Si ebbe un tonfo
più nessuno
pensò alla luna
Antonio Delfini
Il piede d’appoggio si solleva. Abbandona il pavimento. Ne considera con nostalgia le piastrelle un po’ sbiadite, usurate dal tempo e dai passi. Temporeggia in aria.
Il resto del corpo lo segue. Non può vivere senza di lui. Non sarebbe umano.
Cade come un attaccante in area di rigore. Magari aiutandosi, che tanto lo fanno tutti e tutti lo san-no. Rimane a terra, in attesa che la moviola faccia chiarezza sull’accaduto.
Solo che lei non è un calciatore. E non lo diventerà mai. Per due motivi. Intanto non le interessa. Poi è morta.
Ma io scherzavo…
Erano entrati nel bar mezz’ora prima. Scherzando. Ridendo. Battute. Gesti. Ammiccamenti. Poi lui le fa:
Adesso ti sparo!
Lei simula terrore e spavento di fronte alla mano che imita un’arma da fuoco.
Lui abbassa il pollice.
BANG!
Dall’indice parte un colpo. Prende la ragazza in pieno viso. Sulla fronte compare un buco rosso, di quelli che si vedono nei film d’azione.
Ehi bel trucco ma dove l’hai imparato mica male davvero adesso basta però dai non fare la deficiente ehi ma non sarai davvero…
Barista e clienti non si capacitano. Nessuno fiata. Non se l’aspettavano.
I carabinieri, prontamente accorsi, non sanno cosa pensare, cosa scrivere sul verbale. Biologia, giu-risprudenza e buon senso non forniscono alcuna risposta. Niente di ciò che è successo rientra nella consueta e rassicurante casistica.
Il ragazzo viene portato in caserma. Lo interrogano per ore. Lo esaminano accuratamente. Lo sezio-nano scrupolosamente.
Il dito non spara più. Gli hanno detto prova e lui ha provato. Però non è successo nulla.
La sera compare al TG delle venti. Pallido. Sconvolto. Assediato da cronisti e affini.
Credevo fosse caricato a salve…
