Mi trovavo in Africa, poco tempo fa, con il compito di visionare quattro cammelli da comperare per una gioielleria di Milano. Le gobbe dovevano essere imponenti e regali, perché i cammelli dovevano stare in vetrina zeppi di diademi, ma questa è un'altra storia.
Dopo aver girovagato in cerca di un posto dove mangiare un boccone, con la cocciutaggine di un italiano convinto di trovare pizzerie ad ogni angolo, mi fermai da Mohammed Gennaro, specialità cuscus napoletano. Meglio di niente.
Il locale non era male, il soffitto era a pois verdi e il pizzaiolo aveva il suo fez in testa e portava i guanti di pelle scamosciata per impastare certe palle verdi che poi sarebbero diventate pizze. Aveva un suo modo eccentrico di lavorare, le lanciava in alto, quelle più di una volta si attaccavano al soffitto e rimanevano lì, e poi quando erano pronte cadevano sul banco con un tonfo e la forma era fatta.
“Ciao – mi disse – siediti dove vuoi”.
Mi sedetti dove volevo, cioè vicino al pizzaiolo, perché mi incuriosiva, ma un omone nero che sembrava sbucato da un fumetto degli anni venti mi sollevò con la sedia e tutto e mi portò presso la finestra. “Cuoco praivasi, cuoco praivasi” disse abbagliandomi con i denti perfetti, dove ce li aveva.
L'angolino che dava sul retro non era male, vedevo il Sahara, un paio di rocce nude, dalle forme quasi umane, sembravano messe apposta, e poi le dune e poi il cielo e nient'altro, come se quello fosse il confine del mondo.
Ordinai una bevanda all'aglio olio e peperoncino e una coscia di struzzo aglio olio e peperoncino e una specie di polenta rossa aglio olio e peperoncino. Il deserto mi sembrava una distesa di peperoncino, il cielo un olio extravergine, le rocce tocchetti di aglio lasciati friggere sotto il sole. Chiesi una bevanda più blanda, tipo vino all'amatriciana.
Quando mi alzai per pagare sentii un brontolio all'intestino. Piccoli dolori sparsi affioravano dall'addome. Chiesi del bagno.
“Fuori avanti cinquanta metri, a sinistra” disse il pizzaiolo sorridendo, e lanciò in aria una palla di pasta.
Aprii la porta. Meraviglia. Avevo davanti a me la distesa desertica, e se il bisogno non me lo avesse impedito mi sarei seduto lì e lì sarei rimasto.
Camminavo e pensavo: certo che potrebbero metterlo più vicino. Non ha senso, un cesso nel deserto.
Mi affiancò un tipo, che mi offriva l'attivazione di una linea telefonica senza canone, zero spese e zero telefonate. Era un tipo vestito all'occidentale, camminava a piedi nudi e mi rincorreva con penna e prestampato. “Riempia i puntini, riempia i puntini, metta il suo codice fiscale” diceva.
Io, piegandomi per la diffusa motilità intestinale, lo spinsi via con la mano. Il cesso era la cosa più importante della vita, le dune erano colline di escrementi, il cielo uno sciacquone universale, il mondo un'immensa latrina. Il cesso era più importante della moglie, della prole, del lavoro, dei cammelli, della gioielleria. Avrei dato un impero per un cesso, per un cesso sarei passato dalla cruna di un ago, a costo di lasciare la pelle dall'altra parte.
E la latrina non si vedeva, altro che cinquanta metri.
“Buon uomo, buon uomo!”. Era un vecchio con un dente solo, i vestiti slavati, il cranio cotto dal sole. Sono un povero naufrago, riportami a terra, ti prego, diceva. E io a spiegargli che a terra c'eravamo già, e lui a indicarmi le dune: “Guarda il mare come è arrabbiato”. Mi misi carponi e lui anche e per un po' mi seguì, poi ci rinunciò. “Non so nuotare, non ci vengo con te, mi porti dove non si tocca”.
In fila indiana la bevanda al peperoncino, la coscia di struzzo, la polenta rossa e il vino all'amatriciana si divertivano nel colon, come sulle montagne russe, e io mi misi supino e strisciai.
“Non è così, non è così che si puliscono i pavimenti” mi disse un piazzista sbucando da un cactus con un aspirapolvere in mano. Il deserto non era così deserto come si voleva far credere. Questi disperati stavano battendo zone incontaminate.
“Guardi qui” mi disse, e aspirò una duna intera, con una gran sorriso stampato sul volto, come si conviene ad ogni venditore. “Visto quanta sabbia? E scommetto che lei la spinge sotto il tappeto”.
Toilette, toilette, poi ne riparliamo, tagliai corto.
Era la fine, la fine del mondo, non ce l'avrei mai fatta. Sentivo la pancia tesa come un tamburo, pronta a scoppiare, le gambe tremavano senza controllo.
Una bella roccia abbrustolita come l'aglio mi chiamò: vieni, uomo con la cravatta, vieni a confidarti con me.
Mi precipitai dietro, dove non c'erano piazzisti e naufraghi e compagnie telefoniche in agguato. Quello era proprio un bel posto.
Mi slacciai la cintura con lentezza, fra gli spasmi delle coliche, per gioire al massimo stadio della meta prescelta, e quando mi scaricai ero felice ed avevo donato un nuovo senso alla vita.
Il cielo era tornato cielo, il masso masso, le dune erano dolci curve femminee.
Mi giunse il rumore di uno sciacquone. A pochi passi da me, in una conca di rena, vidi il piazzista che ridendo usciva dalla toilette. “Ragazzi, sono davvero organizzati. Fantastico, in pieno deserto”.
“Mi dia l'aspirapolvere” dissi. Prima che esultasse lo aspirai, poi tornai dal naufrago carponi e lo aspirai, poi tornai dal tipo della società dei telefoni e l'aspirai, poi rientrai in trattoria.
Il cuoco mi guardò con aria scema, e con le mani guantate si aggiustò il fez. “Fatto?” disse.
Puntai l'aspirapolvere e lo aspirai.
Dal soffitto, con un tonfo sordo, cadde una palla verde sul banco. La fantastica pizza aglio olio e peperoncino era pronta da infornare.

2 Commenti
Zumba Settembre 03, 2010 - 11:20
Lisergico e sudato. Bravo Robi: lisergico e sudato
amarti Settembre 07, 2010 - 15:39
Stupendo..come sempre!