Illusorie chiazze d’acqua, coprivano l’asfalto delle strade della bassa, quell’afosa domenica di luglio inoltrato. Molti pensano erroneamente, che per assistere ad un miraggio, occorra essere in groppa ad un dromedario tra le dune del deserto, invero, anche noi della bassa abbiamo i nostri miraggi, e li si può vedere inforcando comodamente la sella del proprio motorino, o in macchina, nelle stradine asfaltate, affiancate dagli alti e robusti steli del gran turco. I miraggi della bassa sono popolari e poco formali, si lasciano vedere da uomini in canottiera e calzoncini, il turbante non è d’obbligo, e non vogliono ingannare, giacché l’acqua non manca mai, ma solo ammiccare e ricordare al passante, che è estate piena e calda. E del sole d’estate era cotto il cofano della vecchia BMW 1600 di Nino, arancione come un caco maturo, ultima della sua serie, unica del suo colore, procedeva scoppiettante animata da quel motore, tutto carburatore, aste e bilancieri, che non aveva nulla di elettronico, se non le candele, e la cui stabilità in curva, era fedelmente controllata, da due prismi di cemento nel bagagliaio. L’odore di tabacco bruciato e di nicotina infestava l’abitacolo, mentre Nino succhiava con gusto la più recente, ma non innocente vittima, dei suoi vecchi e neri polmoni. Alla prima stradina sterrata a destra, premette col dovuto zelo la frizione del “potente” mezzo, e affrontò la svolta senza motore, ma facendo bene attenzione, una volta girato, a dosare il piede sull’acceleratore per non farlo spegnere, giacché poco gli interessava delle macchine, delle svolte perfette, della velocità e della giusta marcia, a lui bastava arrivare in quarta e, all’occorrenza, parcheggiarci anche. Arrivò in fondo alla strada dove una bicicletta nera da uomo era appoggiata ad un muretto, sceso dall’auto fu investito dalla calura del meriggio e dall’odore dei fossi, sensazione a lui così familiare, ma nonostante ciò, ogni volta, così preziosa. Sbatté la portiera dell’auto lasciando il suo affezionato cocchio con le chiavi nel cruscotto, come sempre aveva fatto, incurante dei ladri, fiducioso nel mondo e in una buona sorte che, per qualche strana ragione, l’aveva sempre tenuto per mano. Si incamminò verso il fosso lì a fianco, e tra le fronde dei gelsi e dei platani, seduto su di un seggiolino da campeggio, attendeva il vigoroso proprietario della bicicletta. All’ombra di una quercia incatenata dall’edera, stava un trentenne i cui sottili occhi di ghiaccio sormontavano un aguzzo naso d’aquila. Tutto in lui denotava coraggio e un indole fiera, gli zigomi forti, i tratti netti e decisi, l’ossatura sottile, inguainata in una trama di muscoli snelli e possenti. Leggeva, mentre attendeva, l’ultimo numero della Gazzetta, con attenzione e calma ne sfogliava le pagine chino in avanti, appoggiandosi sulle cosce coi gomiti, che pareva, quasi, seduto su un cesso. I muscoli dell’avambraccio si muovevano sotto la glabra pelle, in cui era ricamato in nero, quello che per molti è il re delle rogge, un vigoroso pesce gatto o come direbbe lui, dandosi un tono, Ictalurus Melas della famiglia Ictaluridae Non era moda la sua, ma il segno di un qualcosa che, il definirlo a parole, era come descrivere il mondo con due righe di quaderno, un disegno che nascondeva una vita, esperienze, sapori e odori, persone e bestie, pianti e sorrisi, e anche un po’, diciamolo, di sana follia. “Hai fatto?” domandò Nino arrivato al cospetto del Gazzoli, l’uomo pesce gatto, “Ho messo giù le reti, stavo aspettandoti per iniziare”, rispose indicando una bottiglia di vetro bruno. Era l’ultima domenica di luglio, e come ogni estate, per cena, ci sarebbe stato bos e serle per il popolo del bar Ambra, quella sera. Al solito gli incaricati di procurare la materia prima, per quel famoso banchetto, erano quei due, giacché pochi sapevano come prendere tanto pesce in così poco tempo. I normali usano la lenza, il retino o la bilancia, ma quella è roba per manovali d’acqua dolce, il vero segreto della pesca ai bos e serle stava tutto nella bottiglia bruna, ma solo degli artisti del fosso, ne conoscevano il contenuto e le articolate modalità d’impiego.
“Totti al Milan col nuovo anno” lesse ad alta voce Nino, “ma va” rispose il Gazzoli, “Totti a Milano è come un pesce gatto al mare, da re del fosso a pesce in salamoia, aah, non succederà mai!”, così dicendo passò la bottiglia a Nino, che subito si diresse contro corrente, seguendo l’erbosa riva del fosso, con la sua solita falcata lenta e sicura, più consona ad un possente erbivoro del passato che ad un discendente dell’homo sapiens. Giunto ad un centinaio di metri dalle reti, stappò la bottiglia e, facendo un cenno al Gazzoli, cominciò a versarne il contenuto nell’acqua, quando un urlo si levò dalle fronde: “Fermo!” gridò una voce di donna alle spalle del vecchio, che si sentì in un istante raggelare il sangue, “cazzo il guardapesca” pensò, e con rapidità chiuse la bottiglia e nascostala in tasca in un lampo, cominciò, per quanto reso possibile dalle sue cigolanti ossa, a correre verso il Gazzoli. “Che cosa stava versando? Dove scappa? si fermi!”, gridò la donna e Nino non poté fare a meno di voltarsi, per togliersi una pulce, che per qualche motivo, gli si era posata nel suo ampio orecchio, come non detto, non era il guardapesca, ma una giovane e verde rompi coglioni, fermi tutti, anche per quest’estate, la frittura era salva. Nino, come ordinato dalla signora si fermò, perché non era gentile disobbedire al gentil sesso, e con voce calma rispose alla domanda della giovine, che nel frattempo l’aveva quasi raggiunto: “E’ cloro cara, serve per pescare, è un vecchio trucco, il pesce ne sente l’odore e scappa verso la rete a valle, e il gioco è fatto”. “Si vergogni, lei è un delinquente, poveri pesciolini, dopo ci si lamenta che i fossi sono inquinati!” urlò la ragazza ma Nino con calma, replicò: “Da che c’è mondo si è sempre pescato col cloro, anche quando i fossi erano puliti, il mio cloro mica inquina, non sono due gocce di questa preziosa sostanza, che guastano il fosso, tanto più che da quando lo si mette negli acquedotti, i cristiani, e non solo quelli, campan di più, quindi non vedo come possa far male al pesce, che poi tra l’altro dovrà essere mangiato da un cristiano, dunque tanto meglio che sia ben disinfettato”. La calma logica del vecchio presero in contropiede la fanciulla che non seppe come ribattere ma poi aggiunse: “E che vuol dire! Pescando così si spopola la fauna acquatica!”, ed era qui, che il vecchio Nino l’aspettava. I rompi coglioni verdi son tutti uguali, ci hanno le loro fisse è inutile, l’inquinamento lo spopolamento eccetera eccetera, ma in fondo sono dei bravi ragazzi, così che al Nino si intenerì il cuore sentendo le parole della giovine, che quasi stava per rimettere il pesce nel fosso, ma il quasi, nella bassa, non sempre è un abbastanza, così ripensando alla grassa frittura, al tre sette e al lambrusco al popolo del bar Ambra quella sera, soggiunse: “E’ vero cara, ma la fauna si spopolerà comunque a settembre, quando chiuderanno le chiuse e lasceranno tutto il pesce nel fosso a soffocare in un dito d’acqua, o meglio, tutto tranne quello che io e il Gazzoli riusciremo valorosamente a salvare per la nostra frittura, quindi non darmi del delinquente ma dell’eroe, vedi la mia frittura come una sorta di eutanasia, così la chiamano no? Con quale cuore negheresti l’eutanasia ad un povero vecchio?”, così detto, si diresse verso il Gazzoli che aveva già tirato su le reti piene zeppe di pesce, di melma e di fosso e le stava portando verso la macchina del Nino. Raggiunta la vettura, riempirono il bagagliaio di pesce e caricarono la bicicletta del Gazzoli sul portapacchi, ma mentre la stavano fissando con le cinghie, la giovine rompi coglioni tornò all’attacco: “Ora chiamo il guardapesca, delinquenti!” urlò estraendo un cellulare, “Vi ho preso il numero di targa, rimettete giù il pesce o vi denuncio!”, a quel punto il Gazzoli si preoccupò e propose al vecchio: ”Forse è meglio metterlo giù, sai che rogna col guardapesca, ci ritira la licenza” ma il vecchio con il suo solito fare calmo e sicuro, mise l’ossuta mano sulla spalla del giovine e disse bonariamente: “Andiamo, non ti preoccupare”. Così salirono in macchina, sbatterono gli sportelli e, accesso il cigolante motore della BMW, si diressero verso la statale. “Adesso siamo proprio nella merda, quella chiama!” disse agitato il Gazzoli, guardando la rompi coglioni dal lunotto, ma il Nino, accendendosi una gustosa sigaretta lo consolò: ”Non ti preoccupare, la licenza non me la tolgono, non ce l’ho, che mi serve se pesco sempre di frodo, quella serve a quelli che pescano con la canna”, “Ma ti denuncia, rischi grosso ti ha preso la targa!” soggiunse agitato il Gazzoli, “Non preoccuparti, ha preso la targa di dietro, quella non è valida, sai si è staccata tempo fa e allora il Bassi, bravo ragazzo, mi ha dato quella di un autocarro demolito nel ’79, va benone hai visto sembra proprio la sua, bell’anno il ’79, e poi va bene anche per i multanova, sai che ghignate quando si leggono una targa di un camion del ’79, su una BMW del 1968!”. La disarmante logica del vecchio convinse il Gazzoli, mentre con aria perplessa, osservava il tachimetro dell’auto toccare gli ottanta all’ora con il contagiri a fine corsa e la marcia più alta inserita.
Felici di non aver tradito la fiducia in loro riposta dal popolo, portarono il pesce al Bar Ambra, dove il prezioso e viscido carico venne preso in consegna con somma allegria dall’Ernesto, l’oste, e dalla moglie Adele, che, come ogni anno, lo accolse con quell’entusiasmo di convenienza, che tutte le donne hanno, quando vengono portati loro una ventina di chili di pesciolini da pulire e friggere. Ma del resto non era colpa né dell’Ernesto, né del Nino e né del Gazzoli, se l’Adele era nata donna, quindi era inutile portar loro rancore, tuttalpiù se la poteva prendere con suo padre buonanima, ma in quanto tale, avrebbe dovuto aspettare per rivalersi di passare a miglior vita.
Vittoriosi ed innocenti come bimbi, dopo un bianco ristoratore e una mano di tre-sette, il Nino e il Gazzoli rimontarono in macchina e si diressero verso casa che il sole era già basso e rosso come un tuorlo d’uovo all’orizzonte. E’ proprio in quei momenti che l’uomo della bassa fa riflessioni sulla vita, sul destino dell’uomo, su Dio e sull’universo con la stessa malinconia che ha animato la penna di molti scrittori e poeti. Mentre ognuno era perso nelle sue riflessioni e il Nino seppelliva nel posacenere, assieme alle sorelle, l’ultima sigaretta, l’arancione cocchio del vecchio passò davanti ad una casetta bianca dall’ampio porticato, che dava su un ricco e rigoglioso orto. Da sotto il portico un giovane uomo dal biondo pelo, sprofondato in una paffuta poltrona di cuoio bruno, stava innaffiando delle grasse e succose zucchine. I due si guardarono e il Gazzoli disse al vecchio: “Hai visto?”, “Eh sì, d’estate porta la sua poltrona fuori, sai le zucchine e l’orto sono la sua ultima grande passione.”, rispose il Nino con aria melanconica. “E si che era veramente un fusto, ricordi?” disse il Gazzoli, “Eh sì, era proprio un vero fustaccio, ma la vita sradica anche le querce più forti.” disse il Vecchio.

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