Domani, se sarà una bella giornata, mi voglio spingere fino al mare. Al bar mi hanno detto che è oltre la torre della Sony, dopo la barriera dell’autostrada, alla fine dei campi di mais. Basta andare sempre dritto, senza curarsi dei cartelli e senza guardare il sole: i primi mentono, il sole ti potrebbe accecare. Porterò con me una bottiglia d’acqua per dissetarmi lungo il cammino, quando sarò arrivato berrò l’ultimo sorso seduto sulla sabbia e poi riempirò la bottiglia spingendola contro le onde.
Non deve essere lontano: mi dicono che gli abitanti delle colline riescono a vederlo, certi giorni. Neppure sulle colline sono mai stato, ma quelle le guardo ogni mattina e, per adesso, mi basta: andare in collina è cosa da ricchi e io non lo sono. Non ancora.
Al mare ci voglio andare domani, perché è sabato e non lavoro.
Faccio un lavoro importante, me lo ha detto anche la Lina, lei è una che conta, in fabbrica, lavora alle presse, il capo le dice sempre che è brava. Lei sorride, sembra soddisfatta, io lo sarei se qualcuno mi dicesse che sono bravo; ma un giorno l’ho vista piangere, stava nascosta dietro una pila di scatoloni, singhiozzava in silenzio. Avrei voluto avvicinarmi e consolarla, ma non ne ho avuto il coraggio. Mi piacerebbe che venisse al mare con me, la strada è più corta se si è in compagnia e il sole picchia di meno, deve dividersi per quanti siamo, a me basterebbe essere in due.
Devo fare un piano di viaggio, per essere preparato; e anche un piano di fuga: la signora Giovanna non deve accorgersi che vado via, non me lo permetterebbe, chiamerebbe la polizia come quella sera che volevo andare al circo. Mi hanno trovato che ero quasi arrivato, sentivo già la musica e camminavo a passo di danza, mi hanno preso perché ero distratto, guardavo la bandiera, era una bella bandiera, tutta colorata, svettava dalla cima del tendone. Era rossa e gialla e blu, la notte l’ho sognata.
Quando andrò in collina, non porterò con me la signora Giovanna.
Chiederò alla Lina se vuole venire, starò bene attento che non ci siano scatoloni in giro e neppure presse.
Se riuscirò ad arrivare fino al mare, saprò di poter fare qualsiasi cosa, come una volta. Una volta sapevo di avere tutte le strade aperte davanti, sapevo come tirar calci ai sassi che avrebbero voluto farmi inciampare. Poi, è successa quella cosa. È successa a me. Forse un altro si sarebbe scrollato la polvere di dosso, avrebbe rivolto all’intorno un sorriso tra l’imbarazzato e lo spavaldo e avrebbe continuato il suo cammino. Io invece sono rimasto a terra, attonito, mi pareva di avere un velo davanti agli occhi, il medico ha detto che avevo battuto la testa cadendo, ma non era vero. Ero caduto a terra, quello sì, ma in testa non avevo neanche un bernoccolo, è stato quello che ho visto a bloccare il mio cervello. Da quel momento è come se stessi sempre al cinema, senza intervalli, arrivo all’ultima scena e il film ricomincia, sequenza per sequenza, di continuo rivedo il coltello, la mano che l’impugna, il sangue.
La signora Giovanna è, dal giorno che sono caduto, la mia tutrice. Quando le arriva l’assegno per il mio mantenimento è molto contenta, invita le amiche e si mettono in salotto a giocare a carte. Le sento dalla mia cameretta, ridono, parlano di uomini, giocano a carte e bevono. Dice che si sente responsabile delle mie azioni e che dovrei essere contento di questo, ma io non lo sono mica tanto, vorrei uscire e andare al bar qualche sera, magari al cinema, o solo passeggiare lungo il corso a confondermi con la gente, sedermi su una panchina e guardare le ragazze camminare leggere.
Al bar mi hanno detto che al mare ci sono molte ragazze, stanno distese sulla sabbia per permettere al sole di scurire la loro pelle, entrano nell’acqua e giocano. Mentre raccontavano mi guardavano e ridevano, mi sono sentito cretino perché non lo sapevo, ho bevuto l’aranciata e sono andato via, ci vediamo stasera, ho detto, pur sapendo che non sarei potuto uscire. E poi devo riposare, domani sarà una giornata pesante. Ho messo la sveglia alle quattro, anche il sole si alza presto di questa stagione, mi illuminerà la strada e non avrò paura.
Quando andrò in collina, saranno in molti a voler venire con me, perché in collina ci vanno i ricchi; ma, visto che domani nessuno mi vuole far compagnia, neanche la Lina, ci andrò solo.

È giunto il momento, e non ho dovuto aspettare la sveglia: sono rimasto tutta la notte con gli occhi sbarrati, imprigionato tra la paura e i ricordi. Non paura per il viaggio che mi aspetta, ma che abbiano ragione gli altri, a dire che non ci sto con la testa. Li ho sentiti, anche se lo sussurrano.
Vorrei vedere loro, vivere con il mio film infinito, senza neanche le pause della pubblicità a interrompere il flusso, a fermare il coltello, a farmi andare a pisciare e perdere una scena. Senza una goccia di pioggia a sbiadire l’immagine, senza una lacrima.
Per tutta la notte ho rivisto la testa china di mio padre, il suo passo strascicato mentre lo portavano via, mia madre distesa a terra, immobile, uno straccio che il sole scaldava, ho rivisto me stesso paralizzato, immobile contro la scena, incredulo. Non avevo mosso un dito per impedire che accadesse.
Quando sarò al mare, getterò i ricordi sul bagnasciuga e lascerò che le onde li portino via mischiati al bianco della schiuma, così si scioglieranno e verranno corrosi dal sale. Sarò libero.
Esco piano, la signora Giovanna non mi deve sentire. Ho nello zaino tutto quel che posseggo, non è molto, ma potrò viaggiare più leggero.
Getterò anche lo zaino tra i flutti, per farlo mi spingerò più al largo che potrò, lo osserverò cadere verso il fondale. Poi, alleggerito di tutto, volgerò finalmente lo sguardo alle colline. Sulle colline ci vanno i ricchi, quando l’afa scende tra i palazzi, si impadronisce delle strade, ti insegue e ti attacca la camicia alla pelle. Sulle colline bisogna saper camminare, evitare le forre e gli inciampi, bisogna essere allenati. Per andarci farò il giro lungo, eviterò persone e luoghi che conosco, devo rimpiazzare i ricordi.
Ecco, ho chiuso piano la porta. Ecco, sono partito.

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