Mi è sempre piaciuto questo lavoro. Più che un lavoro, una passione.
Fin da piccola.
Quel poco di rossetto e quel filo di trucco che mia madre si concedeva di rado, nelle occasioni speciali, esercitavano su di me un fascino enorme. La mamma era
bellissima quando si truccava un po’; era un’altra mamma.
All’improvviso sul suo viso comparivano le labbra, come se un attimo prima non le avesse nemmeno avute. Ora erano lì, rosse, lucide, carnose; un timbro per i baci! Mi piaceva moltissimo rubarle un bacio e passare tutta la domenica col tatuaggio della sua bocca sulla guancia. Mi piaceva guardarle gli occhi, che con un filo di matita nera, ricordavano le immagini degli Egiziani sul libro di storia.
Ecco, ero la figlia di Cleopatra.
Insomma, quel gioco antico e misterioso della maschera, dell’apparire anche senza essere, o del poter “essere”, senza essere veramente, ma diversi e sempre nuovi ogni momento; quella passione “oggettiva” per la femminilità, celata in tubetti di rosso per le labbra, in polveri impalpabili di ciprie e ombretti, unita agli affascinanti gesti e strumenti del dipingere, diventarono il mio lavoro.
Un lavoro bellissimo.
Ci ho sempre messo tutta la passione.
Passione nella passione. Non avrei potuto chiedere di meglio alla vita.
Persino quando mi hanno proposto questo lavoro sono stata felice. In fondo, un volto è un volto anche da morto. L’ho sempre vista come una missione. Restituire un’immagine dolce e composta a visi sofferenti o brutalmente feriti negli incidenti. Donare un ultimo ricordo degno di queste persone ai loro cari.
Inoltre i cadaveri stanno immobili, e in genere sono molto silenziosi. E’ davvero un vantaggio per la riuscita di un buon make up, in più la pelle è bella tesa e il risultato è quasi sempre superiore alle aspettative. Chissà, forse anche questo ha a che fare con gli Egiziani del libro di storia, con l’ultimo viaggio.
Lo scoprirò presto.
Ora però, vorrei tanto vedere come mi ha truccato questa ragazza, ché le tremavano un po' le mani.
Deve essere una nuova.

1 Commento
robirobi Novembre 26, 2009 - 13:07
Leggere è stato come tracannare in un solo sorso una bottiglia d’acqua contenente acido. Il racconto scivola colorato e alla fine quando ti accorgi del senso è già troppo tardi. Geniale l’ultima riga