Appoggio gli sci alla rastrelliera e attraverso il terrazzo claudicando. I miei amici sono già tutti lì, attorno a un tavolone di legno, le guance arrossate, le chiome scarmigliate. Ridono, rumoreggiano e si rimpinzano di capriolo con polenta.
Qualcuno mi fa un cenno.
Ordino un boccale di Forst. Ricambio il saluto dei miei amici ma rifiuto l’invito. Afferro il bicchiere e mi siedo nella neve, da solo, al limitare del bosco.
Le cime dei monti, là davanti, sono una frastagliata perfezione di luce; un deserto bianco cangiante digrada immobile lungo le pendici. Nel cielo, i cumulonembi avanzano simili a minacciosi guerrieri di panna. Mi lascio cadere di schiena nella neve e inspiro profondamente. Le montagne, la neve, la luce, ogni singola molecola d’aria che mi entra nei polmoni e sfrigola negli alveoli sono, in quest’istante, l’imperscrutabile equilibrio di infinite forze cosmiche in perpetua tensione.
Un’epifania.
Manca qualcosa.
Appoggio il bicchiere e mi tuffo nella neve fresca. Ci scompaio dentro fino alla vita. Cammino faticosamente descrivendo un ampio cerchio.
Una voce dal gruppo: “Alberto, si può sapere che cazzo fai?”
Non rispondo e continuo a nuotare nella neve.
“Ehi! – fa Simone – Aspetta un secondo!”
Si alza dal tavolo e si tuffa nella neve esattamente dov’ero io poco prima. S’incammina in direzione opposta alla mia. Ci congiungiamo trenta metri più a valle.
Ci abbracciamo e per qualche minuto ci spruzziamo in faccia la neve ridendo. Ritorniamo al rifugio grondanti sudore.

Il sole scompare oltre l’orizzonte con la lentezza di un cetaceo che s’inabissa. Gli ultimi raggi tingono le nuvole con colori di fiamma.
Siamo pigiati all’interno della funicolare. Ultima risalita. Ultima pista prima di ritornare, ahinoi, ai nostri consueti formicai di cemento.
“Guardate là!” dice qualcuno.
All’unisono tutti si girano. Dal fianco della montagna opposta, striato da un cono di luce arancione, penzola un enorme cazzo scavato nella neve con tanto di schizzo. Una risata risuona dentro la cabina.
“Chi sarà stato?” domanda una voce.
Un’occhiata a Simone: “Altro che Nazca” commento.
Mi strizza l’occhio. “Eh, già. Altro che Nazca”.

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