Drin. Driiin. Driiiiiin. Driiiiiiiiiiiiiiin. Driiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiin.
Sasà apre gli occhi, lentamente. E’ sdraiato sul fianco destro. All’altro lato c’è il comodino che vibra. Si passa la lingua sulle labbra. Grugnisce. Si gratta i coglioni sudati. Si passa una mano sul volto.
Driiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiin. Sempre più insistente. Sempre più incazzoso.
In realtà non è un vero e proprio drin, quello classico, tradizionale. E’ un strana suoneria di un telefonino cellulare, una suoneria in progressione, con tanto di vibrazione.
Driiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiin.
Sasà, seccato, si gira dall’altro lato. Guarda il telefonino che balla e s’illumina sul comodino. Si mette a sedere sul letto. Prende il telefonino. Si schiarisce la gola.
– Chi è -.
– Dove stai! -.
– Abbassa la voce, grazie -.
– Dove staaaiii! -.
Sasà sospira.
– Nel mio letto -.
– E che cazzo ci fai a letto! -.
Sasà ci pensa un pò su.
– In un letto, di solito, si possono fare quattro cose: riposare dormire scopare morire. Io stavo dormendo -.
– Dormendo?! Lo sai che ore sono? -.
– Tardi, spero -.
– Sono le undici e mezza! E tu avresti dovuto essere qui già da tre ore! Voglio una spiegazione! -.
Sasà sbuffa.
– Con chi sto parlando, con la reincarnazione del duce? -.
– Stai parlando col tuo datore di lavoro e pretendo che mi spieghi perchè stamattina non sei venuto a lavorare -.
– Non fare finta di non saperlo -.
– Ti sei ammalato? Non ti andava? Avresti dovuto dirmelo ieri -.
Sasà sbuffa una seconda volta. S’accende la prima sigaretta.
– Senti stronzo, sono quattro mesi che non mi paghi un centesimo di stipendio. Come pretendi che venga a lavorare? E come pretendi che ti dia spiegazioni? E’ chiaro ora? Te lo devo ripetere? -.
– Alzati da quel cazzo di letto e vieni a lavorare! -.
– Se non mi paghi io non lavoro. E’ semplice. E’ logico. E’ addirittura democratico -.
– Non metterti a fare satira con me, va bene? Vieni a lavorare! -.
– Se non mi paghi almeno due stipendi arretrati io non torno a lavorare. Cosa devo fare per fartelo capire? Devo pagare l’affitto -.
– Vieni qui che ne parliamo. Subito -.
– Sei tu che sei in difetto. Vieni tu a casa mia e ne parliamo. Ma non venire senza gli stipendi arretrati. In quel caso saranno calci in culo -.
– Dimentichi che stai parlando col tuo datore di lavoro! -.
– Oohhh! mi hai rotto i coglioni! Datore di lavoro! Come cazzo ragionate? Siete tutti convinti che ci fate un grande favore dandoci un impiego di merda. Io credo che come minimo dovreste darci anche vostra moglie -.
– Sasà, stai scherzando col fuoco -.
– Uh, che paroloni da romanzone! -.
– Chi ti credi di essere, Sasà? Io stesso oggi assumo qualcun altro, qualcun altro che si prende la metà di te -.
– E cioè la metà di niente. Non pagherai nemmeno lui, tanto. E poi fai quello che cazzo ti pare. L’importante è che mi paghi i quattro stipendi arretrati -.
– Non ti darò un centesimo -.
– Ah no? Già oggi mi darò da fare, stai tranquillo -.
Risatina del datore di lavoro.
– E che fai? Mi denunci? Mi fai causa? -.
– Ci sono diverse alternative -.
– Sasà, ti scordi quali sono i miei appoggi. Prova a fare una stronzata e saranno cazzi tuoi -.
– Lo so lo so quali sono i tuoi appoggi. Ma prima ammazzo te e poi mia faccio ammazzare. La gloria prima di tutto -.
– Sasà, io ti…… -.
Ma Sasà ha interrotto la telefonata, sbuffando una nuvola di fumo.
Resta seduto sul letto, col lenzuolo a coprirgli il basso ventre e la sigaretta che brucia tra le dita della mano destra all’altezza del volto. Sasà pensa.
Pensa e fuma. Sospira e fuma. Scuote la testa e fuma.
– Vaffanculo -, sputa spegnendo la sigaretta.

E’ quasi l’una e Sasà vaga annoiato per la cucina. Ogni tanto si ferma.
Apre il freezer: un ammasso fesso e inutile di ghiaccio. Apre il frigorifero: mezza cipolla quasi annerita, un tubetto di maionese quasi scheletrico, due carote quasi mosce, un limone quasi blu. Chiude il frigorifero con una pedata. Apre il portapane: briciole di briciole. Apre una metà della dispensa: un fantasma sguscia via terrorizzato. Apre l’altra metà della dispensa: due pacchetti di crackers e una crostatina all’albicocca. Prende i crackers e la crostatina, li sbatte sul tavolo, afferra un martello, butta giù una metà della dispensa, va sul balcone e la scaraventa nella montagna di rifiuti sotto casa sua. Vede se ha colpito qualcuno. C’è un bambino. Tale bambino invita la madre di Sasà a ciucciare piselli da qualche parte che Sasà non ha capito. La metà dispensa stava per ammazzare il bambino. Sasà si scusa e rientra in cucina. E’ sul punto di urlare per la disperazione quando, già a bocca spalancata, vede in un angolo del mobile, dietro il portapane, una bottiglia di vino sigillata. La guarda interrogativamente. Di dove viene? Chi l’ha portata? Perchè? In quale occasione? E soprattutto, perchè non ricorda? Ma per quale motivo tante domande? Sasà prende la bottiglia, la stappa, annusa, uhm, pare buono. Prende un bicchiere, si siede, si versa il vino, apre un pacchetto di crackers. Ah, piccoli grandi piaceri, piccole grandi godurie, anche quando tutto va una chiavica, anche quando non si ricevono gli stipendi da quattro mesi, anche quando si perde il lavoro, anche quando non si pagano più gli affitti e si rischiano gli sfratti. Sasà mangiucchia e bevicchia. E riesce a godere nei brutti pensieri. Ha anche chiamato suo padre per un eventuale aiuto. Nada, rien, no, nein, niet, un cazzo di niente. Gli hanno bloccato la pensione e non riesce a capire il perchè. Sta pensando di scrivere direttamente al presidente della repubblica.
Sasà è già al terzo bicchiere. Sente un senso di benessere nello stomaco e nella testa, un benessere lieve e delicato. Mordicchia i crackers con voluttà, ad occhi chiusi, come fossero bignè alla crema.
Poi il desiderio più grande ed urgente gli scoppia in petto: fumare.
Riapre gli occhi bruscamente, s’alza di scatto dalla sedia. Dov’è? In camera da letto? Sasà cammina come ubriaco. Ma no idiota, è lì sul tavolo della cucina. Sasà prende la confezione di tabacco, l’apre, vede, cerca…………
– Nnnooooooo! Le sigarette nnnooooo! Non posso restare senza sigarette! Il padreterno non può lasciarmi anche senza sigarette! Riprenditi il vino, i crackers, ma ti prego, dammi le sigarette! Fammi crepare col catrame nei polmoni! -.
Sasà sbatte un piede a terra per la disperazione. Poi si blocca, con un piede fermo a mezz’aria, tenendosi in precario equilibrio. E pensa.
Come non averci pensato prima? Carmelina, la vicina! quella simpatica eterna arrapata che fuma trecento sigarette al giorno e che a Sasà gliene darebbe volentieri anche un paio di pacchetti. Anche perchè Sasà, da buon vicino, s’è sempre comportato da signore con lei. Una volta la pasta, un’altra dei pelati, un’altra ancora addirittura lo specchio del bagno. Sasà va a suonare il campanello di Carmelina. Le apre come sempre sorridente e tutta accaldata. E’ in vestaglia e qualcosa del suo triangolino si intravede. Sasà scorge un uomo e una donna che si sbattono in un fermo immagine. Carmelina è stata interrotta nel bel mezzo di un pornazzo. Lei lo invita ad entrare ma lui si giustifica dicendo che ha il ragù sul fuoco e questo è proprio un momento critico per il sugo. Sasà le chiede subito delle sigarette con la concitazione e l’urgenza di chi deve andare a pisciare chilometri di birra. Lei capisce e gli va subito a prendere due pacchetti. Si salutano con la promessa che Sasà andrà presto a trovarla. Sasà rientra in casa con il pensiero che domani potrebbe anche chiederle dei soldi in prestito. Come farà a mangiare?
Sasà torna in cucina, s’accende subito una sigaretta, beve un pò di vino, va in delirio, il sangue gli sorride. Con un passo di danza accende la radio. Ah, un pò di notizie.
“Napoli: la situazione monnezza peggiora drammaticamente, i cittadini non riescono quasi più a respirare, nemmeno a camminare; la Regione chiede consiglio ai clan. Aumenta lo spaccio e il consumo d’eroina, soprattutto nei quartieri popolari e tra i morti di fame; la camorra ha deciso di prendere nuovi provvedimenti in proposito: eliminerà i tossici allo stato terminale nel più breve tempo possibile; le autorità si congratulano per la geniale trovata. I datori di lavoro non pagano gli stipendi. Aumentano gli affitti. I terremotati dell’ottanta cercano ancora casa. Il clan e gli sciossionisti stanno per organizzare una sparatoria nel quartiere Scampia, Secondigliano; ancora da decidere l’orario del coprifuoco. Aumentano i disoccupati e i precari. Aumentano i morti ammazzati, camorristi e innocenti. Oggi sei morti sul lavoro; i sindacati scrollano le spalle, “non avevano la tessera”, commentano.
Roma: aumenta il consumo di cocaina, anche fra i giovanissimi e i morti di fame. Aumentano gli affitti, ormai è quasi impossibile prendere una casa in affitto anche nel quartiere San Basilio. Gli studenti protestano contro i padroni di casa bevendo birra e fumando epici cannoni nella piazzetta principale del quartiere San Lorenzo. I Call Center reclutano ventimila disperaticoglioni. Aumentano i precari e i barboni. Oggi quattro morti sul lavoro; “erano autonomi”, commentano i sindacati.
Molise: i giovani molisani comprano droga a Napoli, in particolar modo nel quartiere Scampia, poi parlano male della camorra e dei napoletani. E’ sempre più difficile trovare lavoro per chi non è molisano e non ha parenti in zona. I datori di lavoro non pagano gli stipendi. L’assenteismo nei posti pubblici cresce in maniera imbarazzante. La Democrazia Cristiana è dura a morire. Negli ospedali i medici sono quasi tutti parenti del presidente della Regione. I giovani dormono. Aumentano i favoritismi. Il Molise è rimasto negli anni sessanta e legge la Gazzetta dello sport, qualche volta il Corriere dello Sport. Oggi dieci contadini non hanno raccolto manco una cipolla.
Nord est: poliziotti in borghese vanno in giro di notte a massacrare di botte piccoli spacciatori ed extracomunitari. I cittadini applaudono.
Politica: i parlamentari rimproverano gli italiani il fatto di non fare figli; “io penso addirittura che potremmo dare loro quei pochi che abbiamo, così almeno mangiano e vanno al cinema gratis”, ha replicato una massaia da noi intervistata. Dilemma del giorno: alzare o abbassare l’età pensionabile? Una partita a tressette tra ottuagenari delegati delle due fazioni politiche e delle parti sociali fornirà la risposta e darà la soluzione al problema. Aspettiamo con ansia. Un giovane cittadino denuncia: “al posto dei continui aumenti degli stipendi parlamentari si potrebbero creare nuovi posti di lavoro ogni mese, anche per agevolare la circolazione di denaro nel paese”; è stato arrestato per terrorismo.
Economia: una nuova autovettura della più importante casa automobilistica del paese salverà l’italiano da una vita magra: sarà il nuovo “uomo nuovo”. Il prezzo delle sigarette aumenterà con l’aumento del petrolio.
Sport: il Partito Democratico è pronto per scendere in campo, manca solo qualche rinforzo in attacco: si parla addirittura di Totti e Kakà.
Curiosità: lo scrittore Stefano Benni ha prestato per qualche minuto la sua penna a un giovane autore morto di fame.
Atro: la fornitura di gas è stata interrotta a casa del signor Sasà Esposito per mancato pagamento dell’ultima bolletta, pari a duecentocinquanta euro. L’aumento era previsto.
Sasà, seduto a bere vino e a fumare sigarette una dopo l’altra, sobbalza all’ultima notizia. Ha sentito bene? S’avvicina alla radio, tende l’orecchio, il fumo gli sale alle narici.
“Ha sentito bene, signor Esposito. Le hanno staccato il gas. Provi a vedere”, gli dice la radio. Sasà prova ad accendere i fornelli. E’ vero, niente gas. Niente gas, niente cucina. Niente gas, niente acqua calda. Sasà alza il pugno: vuole sferrare un cazzotto ai fornelli ma si blocca a metà strada, con l’ennesima sigaretta che gli pende sghemba dalle labbra.
Driiiiiiiiiin. Driiiiiiiiiiin.
Questa volta non è la strana suoneria del telefonino cellulare, è un normalissimo e classico campanello della porta. Sasà, abbassata la mano, rivolge uno sguardo verso il corridoio, come s’aspettasse che da lì sbucasse qualcuno, forse una normale allucinazione. Tira tre quattro voraci boccate dalla sigaretta, poi la spegne, sbuffando. E va ad aprire.
L’uomo che gli appare sulla soglia sorride già sprezzante. Sasà glielo ricambia con una smorfia schifata.
– Posso entrare? -, chiede l’ospite.
Sasà fa cenno che può entrare. Sono in salotto. L’ospite, senza chiedere il permesso, si spaparanza subito sul divano. S’accende anch’egli una sigaretta. Gliene offre una anche a Sasà. Sasà pensa se prenderla o meno. Ma si, una sigaretta scroccata a quell’uomo odioso è tutto di guadagnato. Accendono, fumano in silenzio per qualche secondo. Si guardano seccamente negli occhi. Sospirano.
– Immagino sappia il motivo per cui sono qui -, dice l’ospite.
Sasà per un attimo si stupisce per il decente italiano di quell’uomo. Mesi fa gli parlava soltanto in dialetto.
– Certamente non per prendere un caffè. In tal caso le consiglio di andare al bar qui sotto. Mi hanno appena staccato il gas -.
L’ospite sorride ironicamente scuotendo la testa.
– E’ proprio nella merda, eh? -.
– Pare proprio di si -.
– Lo sa a quanti mesi ammontano gli affitti arretrati? -.
Sasà non si decide a sedersi. E’ in piedi, alto e lungo, e fuma.
– A tre . Non molti -.
– Non per lei, ma per me si -.
– Questioni di punti di vista, di soggettività. Lei è il padrone di casa, io l’affittuario. Bisogna trovare un equilibrio, arrivare a una pur minima oggettività, cercare di far incrociare i nostri punti di vista, le nostre diverse posizioni. Non si possono prendere provvedimenti partendo soltanto da un’unica posizione. Non è democratico….no-no -.
Il padrone di casa getta la cenere sul divano.
– Non credo di poter digerire la sua ironia oggi -.
– Mi ricorda il mio datore di lavoro, sa? Soltanto che lui è un pò più aggressivo di lei -.
Il padrone di casa continua a scuotere la testa.
– Non ci siamo proprio, Esposito -.
– Lo so -, dice semplicemente Sasà spegnendo la sigaretta.
– Non può pagarmi? -.
– Ma come, lei è il cugino del mio datore di lavoro, anzi ormai ex, e non sa come stanno le cose? -.
Sasà comincia a gironzolare per il salotto.
– So benissimo come stanno le cose, la mia era soltanto una domanda retorica -.
– Non mi piacciono le domande retoriche. Avrebbe dovuto chiedermi subito “quando ha intenzione di pagarmi?”, e io le avrei senz’altro risposto “mah non so, forse in un’altra vita” -.
Sasà guarda fisso il suo padrone di casa, aspettandosi una sfuriata.
– Quindi è così grave la situazione? -.
Il tono del padrone di casa sa di tranquillo e accomodante. Sasà lo guarda sospettoso.
– Vuole per caso prestarmi dei soldi? Lasci stare, ho già un ex datore di lavoro che desidererebbe farmi ammazzare dalle sue “conoscenze”. Mi basta questo -.
Sasà s’accende un’altra sigaretta. Non ne offre una al padrone di casa.
– Sono costretto a invitarla ad abbandonare l’appartamento entro una settimana, non di più -.
– Oh, da quando gente come voi parla in questi toni? Ricordo che mia madre, per invitarla a lasciare l’appartamento in cui abitava, fu minacciata di andare a finire su una sedia a rotelle. Altri tempi? Ma lei sta giocando, vero? Vuole farmi credere che lei non appartiene a quella gente, è così? -.
Finalmente il padrone di casa sembra spazientirsi. S’accende anch’egli un’altra sigaretta, sbuffando parecchio e smaniando sul divano.
– Lo so bene che tu sai. Vuoi i modi duri? E va bene: lascia questa cazzo di casa entro una settimana sennò ti mandiamo a vivere nel camposanto. Ma non te la caverai lo stesso. Dovrai pagare comunque. E pagherai -.
Sasà sorride. E’ il vino.
– Oh, così va meglio. Questo è parlare……… -.
– Cerca di trovare i soldi se non vuoi andare a finire col culo per strada, è chiaro? -.
– Perchè non mi mette in contatto con quella gente? Potrei mettermi a spacciare eroina. Conoscono un sacco di conoscenti che non sono di questa regione che da me la comprerebbero ad occhi chiusi -.
Il padrone di casa sembra non averlo sentito. Si alza dal divano e s’avvicina a Sasà. Sembra minaccioso. Ha una mano in tasca.
– E’ chiaro quello che ho detto? -.
Sasà smette di sorridere, ma non per paura, per rabbia. Getta la sigaretta a terra e guarda serio il padrone di casa. Sono a meno di un metro di distanza.
– No, non è chiaro -, dice gelido Sasà. Ha smesso di fare il satiro.
– Ah no? -.
– Ah no. O quello stronzo di tuo cugino mi paga i quattro stipendi che mi spettano o io non pago uno stracazzo di niente -.
Il padrone di casa mette una mano in faccia a Sasà. Sasà subito se la toglie. Si sta per venire alle mani?
– Oh, tu devi avere paura di me, hai capito? -, dice il padrone di casa.
– Paura di te? Io ti sotterro con una sputazzata in faccia. Tu non conti un cazzo e se ti tocco vai a piangere dalle tue conoscenze -.
Il padrone di casa si tasta un fianco rigonfio, sorridendo. Sasà ha notato, ha buttato un occhio sul rigonfiamento della giacca.
– Senza pistole proprio non sapete campare, eh? -, gli dice con lo sguardo acido. Il padrone di casa gli afferra un lembo della manica della maglietta.
– Rimangiati tutte le stronzate che hai detto o ti buco il culo -.
– E’ già bucato -.
– Te lo allargo -.
– Sto aspettando -.
– Fai l’eroe? -.
– Faccio quello che devo fare con uno stronzo come te -.
Il padrone di casa ha mollato la maglietta di Sasà. Sono uno di fronte all’altro, a uno sputo di distanza. Ogni tanto fanno un passettino per il salotto, cozzando contro sedie e tavolino. Il padrone di casa con una mano sul rigonfiamento della giacca, Sasà con una sigaretta tra le labbra a bruciargli il naso e gli occhi.
– Sei segnato -, dice il padrone di casa.
Sasà, improvvisamente e bruscamente, volta la testa verso la porta d’ingresso con un’espressione sbalordita.
– Guarda là! -, urla.
Il padrone di casa, confuso, si volta. Sasà sorride.
– Eppure sono così fessi…… -, dice Sasà tra sè e sè.

Cammina per gli infiniti stradoni del quartiere. Il fetore del marcio dilaga, ammazza i sensi. L’immondizia è come se cascasse dal cielo, insieme ai raggi del sole, raggi che annebbiano la vista, piegano le membra, offuscano la ragione. Cammina fuma e guarda un gruppo di ragazzini che giocano in mezzo alla merda. Uno, con fare misterioso e guardandosi attorno, consegna un bastoncino di legno nelle mani di un altro ragazzino. Un terzo è a qualche metro da loro, appostato dietro un cassonetto che trabocca di schifezze e malattie. Stanno giocando a spacciare droga, come una volta si giocava a guardie e ladri, sotto gli occhi di tutti. Stanno giocando e stanno imparando il mestiere, stanno costruendosi il futuro, e i grandi li guardano e ridono fumando, compiaciuti, ci manca che paghino un biglietto da qualche parte per godersi l’esilarante spettacolo. Ma c’è anche qualche donna che osserva il tutto con un evidente smorfia di schifo sulle labbra.
Sasà scuote la testa e con la testa scuote la sigaretta tra le labbra. Guarda il gioco dei ragazzini. Poi s’accorge che uno di loro, il “compratore”, lo sta osservando. Dice qualcosa ai suoi compagni e parte, corre verso Sasà. Sasà si ferma, riprendendo la sigaretta dalla bocca, sbuffando.
– Capo! -, urla il ragazzino.
– Che c’è -, dice Sasà.
– Mi dai una sigaretta? -, chiede il ragazzino ansimando per via della corsa. Sasà lo guarda di ghiaccio per qualche secondo in silenzio, con i suoi occhietti miopi e riportando di nuovo la sigaretta tra le labbra. Sembra Clint Eastwood nei leggendari western di Sergio Leone.
– Quanti anni hai? -, chiede calmo.
– E che te ne fotte a te? Dammi una sigaretta -, fa il ragazzino.
Sasà accenna una smorfia che vuol dire sconcerto, tuttavia sfila un pacchetto dalle tasche dei pantaloni. Prende tre sigarette e le tende al ragazzino che subito gliele strappa di mano.
– Fumale dopo cena -, gli dice Sasà.
– Dopo cena?! Capooo, mi pigli per il culo? -, gridacchia il ragazzino. Poi corre dai suoi amici, accendendo subito una sigaretta. Il gruppetto fa una pausa, fumando seduto per terra, sull’immondizia. Anche i grandi s’accendono una sigaretta, un’altra.
Sasà riprende il cammino, lentamente, sempre fumando. Scorge il commissariato, si ferma, guarda le scalette dell’ingresso. Va verso le scalette. Arriva alle scalette, ne sale un paio, con molta lentezza e pesantezza. Il caldo e la puzza lo hanno devastato, forse anche le troppe sigarette. Si siede. S’asciuga il sudore dalla fronte con un braccio. Dal portone del commissariato esce un poliziotto, sembra andare di fretta, ma s’arresta subito e di scatto vedendo Sasà seduto sulle scalette. Gli si avvicina, lo guarda per un paio di secondi infilando le mani nelle tasche. Sasà si è accorto di lui e ricambia lo sguardo.
– Desidera? -, chiede il poliziotto.
Sasà sorride.
– La ricompensa -, risponde Sasà con grande naturalezza.
Il poliziotto sospira e si siede accanto a Sasà. Prende un pacchetto di sigarette.
– Fuma? -, domanda il poliziotto tendendo il pacchetto a Sasà. Sasà prende subito una sigaretta.
– Grazie -.
I due s’accendono la sigaretta a vicenda: Sasà l’accende al poliziotto, il poliziotto l’accende a Sasà. Fumano in silenzio per qualche secondo, l’uno affianco all’altro.
Il poliziotto guarda un cassonetto che ormai sta per scoppiare. Sasà guarda ancora il gruppo di ragazzini di prima.
– Di quale ricompensa parla? -, domanda poi il poliziotto. Sasà si volta per guardare il poliziotto.
– Per aver ammazzato un uomo di merda. Ne ho tolto uno di mezzo. Uno in meno. Se l’è cercata -, risponde tranquillo Sasà, sbuffando una grossa nuvola di fumo e tornando a guardare i ragazzini, proprio come Clint Eastwood. Il poliziotto annuisce e sbuffa anch’egli una grande nuvola di fumo. Restano seduti uno accanto all’altro, fumando e guardando altrove.
Poi sfilano i titoli di coda. In sottofondo parte un accordo sospeso di chitarra acustica.
The end.

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