Torno da pisciare.
“Scusa!”
E’ ancora lui. “Sai di fumo. Stai lontano. Lo sai che il fumo da fastidio a quelli che hanno smesso?”
“Là fuori c’è una che ti conosce. Dice che non sei credibile. Dice che sei andato a cena con lei e le hai fumato un intero pacchetto di sigarette”.
“Che cosa ho fatto?”
“Hai fumato tutte le sue sigarette”.
“Io non fumo. Saranno almeno venti minuti”.
“Be’ la tizia lì fuori invece dice che fumi”.
“Quale tizia?”
“Quella lì fuori. Dice che vi conoscete”.
“Ha le tette grosse?”
“Non mi pare, no”.
“Allora non ci conosciamo”.
“Dice che vi siete visti un giorno che lei era scazzata e tu hai insistito che venisse a mangiare la pizza e allora lei si è convinta ed è venuta e avete parlato di poesia tutta la sera e nel frattempo le hai fumato tutte le sigarette”.
“Abbiamo fatto sesso?”
“Non me lo ha detto”.
“Quindi?”
“Quindi o non l’avete fatto o l’avete fatto e non si ricorda”.
“Non saprei cosa scegliere”.
“Tra cosa?”
“Tra non fare sesso e parlare tutta sera di poesia oppure fare sesso ma essere così scarso che poi una preferisce scordarsi”.
“Però dice che l’hai fatta ridere parecchio”.
“Sì?”
“Ha detto proprio così”.
Vuoto il boccale e lo appoggio sul bancone. Mi alzo dallo sgabello e sistemo il pacco. Faccio un rutto. Batto una mano sulla spalla del tizio. “D’ora in poi chiamami pure Roger Rabbit”, gli faccio.
Mi afferra la mano e la agita su e giù. “Io sono Michele. Non ti facevo straniero, sai? Dall'accento avrei detto che eri di Parma”.
