Dedicato a Lisa Biggi
…sperando che non s’offenda…

Come di consueto ci stiamo prendendo un aperitivo nella veranda del solito bar.
Enzo continua a ripetere “Abbiamo perso… abbiamo perso per sempre…” e scuote il capo. E’ inconsolabile. Sta parlando del comunismo. “Dovresti esserti rassegnato – replico – voglio dire… il muro è crollato nell’ottantotto. Diciannove anni fa…”
Una voce: “Ottantanove”.
Giro lo sguardo. Nel tavolo a fianco a noi un ragazzo sulla trentina, solo, sorseggia una birra. “Prego?”
“Il muro di Berlino… è crollato nell’ottantanove, non nell’ottantotto” spiega.
“Ah, grazie” e gli rivolgo un sorriso circostanziale.
Cesare dice che secondo lui mentre si scorreggia bisogna dire ‘oppallà’. Serve per fare in modo che puzzino meno.
Cristiano sta raccogliendo da anni tutti gli articoli di giornale che parlano di invenzioni inutili eppure passate alla storia. Ci scriverà un libro, dice. Vuole intitolarlo ‘Il culo di Rubik’.
Stefano invece è convinto che Lisa, la nuova barista, sia proprio un gran pezzo di fica.
Michela deve racimolare mille Euro in due mesi. “Possibilmente senza prostituirmi. Non so proprio come fare” dice rassegnata.
 “Miky, ma chi ti scopa a te – ribatto – c’hai trent’anni suonati. Oramai sei flaccida. Ma le hai viste quelle che battono in strada, che fiche, eh, le hai viste?” Il mio solito tatto da brontosauro.
 “Ma tu, quando comperi una bottiglia da bere – risponde – scegli una bella etichetta o guardi che dentro ci sia del buon vino?”
 “Io… beh…” Taccio. Come darle torto?
“Ma a che ti servono mille Euro?” chiede Stefano.
“Voglio andare in Ecuador. A marzo fanno un importante festival di teatro. I mille Euro sono per il viaggio. Poi là mi arrangio”.
“Madonnabonina mille Euro di viaggio?”
“Sì, andata e ritorno da Milano a… a…” tentenna.
La voce di prima: “Quito”.
Mi giro nuovamente. “La capitale dell’Ecuador è Quito” ci informa il tizio del tavolo a fianco.
Stefano lo scruta per qualche secondo “Senti ma…”
“Sì?”, fa quello.
“Volevo dire… ti spiace se ti chiamo ‘Google’”
Sgrana gli occhi. Risata generale.
Allungo un dito a toccargli una spalla. Mi guarda interrogativo. Spiego: “Sai, oggi ‘mi sento fortunato’”.
Il tizio si alza e scompare nel bar.
“Sicuro che è andato a chiedere in giro cosa cazzo è Google” insinua qualcuno.
Altra risata.
Ritorna tre minuti più tardi con un vassoio e sei birre. Si siede tra me e Stefano. Allunga la mano, dice: “Luca, piacere”.
Rimane con noi per il resto della serata.
Simpatico, Google.

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