Mi accendo la sigaretta.
E’ pomeriggio.
La fuorì, nella piazza, la gente si accalca ai banchetti e curiosa, assaggia, compera. Attraverso i portici il sole irraggia caldo ottimismo arancione nel cortiletto interno del palazzo.
Guardo insù. Lo squarcio di cielo tra i tetti è color azzurro pennarello.
Che giornata meravigliosa.
Ai margini del campo visivo intravedo una macchia nera sfarfallante. Attraversa lo spicchio di cielo lesta come un tradimento. Non ho modo di metterla a fuoco, posso soltanto scorgere una coda biforcuta mimetizzarsi nell’ombra.
Una rondine?
Splitch!
Una rondine che mi ha scagazzato a un millimetro scarso dal naso.

Due sottili tacchi di metallo deliziosamente fetish, scarpe nere, lucide, gambe affusolate che s’infilano sotto una minigonna talmente eterea che pare intenzionata a smaterializzarsi proprio lì, sotto i miei occhi. La ragazza incrocia per un istante il mio sguardo. Ricambia la mia espressione contemplativa con un sorriso ialino. Indossa una canottiera aderente che evidenzia le curve flessuose. Ha le spalle scoperte. Diciott’anni; diciannove, toh.
Che topona.
Di fianco a lei, un affare brufoloso approssimativamente antropomorfo. Un puntaspilli di piercing su una faccia da morto culminante con un cespo di capelli bisunti simile a un dormitorio per fuchi, dei pantaloni col cavallo raso al pavimento, una t-shirt che pare una tovaglia della ‘festa dell’Unità’, in termini di macchie e dimensioni.
Le cinge rozzamente la vita e le strizza un gluteo.
E’ il suo moroso.

Getto la sigaretta nella merda di rondine e la pesto stizzito, dopodiché mi sfrego a lungo la scarpa sull’acciottolato domandandomi come posso essere così idiota. Mentre risalgo lo scalone realizzo che la primavera, anche quest’anno, è giunta ahimè puntuale. Che fretta c’era, poi. Maledetta primavera.

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