C’era una volta una piccola città e nel centro di quella piccola città c’era una lunga strada che poteva essere una deliziosa discesa oppure una faticosa salita, dipendeva solo dai punti di vista.
Proprio a metà di quella strada si trovava una vecchia casa con i muri scrostati e segnati dal tempo; aveva un piccolo portone in legno e sei finestre: tre al primo piano e tre al secondo piano e se ne stava appoggiata ad altri due palazzotti anch’essi piuttosto vecchi, ma molto più belli di lei.
Qualcuno pensava che la vecchia casa fosse addirittura disabitata, ma non era così. Chi entrava dal portoncino, dopo aver attraversato uno stretto e buio corridoio, trovava un piccolo cortile ed una scala che, dopo i primi dieci gradini, si nascondeva all’interno di una torre molto alta.
Sembrava quasi la torre di un castello ed era sempre inondata da un profumo intenso… un profumo di cibi buoni, cucinati con cura, con pazienza. Un profumo che guidava fino al cuore della vecchia casa ed il cuore della vecchia casa era un piccola donna , magra, con i capelli bianchi e gli occhi grigi ed un grembiule sempre legato ai fianchi. Nessuno degli abitanti della via sapeva la sua età con precisione: l’avevano sempre vista così, con i capelli bianchi ed il grembiule, forse con qualche ruga di meno, qualche dente in più…e un marito accanto.
Lei si guardava bene dal dire quanti fossero realmente i suoi anni; le piaceva creare attorno a sé un po’ di mistero. In fondo bastava veramente poco per uscire dagli schemi di banale normalità che la gente si metteva nella testa e già il fatto di abitare in quella vecchia casa rendeva la minuta vecchietta un po’ strana, quasi magica agli occhi del mondo esterno.
Perché continuare a vivere tra quelle mura quando tutti, dai figli ai conoscenti, le avevano proposto più volte di traslocare in una dimora più bella e confortevole? Per un motivo semplice, così semplice da risultare incomprensibile a tutti, anzi …quasi a tutti, perché la nipote della donna, che era ancora una bambina, capiva benissimo.
“ Resto qui perché mi piace” diceva la nonna e la bambina sorrideva, perché anche lei amava la vecchia casa al numero ventiquattro di quella strada, che per lei era sempre in deliziosa discesa.
La amava anche se qualche volta le faceva un po’ paura attraversare lo stretto corridoio dell’entrata, specialmente nei pomeriggi d’inverno, quando il buio arrivava presto e la coglieva di sorpresa all’uscita della scuola elementare. E allora correva nel corridoio e correva su per le scale, con la cartella sulle spalle ed il cuore in gola; ma la paura di colpo aveva una fine, non appena la bambina entrava nella cucina della nonna e sentiva addosso, all’improvviso, il calore della stufa a legna.
Che sensazione stupenda era quel passaggio istantaneo dal buio alla luce, dal freddo al caldo, dalla paura al sollievo !
E subito dopo arrivava la speranza che la nonna, pur continuando a sbrigare i suoi lavori domestici, iniziasse a raccontare una delle sue storie. Erano spesso storie di donne, quelle che raccontava e
la bambina, al termine di ognuna di esse, si domandava quanta realtà e quanta fantasia vi fossero nelle parole della nonna. Non chiese mai spiegazioni a riguardo, per timore che la bellezza di quelle storie potesse in qualche modo svanire; ma una volta, in particolare, dubitò che quello che stava ascoltando fosse nientemeno che un episodio della vita della nonna.
Quel pomeriggio di novembre pioveva e l’anziana donna stava rammendando delle calze, seduta accanto alla finestra. La bambina aveva avuto l’impressione che stesse piangendo, ma fece finta di niente e continuò a mangiare la sua merenda. Ad un tratto il racconto iniziò, lentamente, uscendo dal silenzio profondo che stava regnando tra quelle mura.

“C’era una volta un uomo molto bello e molto ricco. Quando passeggiava per la città gli altri uomini lo salutavano togliendosi il cappello, con rispetto, mentre le donne lo guardavano come se davanti a loro fosse comparso il principe azzurro in persona.
L’uomo aveva una casa stupenda e una bellissima carrozza con due cavalli bianchi sempre pronta nel grande cortile. Ma non aveva ancora una moglie e tutti si domandavano cosa aspettasse a trovarne una, visto che ogni donna della città avrebbe fatto carte false per poter essere la sua sposa.
Ma l’uomo diceva di non aver ancora trovato la persona giusta: una gli sembrava troppo vanitosa, l’altra troppo piccola, l’altra ancora aveva una voce troppo stridula…E così gli anni passavano senza che lui riuscisse a trovare la donna della sua vita.
Un giorno, passeggiando lungo un viale alberato, l’uomo notò una bellissima ed elegantissima ragazza seduta su una panchina. Era talmente bella da sembrare un sogno e stava ricamando un candido fazzoletto. Le passò accanto, rallentando il passo e in segno di saluto fece un piccolo inchino togliendo il cappello e portandolo al petto. Lei alzò lo sguardo dal suo lavoro e fece un sorriso, per poi tornare a ricamare dopo qualche istante.
La giornata non fu più la stessa: tutto cambiò improvvisamente e l’uomo decise che quella sarebbe stata la donna della sua vita ! Ma come fare a sapere chi fosse ? Come fare a conoscerla? L’avrebbe trovata ancora su quella panchina anche il giorno seguente?
Quella giornata sembrò interminabile e la notte ancora di più.
La mattina seguente l’uomo ricco e bello si guardò innumerevoli volte allo specchio, prima di uscire di casa. Aveva messo il vestito migliore e il cappello appena acquistato dal cappellaio più in voga della città; le scarpe erano lucidissime, al punto da brillare. Tutto era perfetto ed uscì di casa percorrendo la stessa strada del giorno precedente, fino a raggiungere il viale alberato. E improvvisamente la vide. Era ancora seduta sulla stessa panchina, ma questa volta vestiva degli abiti poveri e sdruciti e invece del candido fazzoletto teneva in mano una calza da rammendare.
L’uomo rimase sbalordito…eppure era ancora lei ! Ma come mai era vestita così male, contrariamente al giorno precedente? Un motivo ci doveva pur essere e sicuramente un motivo importante…
Pur non sapendo quale fosse la causa di quel cambio di abbigliamento, l’uomo decise di non passare davanti alla ragazza vestito così elegantemente, per non metterla a disagio. Quindi tornò di corsa a casa e si cambiò velocemente, facendosi prestare gli abiti dal giardiniere; poi tornò al viale alberato, ma la panchina era vuota….la bellissima ragazza se ne era già andata.
La mattina successiva l’uomo ricco e bello si alzò dopo una lunga notte insonne e guardandosi allo specchio iniziò a pensare a come si sarebbe vestita quel giorno la bellissima ragazza della panchina.
Se lei si fosse vestita in modo elegante e lui avesse usato gli abiti da giardiniere non l’avrebbe degnato di uno sguardo e se, al contrario, lei fosse stata coperta di poveri stracci come il giorno prima e lui avesse indossato l’abito più bello…la ragazza avrebbe potuto sentirsi a disagio.
Cosa fare, dunque, per non sbagliare?
L’uomo decise di mandare uno dei suoi camerieri a vedere come fosse vestita quel giorno la bellissima ragazza. Gli spiegò quale fosse la panchina dove avrebbe dovuto cercarla ed attese che questi facesse ritorno. Il servitore tornò dopo una mezz’ora e disse di aver visto una bellissima ragazza seduta su quella panchina; era vestita in modo normale, né troppo elegante né troppo misero e giocava con due piccoli cani.
L’uomo ricco e bello non esitò un istante: si vestì in modo non eccessivamente elegante e si fece prestare un piccolo cane dal vicino di casa per portarlo con sé durante la passeggiata. In questo modo arrivò al viale alberato, vide la bellissima ragazza seduta sulla panchina e passandole davanti la salutò come aveva fatto due giorni prima e lei contraccambiò anche questa volta il saluto con un sorriso.
L’uomo memorizzò la razza dei cagnolini della giovane donna e andò subito a comprarne uno uguale. L’indomani l’avrebbe portato con sé e, magari, avrebbe trovato il modo di far notare alla bellissima ragazza che i loro animali erano della stessa razza.
Così, dopo un’altra notte insonne trascorsa a pensare alle parole che avrebbe usato per presentarsi e ad immaginare la voce della giovane, l’uomo si vestì con gli stessi abiti del giorno precedente, mise il guinzaglio al cagnolino e si avviò verso il viale alberato. Con sua grande sorpresa la bellissima ragazza era di nuovo vestita in modo molto elegante ed era già in compagnia di un uomo più anziano di lei, con barba e baffi e pipa in bocca. L’uomo le teneva la mano e le parlava sottovoce e lei gli sorrideva. I cani non c’erano più.
L’uomo ricco e bello non riusciva a credere ai propri occhi. Tornò a casa in preda ad un vero e proprio attacco di gelosia e decise che se quelli erano i gusti della ragazza lui si sarebbe adeguato e…si sarebbe fatto crescere barba e baffi per poter avere ancora una possibilità.
Ma per far crescere barba e baffi ci volevano parecchi giorni. L’uomo ricco e bello non uscì di casa per ben due settimane e durante quel periodo mangiò pochissimo e dormì ancora di meno a causa della gelosia. La sua servitù era veramente preoccupata ed iniziò a pensare che nella testa del padrone qualcosa iniziasse a non funzionare più a dovere.
Quando l’uomo uscì di nuovo dalla sua casa, dopo quindici giorni, tutti notarono che era dimagrito, aveva profonde occhiaie ed uno sguardo un po’ perso. La barba ed i baffi non gli stavano un granchè bene, ma lui non se ne curò e si diresse con sicurezza verso il viale alberato e la famosa panchina.
La ragazza era lì, intenta a leggere un libro, vestita con un semplicissimo abito rosa e quando lui passò e la salutò non lo degnò di un solo sguardo.
Come poteva essere?
L’uomo percorse tutto il viale alberato e poi tornò nuovamente verso la panchina, ma anche questa volta lei non alzò gli occhi dal libro.
Tornò a casa e preso da un attacco di rabbia fece a pezzi tutti i vasi di porcellana della sua preziosa collezione. Poi si chiuse in camera rifiutando il cibo che i camerieri gli offrivano bussando alla sua porta.
La servitù era sempre più preoccupata e chiamò un dottore, ma l’uomo ricco e bello non lo volle neppure vedere. Dopo qualche giorno riprese a mangiare qualcosa, ma poi trascorreva intere ore davanti allo specchio cambiandosi in continuazione gli abiti e borbottando strane domande alla sua immagine riflessa.
Ormai in città si era diffusa la voce che l’uomo fosse molto malato e che il suo cervello non ragionasse più come un tempo. Le donne iniziarono a dire che in fondo non era mai stato molto bello e gli uomini smisero di rispettarlo e di invidiargli la sua ricchezza.
Passarono i mesi e solo una cameriera decise di non licenziarsi e di restare al servizio dell’uomo che un tempo era stato ricco e bello. Da sola riusciva a malapena a cucinare e riordinare come meglio poteva la grande casa; rimase vicino all’uomo fino al giorno in cui egli morì. E quel giorno, prima di chiudere definitivamente gli occhi, lui le consegnò una busta.
La donna la aprì solo alla fine del funerale del suo padrone e vi trovò all’interno una lettera che era divisa in due parti: la prima era un testamento in cui l’uomo dichiarava di lasciare a lei la sua casa; la seconda parte era una poesia d’amore intensa e commovente che finiva con queste parole:
“Mi hai ucciso senza neppure sfiorarmi,
obbligandomi a lanciare un dado
per scegliere
tra la mia vita e quella che tu avresti amato,
tra il mio cuore e quello che tu non avresti odiato.
Mi hai ucciso senza neppure sfiorarmi.
Ed io,
per sempre,
sognerò che tu possa aver stretto le tue bianche mani
attorno al mio collo ormai piegato dalla stanchezza.”

La bambina aveva ascoltato a bocca aperta tutta quell’incredibile storia che la nonna aveva narrato con lo sguardo rivolto verso la pioggia che continuava a scendere oltre i vetri. Rimase colpita da come la donna avesse recitato le parole della poesia finale e per un attimo pensò che la sua anziana parente potesse essere la cameriera della storia o forse, addirittura…la bellissima donna della panchina .
Ma no…come poteva essere? Erano tutte fantasie.
E rimasero fantasie fino al giorno in cui la signora dai capelli bianchi e gli occhi grigi fu costretta ad abbandonare la vecchia casa. La nipote, ormai cresciuta, la aiutò a traslocare le sue cose e grande fu la sua meraviglia quando, sotto al vecchio materasso di piume, trovò due fogli ingialliti dal tempo e conservati in una busta : il primo foglio era un testamento e il secondo…una poesia che terminava così…”Mi hai ucciso senza neppure sfiorarmi…”
La giovane lesse tutto con calma e poi rimise i fogli nella busta e mise la busta in fondo ad uno scatolone. Poi scese, per l’ultima volta, le scale della vecchia torre e percorse il corridoio lungo e stretto fino a raggiungere la strada dove la nonna volle chiudere da sola il piccolo portone di legno. Lo fece con un’attenzione tutta particolare e la nipote ebbe l’impressione che la donna volesse chiudere dentro tutti i suoi ricordi, le sue gioie e i suoi dolori…tutta la sua vita.
Tutto in quella vecchia casa, che forse aveva più segreti di quanto chiunque avesse potuto immaginare.

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