Ti ho camminato dietro e tu avevi un vestito bianco a maniche corte uguale al mio, ma di quattro taglie più grande. E avevi la scollatura che era un principio di essere donna, anche se nove anni, solo nove ti stavano sulle spalle. E avevi i capelli raccolti per sembrare signora, ma a me sembrava la cresta di un gallo tutta dritta così. E avevi in mano il ventaglio di cocco della nonna. Lo tenevi sempre tu. Era uno scettro, faceva la differenza. Era l’ala spezzata di un gabbiano, che battuta con forza ti avrebbe portata fin sopra le onde.
Ti camminavo dietro e tutt’e due andavamo sul bordo della strada, proprio sulla riga tra l’asfalto e l’erba. Tra l’andare a scuola e il giocare. Tra i piedi nudi e le scarpe.
Camminavi dritto e io ti venivo dietro inciampando nel mio vestito, bianco come il tuo. Anzi, proprio il tuo, che da poco ne avevi un altro. Così me lo tiravo su, stringendo pugni di stoffa.
Camminavi davanti perché eri più grande e veloce, e perché avevi il ventaglio di cocco. Passavamo sotto un filare di palme, verdi asterischi contro il grigio del cielo, mentre dalle case usciva odore di banane fritte e di pollaio dai cancelli senza la porta.
Tu camminavi ed eri contenta che eri più alta, che avevi il vestito nuovo e che io dietro sembravo la tua damigella. Tenevo un invisibile strascico: quattro anni di differenza, quaranta centimetri d’altezza, quattrocento domande che iniziavo a fare e di cui tu già sapevi ogni risposta. Anche da dietro ti vedevo il sorriso, perché le guance ti salivano tonde fino alle orecchie. Con guance così, i tuoi occhi sempre luccicavano neri. Mi camminavi davanti ed eri un faro con i punti più scuri dei gomiti. Anche ad occhi chiusi avrei potuto seguire la strada, perché strisciavi le infradito di gomma sopra l’asfalto. Con quei talloni chiari alla fine di gambe carruba.
Camminavi così, e intanto una macchina grigia dal fondo si faceva più grande e dal centro della strada di lato. Il tuo, il nostro. Ma tu continuavi il passo deciso e la macchina anche, ma sempre più piano che le si vedevano le ammaccature davanti e il vetro con due mezze lune pulite, tra polvere e sabbia.
Mi si è slacciato il fiocco, quello dietro la schiena. Mi sono fermata a guardare i nastri bianchi, che improvvisi pendevano ai fianchi. Visti così sembravano lunghissimi e impossibili da far tornare dietro senza l’aiuto di un grande. Il tuo, quello della mamma. La macchina intanto era ferma. Ho alzato la testa per chiederti di aspettarmi e allacciarmi.
Tu eri lì, senza più guance vicino alle orecchie. Lì con il ventaglio in fuori come a dover colpire una palla. Ho guardato in su, ma niente cadeva dal cielo.
Nella macchina un uomo sorridendo si è abbassato di lato, poi si è aperta la portiera dove non era seduto nessuno, e il sorriso è tornato dritto dietro il volante. Teneva una bambola in mano, piccola e rosa. Con i capelli colore del mais, non crespi e ricci com’erano i nostri. Sembrava sua figlia, aveva la pelle dello stesso colore. Le ha fatto fare Ciao con la mano verso di me, alzandole il braccio. Le ha accarezzato la testa.
Io ti ero ferma alle spalle, a tanti passi quant’era la distanza di un vestito slacciato. Ho provato a farci il nodo da sola, mentre camminavo verso la macchina per vedere da vicino la bambola. Ma tu hai detto No!, a quella voce all’interno dell’abitacolo. Che forse avevo sentito nella nostra cucina, qualche notte che eravamo già a letto e poi si tendeva un filo dritto di luce dov’era la porta, e la mamma ti chiamava di là. E poi non si sentiva più niente. Hai continuato con Sì e con No e silenzi che non erano nostri. Con me non abbassavi mai la testa così. Anch’io la tenevo bassa, con gli occhi sulla pancia, per riuscire a stringere in fretta quei nastri. Bassa per lo sforzo, per fare presto e raggiungerti. Poi la portiera ha fatto rumore di nuovo. E quando ho alzato la testa, c’era solo una riga lunghissima che divideva l’asfalto dall’erba.
