Mi mancano molte cose della mia vita passata e ho un solo modo per ritrovarle.
Mezzora e finisco, metto il punto. La tesi è alle spalle: sono un uomo quasi laureato.
Manca solo un paragrafo da ricopiare e smetto di essere universitario.
Non ho comprato nessun regalo per natale, sono abulico, mangio per abitudine, stanno per presentarsi scelte importanti, la donna che amo torna dal brasile, ma con tutti i ti amo che mi scrive non si capisce ancora se torna perché è innamorata di me o per verificare che non lo è più. E’ stata via tre mesi, ha imparato il ‘forrò’ che sarebbe un ballo molto casto in cui la donna muove il culo e l’uomo alle spalle urlando finge di ficcarle la ciola dentro.
Mezzora e questo strazio, quest’arroganza da studente sarà finita.
Potrò parlare con gli adulti, potrò venire alle mani con i professori, potrò spaccare la faccia ai capi degli istituti.
Forse non ancora. Però potrò sicuramente farlo con i direttori di scuole medie, le maestre d’asilo, i professori di religione e di educazione fisica, come Girgenti che aveva il sopracciglio unico e il cui lavoro consisteva nel darci un pallone da pallavolo e farci giocare sei contro sei in un campo di pietre e ghiaia, con l’enorme simbolo di Italia 90 affrescato sulla parete della scuola. Così sono cresciuto, goffamente meno duro dei duri, onestamente più duro dei secchioni, schiacciato tra il bambino risadeiro e quello riserveiro, che alla fine però tendenzialmente prevaleva solo perchè ero magrissimo e mi ci sentivo magrissimo. Cucumazzo Francesca, una che stava dietro di me, io stavo al primo banco, mi registrò una cassetta, così senza che glielo avessi chiesto. Non c’era nessun motivo per farlo, veramente, non ricordo neanche se ero carino bello o bruttissimo, orecchie a sventola, naso grosso ma non ancora grossissimo, vestito da elementare, solo un po’ più grande, la tuta il giorno che c’era Girgenti, per il pallone, la camicia o il maglioncino a proteggere il collo dato che avevo le tonsille deboli, gli altri giorni. Nella cassetta di Cucumazzo c’erano nell’ordine Eros Ramazzotti e Haddaway. Ramazzotti mi pare con “Se bastasse una bella canzone” più “Musica è”, poi Haddaway con tutti i remix di “What is love”. Io nel pomeriggio ascoltavo le canzoni e scrivevo sulla mia agenda: ecco, nella classifica quotidiana degli amici entra Cucumazzo.
Ma forse le piacevo, il fatto che ora mi viene in mente che le piacessi mi fa impazzire, a me piaceva. Sembrava un’indiana, scura, naso largo, sorriso che chiude gli occhi. Questa cosa del sorriso l’ho aggiunta per goduria, in realtà non me lo ricordo, però una cosa del genere in bocca ce l’aveva davvero. Forse l’apparecchio. Due settimane dopo la cassetta mi invitò a un suo concerto di cori e di canti, roba come “We shall overcome” e mi diceva che le ragazzine erano tutte eccitate perchè il pezzo forte era alla fine “I still haven’t found what I’m looking for” degli U2, che dovevo andare e che aveva invitato solo me (ma si presentò anche Capriati Rosalba, un mostro orrendo con un cognome malavitoso, o forse cantava nel coro pure lei? non so) perciò io alla fine decisi di andarci, quanto a cosa abbia pensato per decidermi, non ho un ricordo preciso. Andai con mio padre, di sabato sera, perchè il coretto era al Quartiere San Paolo e, quando ero piccolo, c’erano alcuni quartieri lontani e pericolosi, e altri che invece potevano essere frequentati senza scorta paterna. Il Quartiere San Paolo, mio padre lo decise, era pericoloso.
Il coro faceva schifo, lei cantò malissimo, mi sembra di ricordare, ma io la guardavo fisso e attento come un polacco in una riunione di francesi, mi sembravano tutti così intelligenti e colti e divertiti dall’esibizione, che io non potevo, non sapevo fare altro che tentare disperatamente di partecipare all’euforia collettiva, alla commozione generale, sperando che lei mi guardasse almeno un momento. Sto da mezz’ora fermo a cercare di ricordare se mi guardò. Proprio non riesco a farmi venire in mente un particolare così importante? Mi pare che sia la cosa più importante di tutte, dico, capire se mi guardò, da questo dipende ogni cosa. Ogni cosa. Dopo la lagna degli U2 andai verso di lei, tutto rosso, perchè mio padre mi guardava, ma persi l’imbarazzo quando mi salutò con entusiasmo, veramente con una bella faccia, e mi scoprii brillante, le feci un paio di battute divertentissime, ovvero sia orribili, però lei rise tantissimo e poi mi diede due baci uno sulla guancia destra e uno correttamente sulla guancia sinistra, non come fanno le ragazze che fanno capire che piaci loro se ti baciano sulla guancia destra normalmente e poi sulla sinistra molto vicino alle labbra, fingendo imbarazzo. (o provandolo davvero?), ma fanno così le ragazze? O lo facevano? non mi ricordo, anche questo è grave, non riesco a concentrarmi su un altro ricordo importante.
Cucumazzo, insomma, al Quartiere San Paolo, in una chiesa della periferia della periferia di Bari, a sua volta tutt’altro che centro, Cucumazzo Cucumazzo Cucumazzo mi voleva dire che le piacevo, forse, deduco, a istinto, e io decisi che era abbastanza, che ero felice a sufficienza e prendendo mio padre sotto braccio tornai lesto lesto a casa, perchè alle undici cominciava il calcio spagnolo e non volevo perdermi Barcellona – La Corunha, c’era Romario c’era Bebeto che poi non era un granchè ma magari ci fosse ancora oggi Bebeto, che guarda caso ormai si ricorda solo per il gesto della culla, del bebè. Lui neanche lo sa, qualcuno dovrebbe avvertirlo.
Arrivai a casa tardi anche per il calcio spagnolo, era tardi in generale, non volevo neanche leggere, avevo vinto la partita. Cucumazzo era mia.
What is love, baby I love you, I love you, no more.
Haddaway si fa la barba tutte le mattine, esce di casa, molto elegante, entra in un bar e dice “Eine Fruhstuck”: perchè Haddaway è tedesco, il sito internet su di lui è in tedesco, Haddaway ha i capelli di Shaggy e somiglia a un negro ricco e di successo, ma nelle fotografie che lo ritraggono non c’è felicità beota, non ci sono tracce di donne nè di amore in Haddaway, anzi c’è un che di tedesco e sofferente, di chi soffre perchè sa di essere tedesco e di avere una responsabilità filosofica e scientifica nei confronti del mondo intero, ma non è abbastanza intelligente per esserne all’altezza. Per questo i tedeschi che contribuirono in modo autorevole all’evoluzione di scienza e filosofia sembravano così poco sofferenti, più che altro dementi, pazzi sciroccati, mi fa ridere la foto di Nietzsche davvero non c’è niente che mi faccia più ridere dei baffi di Nietzsche. Molte cose in realtà mi fanno più ridere dei baffi di Nietzsche, ma in questo momento proprio non riesco a immaginare niente di più demente dei baffi di Nietzsche. O la barba di Marx, ma come faceva Engels a tenersi in casa quella cosa puzzolente che doveva essere la barba di Marx, o era posticcia? Marx non aveva un pelo in faccia. E perché allora quella barba. No non regge. Non riesco. Non riesco a finire l’università.
Dov’è il nostro camper?
Devo chiederlo a La Rocca, lui di solito sa dov’è, tiene un registro accuratissimo, tutto in testa, poi si dimentica magari, però quando gli chiedi una cosa, lui risale all’ultima informazione in suo possesso e la restituisce al mondo con dovizia di particolari. Quando eravamo in viaggio e qualcuno attaccò un cartello sul retro del camper, con su scritto “SEI UN INCIVILE TESTA DI CAZZO” mi chiesi a chi dei tre fosse rivolto, a me a La Rocca o più probabilmente all’altro, a Seimandi? E non mi va di rispondermi “a tutti e tre”, uno era più testa di cazzo degli altri due, secondo me Seimandi, fu lui a voler parcheggiare il camper appena preso nel parcheggio di un supermercato di paese in Veneto, poi ci fermammo a vedere come facevano il vino, il morellino, che vino era, non ci ho mai capito niente di vini, non ho l’amore per la terra, non li so distinguere, ma so distinguere perfettamente uno che sa distinguere i vini da uno che ha l’amore per la terra, dopodichè una volta distinti costoro, le cose non cambiano molto per me, non è che chi ama la terra sia per forza più meritevole, se ama la terra, generalmente, se non spinto da interessi particolari o familiari, non gliene frega molto di farmi capire perchè, non imparo niente di concreto, intendo, per fare colpo con una ragazza, non è che sorseggio un buon vino bianco e le dico “sai ho conosciuto uno che amava la terra”, no le dico “sai questo vino rimane nelle botti per brz settimane e per xlfs anni, conserva il profumo delle ciliegie e ha il sapore di tabasco sardanapalo perle nere e zanzibar”. E poi, solo poi, le dico “però io preferisco chi ama la terra, quelli lì sono quelli vivi, magari non sanno cos’è il sardanapalo” … faccio una pausa e chiedo… “tu sai cos’è il sardanapalo?” e se lei sorride dicendo di no, è fatta… “ecco mi piacciono le persone come te, quelle vive, che certo vorrebbero sapere come si fa l’uva prima e poi il vino”, anche se io sono il contrario. Perchè sono viziato. Ma questo è un altro discorso. Mentre quello che ho appena fatto è un’ipotesi, non è per nulla detto che alla donna piaccia apparire ignorante, scoprendo di non sapere cosa sia un sardanapalo, a questo punto infatti sarebbe meglio aggiungere che neppure io stesso lo so.
Devo chiedere a La Rocca che vino fosse, era buono però, trovammo una ragazza bionda, carina, che lavorava là, guida della bevuta, una studentessa, una ragazza che veniva da una famiglia semplice, sicuramente, non povera, non ricca, semplicemente schiacciata tra risadeiro e riserveiro. Anche in lei prevalse quest’ultima condizione, come in me ragazzino amato dalla Cucumazzo, e lo si capiva dal tono materno, per nulla seducente o ricercato (e quindi accecantemente seducente e ricercata diventava lei stessa suo malgrado), con cui ci passava in rassegna i calici i vini le labbra le dita che versano il vino, il vino le dita le labbra, l’accento veneto insopportabile in tutti tranne che nelle donne magari nude, durante l’amore, ma io che ne so, me l’immagino soltanto. Non ci sono venete tra le mie potenti scorribande amorose da Capitan Spaventa. Nessuna veneta. Cucumazzo, no nessuna veneta, non essere gelosa. Siamo usciti abbastanza ubriachi, ma non troppo. Per fare ubriacare Seimandi e La rocca ci vuole moltissimo, non basta mescolare, bisogna bere alla goccia, fare una serie infinita di gare a chi vuota il bicchiere prima, La Rocca vince quasi sempre, Seimandi quasi mai, io mai. Perciò mi ricordo che ero ubriaco lì già dopo la morellina bionda e le sue paròle dolci d’amor, ma la presenza folle e squilibrata di Seimandi e La Rocca mi imponeva una sobrietà, una necessità di non chiudere bottega così presto e continuammo a spararci chilometri negli occhi, i viaggi del vino e del viaggio. Siamo di quelli che prendono e vanno, poi a metà strada spuntano i problemi e li vedono e li conoscono bene, ma vanno vanno vanno e poi si finisce in un buco profondissimo e ci si schianta, ma siccome non ci ricordiamo più davvero chi abbia sbagliato più dell’altro, perchè sennò sicuramente ci tireremmo pugni e cazzotti in faccia e prima o poi accadrà, mai da ubriachi però, e comunque siccome le cose stanno così si raccattano i resti della roba e si riparte insieme, non si sa come, non si sa con quale dignità, con quale faccia. Si vede che abbiamo talento, che il destino ci riserva una sorpresa, che noi tre abbiamo voglia di sfondare e di spaccare la faccia ai professori di disegno e di filosofia, perchè ci hanno rovinati, a noi e a quelli come noi, cioè per un motivo o per un altro, tutti. Uno dice c’è ricchezza, c’è un sistema scolastico, ma non è vero, non c’è la scuola, non esiste. La scuola per me e per quelli che ancora ci vanno, e lo so che è così, è una stanza e basta, dentro ci vanno per legge e per obbligo tutti i giovani di un quartiere e si dividono in classi in base agli anni che hanno, e ci stanno per alcune ore, molte in realtà, 5-6-7, poi escono e tornano alla vita pensando che sia vacanza, tempo libero, una cosa da passare per gioco. Invece di suggerire il contrario, che la scuola è il gioco e là fuori si fa sul serio. Questa pantomima da caserma va avanti per circa 13-15 anni di vita. Ovvio che si impara, ma solo perchè venti scimmie in un luogo piccolo per forza entrano in contatto, per forza imparano alcune leggi, alcune regole, ognuno con il suo modo di applicarle. I professori non esistono, sono immagini, non li puoi toccare, non puoi dargli un cazzotto in bocca, non esistono, i maestri i professori, per l’appunto in una felice definizione, il “corpo docente” perchè è tutto un unico pezzo di massa da forno che si spacca e si plasma e si divide e si disperde, ma resta un enorme organismo amorfo, sono la testimonianza più drammatica che non esistono maestri, non ci sono nè ci saranno nuovi jedi finchè non ci sono maestri. La scuola illude, illude sulle tue qualità, sulle qualità di chi sta dietro la cattedra, illude sulla necessità di ciò che nonostante annoi si impara e ancor più sulla bellezza di quello che si apprende per autentica passione. E’ questa la cosa più importante della scuola: insegna le illusioni, benissimo, perfettamente. E di traverso, insegna a stare vivi in mezzo a pettegolezzi amori segreti violenze e amicizie, che non svaniscono con gli anni, e letteralmente esplodono sotto forma di cose vive tra una maturità e l’altra, arrestandosi improvvisamente in vecchiaia, (che si distingue dal resto della vita perchè usa i ricordi solo per non pensare al presente, e quindi essi perdono di spontaneità, emergono a richiesta, e cambiano, per sempre.), età che fa schifo, che fa pena, che odio e disprezzo con tutto me stesso e spero di non vedere mai. Piuttosto mi sparo.
Chissà se il camper ha qualche danno.
“…Dalle vicende del popolo, in effetti, si dovrebbe partire sempre per comprendere l’immaginario, il bagaglio di visioni e vedute, la panoramica più elementare per decifrare i più complessi rapporti che animavano la gioventù italiana barocca, in generale, e quella bolognese e di Manzini, in particolare…”
