crepa insinuata dal destino in una serata impeccabile: l’incontro con Riccardo, il suo ex, che in quel ristorante ci lavora. Ma s’è trattato di un singolo istante d’imbarazzo, dopodiché soltanto sorrisi di circostanza e «come stai», «bene», «ti trovo in forma», «pure io». Per il resto della serata il servizio di Riccardo al vostro tavolo è stato ineccepibile.

Non ho sonno! Non ho sonno!
Parcheggi l’auto e spegni il motore. S’è fatto tardi, tardissimo. La serata è stata tanto piacevole quanto impegnativa. La tensione continua per la necessità di trovare in ogni istante qualcosa di carino da dire, in modo che la conversazione non stagnasse mai, ti ha fiaccato più di quanto potessi immaginare. Forse non hai più il fisico per certe cose, o forse è davvero da troppo tempo che non esci con una ragazza. Però le palpebre, ora, sono pesanti come tegole. E se lei non fosse qui, appoggeresti volentieri la testa sul volante, giusto un paio di minuti, il tempo sufficiente per recuperare il cervello dall’oblio in cui sta precipitando.

Non ho sonno! Non ho sonno!
Guardi avanti pensieroso. Sulla strada non c’è niente e nessuno, tranne una fila di auto senza conducente che si perde nell’oscurità della notte.
«Eccoti arrivata, sana e salva.»
Lo dici annegando uno sbadiglio dietro un sorriso. Un sorriso per la tua prima serata trascorsa con Chiara, ma soprattutto perché tra poco riassaporerai la morbidezza delle tue coperte e il rassicurante abbraccio del cuscino. Ora tutto sta per finire. Uscite dall’auto; ancora un saluto, un bacino su guancia destra, guancia sinistra e ancora destra, e poi via, a letto.

Non ho sonno! Non ho sonno!
«I miei non sono in casa. Dài, perché non entri un attimo?»
Chiara te lo domanda così. Inaspettatamente, come fosse la domanda più semplice cui rispondere. E lo fa con quella sua voce fresca e leggera che ti ricorda la brezza che s’insinua dalle finestre aperte per rendere piacevole il riposo nelle notti d’estate. Ma non è estate e certamente non è per riposare che Chiara ti ha chiesto di salire da lei. Dovresti saltare di gioia, gridare la tua felicità, fare piroette e capriole per questa inattesa evoluzione del vostro primo appuntamento, eppure le tue labbra non si muovono da quella indecifrabile linea rossa dietro la quale rimane asserragliato il più assurdo e martellante dei pensieri.

Non ho sonno! Non ho sonno!
Te lo ripeti alla nausea.
Una litania che non ha proprio niente di eroico, e la tua resistenza al bisogno primario di cadere in letargo, più che strenua, è ridicola; e quando il torpore ti scioglie definitivamente le ginocchia, risucchiandoti le gambe al suolo come se la gravità in quel angolo di marciapiede fosse improvvisamente triplicata, eviti lo schianto solo perché Chiara è sulla traiettoria di caduta. Ti aggrappi a lei, la abbracci con le stesse movenze di un pugile suonato.

Non ho sonno! Non ho sonno!
Si dice che i gesti a volte siano più importanti delle parole, e quel tuo abbraccio così insistente, così prolungato, è proprio quella risposta che Chiara attendeva.
«No… non qui…» ti sussurra con malizia all’orecchio, prima di liberarsi dalla tua stretta e prenderti per mano, diretta probabilmente verso quella verandina di cui ti ha sovente parlato e all’interno della quale hai dato sfogo alle tue fantasie più lubriche.
Potresti dire qualcosa. Dovresti dire qualcosa. Una cosa qualunque, anche la verità: «Davvero non ce la faccio… meglio che vada a dormire… è stata una giornata pesantissima…»

Non ho sonno! Non ho sonno!
Invece resisti e non dici niente, la guardi e basta, cercando di ricambiare la sua crescente eccitazione con uno sguardo altrettanto carico di passione ma che ora, irrimediabilmente ispessito dal sonno, assomiglia sempre più a quello del branzino al sale con cui avete cenato una manciata di ore prima.

Non ho sonno! Non ho sonno!
Te lo dici all’infinito.

Non ho sonno! Non ho sonno!
E poi l’epifania: l’ultimo pensiero di senso compiuto che ti attraversa il cervello prima di venire inghiottito dal vuoto, prima di perdere i sensi proprio davanti alla verandina.
Lexotan. Ecco cos’era quel sapore strano nel caffè.
Maledetto stronzo d’un cameriere!

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