“Ci credevamo eterni
ci credevamo eroi
ma il tempo se ne frega
e passa su di noi”
(“Come passa il tempo”: Dik Dik, Equipe 84, Camaleonti)

Quando l’Inter ha vinto lo scudetto a Milano c’ero anch’io. Un mio amico, chiamato Scattarelli, fa il numero due di una grossa banca e vive accanto ai Navigli. Mi ha lasciato fare i porci comodi in casa sua mentre lui prendeva qualche aereo per Bari. Ha una fidanzata musicista, pianista per l’esattezza, e le è fedelissimo. La sera prima che mi lasciasse il suo appartamento abbiamo cenato in un posto grigio chiamato “pizzeria tradizionale”, dove ho distrutto alcuni bicchieri mentre parlavo a Scattarelli di certi privè, trans, scopate multiple. Lui mi guardava con fierezza, lasciandomi nel mio girone dei lussuriosi, opponendomi la sua missione, una sorta di principio incrollabile: l’amore lo faccio solo con la mia Lady Scattarelli.
Michele Scattarelli è un uomo d’onore. Io invece mi lascio trasportare dalle cose e rovescio bicchieri.
E la notte successiva, a casa del Dottor Scattarelli, in aria di ricchezza e di agio, con la donna che amo di fianco, un domani incerto ma un oggi invidiabile, mi appare in sogno Helenio Herrera.
E’ tutto vestito di bianco, con un paio di occhiali molto spessi. “La vista peggiora a vista d’occhio. – esordisce così – Per il resto qui es fantastico, solo un po’ più palloso da quando è salito anche Giorgio Tosatti.”
Non essendo io interista, non mi spiego perché proprio Helenio Herrera. “Mi scusi signor Herrera, ma io sinceramente non la conosco. E in fondo non capisco un cazzo di quello che mi dice.”
Lui sembra leggermente seccato ma continua: “Oggi, ti dico oggi, l’Inter vincerà lo scudetto.”
“E chi se ne frega”, rispondo io.
Herrera capisce che non è aria e, aggrottando le sopracciglia, sparisce. Subito dopo sogno di smarcare Klinsmann in mezzo all’area di rigore. Klinsmann tira clamorosamente fuori.

Ecco Nicola Berti che galoppa in mezzo al campo, si aggiusta il capello ciuffato, si accorge che non ha più la palla tra i piedi, si ferma, pensa che dopotutto non è stato tanto male finché è durata: gli è andata bene, per quel che valeva. Bergomi, alle sue spalle, si ritrova ad un incrocio. Gli vengono offerte panchine, lui sceglie di fare il telecronista per Sky, e l’Italia vince i Mondiali. Vedo, sempre nel sogno, Lothar Matthaus con il pallone fermo sotto la suola, in attesa di qualcosa. Contro un muro, di fronte a lui, ecco strane creature storte, pelose, supplicanti. Sembra un’esecuzione. In effetti mi pare di riconoscere Bergkamp, l’olandese bianchissimo e debolissimo; Pancev, la Scarpa d’Oro che arrivò da Eroe e se ne andò da Profugo; l’odioso Benoit Cauet, il baffuto lentissimo Vampeta, il negro senza piedi Domoraud, persino il lampadato Ferri. La giustizia di Matthaus si abbatterà su di loro spezzando le loro rachitiche carrierine. Dio, sotto mentite spoglie di Luisito Suarez, mi si avvicina mentre un nugolo di angeli gli svolazza attorno. “Ma quello è Fontolan!” esclamo indicando un angelo.
“Sì, è proprio lui” mi fa Dio-Suarez.
“Ma non è ancora morto!”
“Vero. Ma nemmeno Matthaus.”
“Ma allora dove sono?”.
“Naturalmente non sei in nessun posto. E io non sono Dio. Sono solo Suarez.”
“Perchè questo sogno?”
“Lo scoprirai domani sera.”
“Ma si sa che l’Inter vincerà lo scudetto. Che sarà mai? Era più difficile perderlo che vincerlo!”
A questo punto, improvvisamente, Suarez diventa serissimo. Un silenzio irreale ingolfa il sogno. Persino Moriero smette di pulire gli scarpini. “La tua donna ti ha tradito.” mi fa Suarez puntandomi il dito contro la faccia.
Io spalanco la bocca. Roberto Carlos mi spara una conclusione da fuori area sui denti. Mi sveglio di soprassalto con un mal di stomaco fortissimo, e la mia donna lì di fianco che dorme innocente avvolta nelle lenzuola candide ed agiate del nobile Scattarelli.

Il giorno dopo ci salutiamo giurandoci eterno amore: è l’unica promessa che so di poter mantenere. Vorrei raccontarle il sogno ma mi sento stupido, ridicolo. Figuriamoci: Suarez si sarà soltanto voluto vendicare, giacché gli ho detto la verità. Questo scudetto l’Inter l’ha vinto senza gloria, senza avversari, per davvero. Il Milan ostentava di essere stato danneggiato per metà stagione (“Eh però il Milan è stato comunque punito…” dicevano tutti). La Roma ha puntato tutto su Totti e Perrotta: se si faceva male qualcuno entravano i ragazzini, lo sanno tutti. Il Palermo poi fa pena così come il suo allenatore…
Lei mi interrompe perchè deve andare: ha l’asma, deve curarsi. E’ bella, proprio bella, anche mentre se ne va. Così bella che… magari Suarez ha ragione. Mah, l’asma. Ed Herrera, che aveva da dirmi Herrera?
Domani l’Inter vince lo scudetto. Perchè dirlo proprio a me? Perché quegli occhiali così spessi? Possibile che in Paradiso la miopia aumenti? E se avesse voluto spiegarmi che il cieco ero io? E infatti quando ho chiesto a Suarez dove fossi, lui non mi ha detto che ero in Paradiso. La giustizia di Matthaus contro i fallimenti dell’Inter, la vanità di Berti in mezzo al campo, la scelta di Bergomi… Sono un pazzo a dare ascolto a quella massa di perdenti, penso anche, ricordando di aver indossato da bambino il cappellino con le treccine di Gullit incorporate. Ero milanista, io, tifavo tantissimo. Che è successo dopo? Quand’è che ho perso la passione per una squadra? Quando ho cominciato a giochicchiare a calcetto. E allora studiavo i movimenti dei giocatori e mi appassionavo a loro singolarmente: a Rui Costa, per esempio. O a Zauli, a O’Neill, altri numeri 10. Odiavo Zidane perché era goffo. Poi è arrivato Cassano e ho tifato soltanto per lui. E il Milan l’ho lasciato perdere per sempre, per fortuna.
Lei è ormai sparita nella metro. Suarez sia con me. La devo seguire.
Prendo un paio di olandesi, ché sanno essere discreti: Wim Jonk e Aaron Winter, e li lancio a Cologno Nord dove lei dovrebbe arrivare tra una ventina di minuti. Poi prenderà la coincidenza per Monza e se ne andrà a casa. A meno che a Cologno Nord non ci sia qualcuno ad attenderla. Accanto a me ecco comparire Roy Hodgson. Se la ride, lui. Ride di me. Ma dove voleva andare, lui, con Fresi e Galante in difesa? Resterò in contatto con gli olandesi attraverso un walkie-talkie. Ma ecco che Andy Brehme mi fa un cenno. Mi dice di seguirlo. Guida un tandem: mi sembra l’ideale. Destinazione: Cologno Nord pure io. Ci troveremo tutti là e discuteremo il da farsi. Le risate di Hodgson alle mie spalle sono sempre più irritanti. Guardo nello specchietto del tandem. Uno specchietto? Non sapevo ci fosse. Brehme mi rassicura con un inconfondibile sorriso teutonico.

Venti minuti più tardi, mentre io e il tedesco arranchiamo, arriva la tanto attesa chiamata di Jonk:”Allora, l’avete vista?”
“No mister”. Mi chiamano mister.
“Com’è possibile?”
“Mister, siamo stati convocati in nazionale: siamo in ritiro.”
“Che vuol dire, Jonk?? Che non siete a Cologno Nord?”
“No mister, siamo in Olanda. Domani giochiamo contro l’Olanda.”
“Io non capisco niente.”
“Sì.”
“Passami Aaron.”
“Non si può mister.”
“Perchè?”
“Perchè lui ha dimenticato tutto, l’italiano, tutto.”
“E io che faccio, allora? Io voglio solo sapere se lei mi tradisce.”
“Ma penso di sì, mister, comunque l’importante è la squadra, non i singoli. Chiaro, fa piacere segnare, ma penso che…”
Chiudo il contatto con Jonk. Brehme chiede di fermarci un istante: vuole un panino. Lo trovo comprensibile, in fondo mi sta dando una mano, inoltre è meglio non tirare troppo la corda: già mi hann oabbandonato quei due.
“Bella oggi Milano.” esclama Brehme. Una persona molto saggia, mi sembra. Ci dirigiamo verso il chiosco, seduti ad un tavolino ecco Ottavio Bianchi e Osvaldo Bagnoli che discutono come due vecchi: “Ormai il sistema è quello che conta, il sistema di gioco, il sistema di allenamento, non più l’estro del giocatore singolo, voglio dire, io sono solo un allenatore, il mio compito è quello di mettere i giocatori in campo in modo che ognuno di loro dia il meglio di sè, e faccia quello che sa fare meglio.” dice Bagnoli. Fa un cenno di saluto a Brehme, e di sfuggita anche a me. Bianchi sembra in disaccordo, come sempre. Ha negli occhi il fallimento del Napoli. E ripete da anni la stessa frase “Alemào vuol dire Tedesco. Careca vuol dire Pelato. E io non l’ho mai saputo.”
.Il panino è bollente, piccante, senza carne, anzi, a ben vedere, senza niente dentro, è solo piccante, non c’è nemmeno il panino: ci siamo fatti spremere il tubetto del piccante sulle mani e succhiamo avidamente il liquido dal palmo. Quando inizio a pensare di essere disgustoso è troppo tardi: sono arrivati Pistone e Centofanti, due terzini mi pare, squallido il primo, folkloristico il secondo. Si avvicinano a Brehme, che finge di non vederli: a quanto pare li odia. Nessuno che li saluti, nemmeno Gianluca Festa, il quale in realtà non avrebbe alcun motivo per fare il sostenuto.
Bagnoli mi infila diecimila lire in tasca e mi dice: “Mi sembri in difficoltà.” Poi, senza che io ci capisca un’acca, Brehme mi trascina nuovamente sul tandem. Mi sento sfinito, la gola brucia, ho sete e, francamente, l’Inter mi soffoca.
Un caffè con Tassotti l’avrei anche preso ma Festa, Fresi, Galante, Pistone, Centofanti: chi è questa gente? Infiltrati, soltanto infiltrati. Terzi incomodi.
Inchiodo.
Brehme ha un sussulto. “Che su-cede?” mi fa, inciampando in un italiano sillabato.
“Sono tutti outsiders, terzi incomodi, altri, esterni.”
“Chi?”
“Quelli là del chiosco.”
“E alora?”
“Allora stanno a simboleggiare che esiste un terzo, un terzo uomo. Un amante, Andy.”
“Chiamami Brehme.”
“La mia donna ha un amante, Brehme.”
“Fa bene. Ora puoi chiamarmi Andreas.”
“Un amante, Andreas.”
“Ripensandoci Brehme suona meglio.”
“Concordo.”
“Ri-partia-mo?”
“Sono pronto.”
Do un’occhiata ancora nello specchietto. Se interpreto correttamente questi schifosi segni, la mia donna ha un altro. La faccia preoccupata di Brehme mi lascia intuire che egli pensa la stessa cosa.

Arriviamo a Cologno Nord, ma naturalmente è troppo tardi. “Brehme, ma perchè siamo venuti fin qui? Era ovvio che la metropolitana avrebbe fatto prima di noi. A quest’ora lei sarà già…”
“E’ fero.”
Osservo Brehme. E’ immobile, impassibile.
“E’ FERO??? E’ TUTTO QUELLO CHE SAI DIRE?? LASCIA CHE TE LO DICA, ANDREAS BREHME, LA VOSTRA ORGANIZZAZIONE LASCIA MOLTO A DESIDERARE. ANZI FA SCHIFO. E PURE TU MI SEMBRI COMPLETAMENTE RINCOGLIONITO.”
Brehme mi guarda, glaciale. “Ci vediamo alla festa.” mi fa, e prende il volo con il tandem. Dopo un istante, è già un puntino nel cielo. Ho il tempo di gridare soltanto “PERCHE’ NON MI HAI DETTO PRIMA CHE IL TANDEM PUO’ VOLARE?”

Poi mi siedo sul marciapiede. Guardo Milano: è bella, bellissima, abbandonata, periferica, grigia, rumorosa. Sembra sempre di essere nell’ora di pausa dell’Inferno. Prendo fiato, rido della mia poca fede.Chiamo la mia donna:”Allora come stai?”
“Ehi, sono tornata a casa proprio ora.” Dice con una voce stupenda. E’ possibile scopare soltanto con la voce?, penso.
“Brava.”
“E tu?”
“Io…io..”
“Sei ancora a Milano?”
“Sì… io… volevo andare alla festa dell’Inter stasera, sai?”
Lei ride, è incantevole sentirla ridere.
“Va bè contento te. Vado a farmi un aereosol.”
“Ciao.”
“CIAO.”
Bellissima asma, dolcissimo aereosol. Al diavolo Suarez. Intanto, clacson dovunque, scoppia una felicità che mi coglie impreparato, si riversano nelle strade macchine nerazzure, facce nerazzurre, femmine con canottierine nerazzurre. Dicono tutti “Era da 18 anni che l’Inter non festeggiava lo scudetto. Colgo l’occasione per riprendermi e scendo in metropolitana verso i navigli. Perchè stasera torna a casa Scattarelli, il mio amico. Milanista.

Ci guardiamo la Domenica sportiva e Controcampo, contemporaneamente, ora l’una ora l’altro. La prima è soporifera: Enzo Creti, inviato dal Duomo fa pena. Quelli di Mediaset, come al solito, sono portentosi: grandi immagini, bei servizi, commenti arguti, un po’ caciaroni, ma è giusto così. Racconto a Scattarelli del sogno, della gita con Brehme. Non è che rida molto, lui. Non capisce bene se scherza o meno, ma mi lascia parlare. Sembra preoccupato. Sullo schermo appare un funereo Marco Civoli, nel plumbeo studio RAI, e ipnotizzando il pubblico più col ciuffo che con gli occhi, infila una serie di elogi a bassa voce senza nessuna importanza ora per Materazzi ora per Stankovic. Suona alla porta qualcuno. Il mio amico mi guarda, poi va ad aprire.
Entra in cucina un vecchio con la faccia furba.
“Massimo, lui è Peppino Prisco, una vita intera per l’Inter…” mi fa il mio amico.
“L’avvocato Prisco! Ma lei… lei è morto da anni!”
“E’ vero, ma anche Suarez lo è.”
Lo è?
Nessuno dei tre ha informazioni precise sullo stato di salute di Suarez, ma ciò basta per confondermi e non farmi più pensare al dettaglio della morte di Prisco.
“Giovanotto – mi fa l’anziano interista – ecco, benché non sia compito mio, sono venuto di persona a darle questo.” E mi porge una videocassetta. “Da parte di Wim Jonk ed Aaron Winter.”
La prendo, tremante. Ha l’occhio scaltro, l’avvocato Prisco. Il mio amico sembra intimorito e offre noci e frutta secca a tutti. Nessuno di noi tocca cibo. L’avvocato Prisco, che ha sempre avuto fama di simpatico burlone, non riesce a trovare niente di divertente da dire e in pochi istanti realizza, che è meglio per lui tagliare la corda.
Appena uscito l’avvocato, sibilo al buon Scattarelli: “Metti questa cazzo di cassetta.”
La infila nel videoregistratore e, sospendendo per un attimo il dito a mezz’aria, decide per il Play.

E’ la festa dell’Inter. Nello spogliatoio Materazzi, Zanetti, e gli altri del gruppo che saltano in mutande e si sparano champagne. Ne ho viste tante di feste scudetto. Quelle del Napoli di Maradona rimangono le migliori, le più commoventi. Insomma, è una specie di nastro privato. Divertente. Io e il mio amico ce la ridiamo di fronte agli scherzi di Ibrahimovic a Adriano. Fanno il gioco della bottiglia, poi della sedia mancante, poi provano ad imbastire un nascondino, ma dopo qualche istante si stufano. Arrivati al toro meccanico cavalcato da Burdisso il mio amico Scattarelli comincia a sbadigliare. E infine, quando Zanetti urla “Strega comanda colori, comanda Nerazzurro!!!” e tutti si lanciano sulle magliette mentre la strega cercadi afferrarli, il mio amico si addormenta del tutto, la testa riversa sul tavolo. Il filmato in effetti non è un granchè. Per quale motivo lo stiamo guardando?
Un istante dopo le immagini cambiano. Scattarelli è nudo e ha il proprio affare infilato tra le cosce della mia donna. La cosa va avanti per un po’. A lei sembra piacere. Fisso lo schermo senza muovere un muscolo. Scattarelli si sveglia di soprassalto. Spegne frettolosamente il video.Mi guarda. Non dice niente. Non dico niente nemmeno io.

Esco da casa sua, senza che nessuno abbia mosso un nervo per spiegare, capire, giustificare. Che bello soffrire senza verbi. Notte fonda, nel centro di Milano, abbagliato da una folla immensa di tifosi, turisti, curiosi. Mancano i giocatori dell’Inter però, non ne scorgo più nemmeno uno. Mi sento profondamente solo. “Tutti pazzi per Materazzi” urla qualcuno. I tifosi dell’Inter festeggiano con rabbia, non ci sono abituati: hanno visto come si fa nei filmati alla TV e copiano, fanno finta di essere felici, sembrano quasi COSTRETTI ad esultare. Penoso e commovente. Mi salgono le lacrime agli occhi, lacrime piccanti. Vorrei chiamarla, dirle che so tutto, che ho visto tutto. Poi improvvisamente mi si gonfia il cuore di riconoscenza per quei due olandesi: nonostante fossero in ritiro, che carini, mi hanno comunque dato una mano a scoprire la verità. Chissà com’è finita la loro partita. Avranno vinto? Passa un risciò, lo traina Facchetti: “Un passaggio?”
Sono inebetito. Un passaggio? E per dove? Dove finirò mai, stanotte?
“Sì grazie” rispondo io.
“Sono diecimila lire.”
Cerco nella tasca: qualche moneta, un telefono spento e, appunto, le diecimila lire di Bagnoli. Gli do il denaro e salgo sul risciò.
“Facchetti” dico, e intanto penso che Giacinto facchetti è morto di sicuro: “Portami da Suarez, alla festa dell’Inter. Facciamo finta che sia tutto vero.”
Facchetti parte come un purosangue circondato dal rabbioso, patetico carnevale nerazzurro.

Un grande allenatore quel Bagnoli, penso. Se non fosse stato per la tremenda rivoluzione di Sacchi.

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