“Ci sono due momenti indimenticabili a teatro: quello immediatamente prima che il sipario si apra e quello successivo alla sua chiusura.
Il tempo di un respiro; il sangue venoso cede anidride carbonica e i globuli rossi si arricchiscono di ossigeno tuffandosi in un’arteria nuova, mentre la membrana vellutata del sipario si fa da parte. Inizia la magia, l’osmosi fra l’arte e la realtà.  Ciascuna si nutre dell’altra, in un rapporto cannibale d’amore e odio. La bellezza esiste lo stesso se nessuno la guarda? La musica è possibile in un mondo di sordi?”.

Questi erano i suoi pensieri, quella sera, da spettatrice, in prima fila.
 
Lo spettacolo lo conosceva bene: danze popolari spagnole, accompagnate dai migliori chitarristi e interpretate dai ballerini più noti della scuola iberica. Sentir risuonare il flamenco, la sevillana, il fandango e l’incalzare della malagueña in quel famoso teatro italiano, le avrebbe fatto un certo effetto.  Si guardò il piede destro, bloccato nello stretto stivaletto di gesso e le venne da piangere. Ripensò alla realtà che si mangia l’arte e pensò alla sua stupidità, di certo non avrebbe mai pensato di trascorrere quella serata in quel modo; abito da sera, sandalo gioiello Caovilla, solo uno il sinistro e stivaletto di gesso firmato “Gaetano Pini” (stilista meno noto forse, ma italiano pure lui).

D’altro canto le scarpe, erano la sua unica passione. Dopo la danza, naturalmente. Scarpe belle, bellissime. Ne possedeva a centinaia. Le metteva di rado, ma le amava tutte, indistintamente. Ecco perché la prima cosa che aveva fatto, appena arrivata a Milano era stata precipitarsi in centro per acquistare quelle favolose Paciotti viste su Vogue. 
 
Inaudite: 14,5 cm d’altezza fra tacco e plateu. Una follia. “Suede Double-platform Ankle Boot”, l’arte che incontra la realtà per qualche centinaio di euro. Mentre le provava, aveva creduto di comprendere per un attimo cosa provavano le geishe dai piedi fasciati. Quella femminilità indifesa e senza equilibrio, quella perfezione di bellezza cui non è permesso correre, scappare, ma solo “essere”, passo dopo passo, precariamente in bilico.

“Che stupida era stata!”.

Il sipario si aprì vellutata membrana fra il sangue della realtà e l’ossigeno dell’arte. Una voce fuori campo annunciò “Siamo spiacenti dovervi informare che la prima ballerina Alma Martinez a causa di un piccolo infortunio, sarà sostituita nella performance della malagueña e del flamenco da Delma Amparo”.

Già, che stupida…” pensò mentre lo spettacolo aveva inizio.

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