A Berlino raramente la primavera giunge puntuale.
Seduto in balcone contemplo distratto le persone rincorrersi nella piazza sottostante: il portamento eretto ed indaffarato, lo sguardo vacuo eppure minaccioso, cinematica metafora dei fradici nuvoloni che si addensano nel cielo livido. Mi accendo una sigaretta.
A 17 anni dalla riunificazione, di Berlino Est non esiste quasi più traccia. Attorno alla piazza negozi di souvenir, centri commerciali, uffici dappertutto e un noleggio bici. E poi polvere, calcinacci, recinzioni, operai, rumore di trapani, una sensazione olfattiva acre, di cantiere, miscelata con l’inconfondibile odore elettrostatico della pioggia.
Suona il campanello. Rientro in casa ed armeggio un po’ col citofono ma… niente: sono qui da tre giorni e ancora non riesco ad aprire. Scendo le scale. Con la mano destra m’ispeziono i gioielli, con l’altra mi massaggio la nuca. Ho un maremoto nella pancia: devo andare in bagno al più presto. Apro il portone: davanti a me una giovane ragazza. È Sylvia, la precedente inquilina. Sorride e mi tende la mano. Allungo la mia, augurandomi non si accorga di dove stava fino a pochi secondi fa. Vorrebbe entrare a prendere un po’ di roba sua, dice. «Of course… you are welcome», e mi sposto per farla entrare.
Sylvia gironzola per la casa scansando ogni mio tentativo di attaccare bottone. Rinuncio: mi siedo in tinello e m’accontento di guardarla andare e venire. Ad ogni passaggio mi intriga sempre di più.
Ha impilato un po’ di cose davanti alla porta. «Done… I can go», dice infine. Dopodiché, inaspettatamente, mi si siede di fronte e attacca a chiacchierare.
«Do you smoke?». Le porgo il pacchetto. Mi spiega che sì, fuma, ma ora che è incinta…
Incinta? Con quel corpo lì, saresti incinta?
Non ho il tempo di pentirmi per la mia insolenza. Sylvia si alza dalla poltrona e mi passeggia davanti civettuola. Solleva la maglietta e mi mostra la pancia. L’ombelico riluce di un microscopico brillante incastonato a mo’ di piercing. Mi afferra una mano e se la appoggia addosso. Davvero non si vede?, dice sfregandola su e giù.
Le rispondo che, secondo me, lei è talmente carina che non si noterebbe neanche se avesse una pancia da ottavo mese con dentro tre gemelli.
«Ha haa he hehe, thank you, thanks, you are a gentleman!»
Molla la mano, mi bacia una guancia e scheggia fuori in pochi secondi. Le corro dietro: ha le mani impegnate, pertanto le tengo aperto il portone di ingresso. Esce, si gira: «Byyyeeeee!» e mi manda un bacio nell’aria schioccando le labbra.
Sorrido. Solo quando la sua auto svolta sulla strada principale mi rendo conto di essere ancora lì impalato a carezzare la pioggia con la mano.
Salgo in casa e corro finalmente a cagare. Ripenso a Sylvia, pervaso da una impalpabile sensazione di appagamento. Non mi sono sovvenuti i soliti quattro pensieri sconci, non me la sono spogliata con gli occhi come faccio ogni volta che… beh, un po’ il culo gliel’ho guardato, lo ammetto, ma vi garantisco che l’avrebbe sbirciato persino Ray Charles, quel culetto. No, stavolta è stato diverso. Ho inalato per pochi minuti la bellezza, la spontaneità, la freschezza di questa giovane sconosciuta interiorizzandone il contrasto con l’ariaccia malsana e stantia che soffia dalla mia anima verso fuori, questo vento di sentimenti marci e corrotti che sembra spirare direttamente dalla burella dell’inferno.
Beh, tanto non la rivedrò mai più, Sylvia. Pazienza. Però, Cristo santo, ma cosa diavolo c’era nella cena di ieri sera? Qua dentro c’è un odore di carogna che mi sembra di essere seduto nell’esatto centro di un universo di merda…
Driiiiiin, ancora il campanello. «Un momento!», strillo.
Mi pulisco il culo di fretta, tiro l’acqua e balzo fuori dal bagno. Apro la porta. È Sylvia.
Faccio un passo verso di lei, cingo l’esile vita con un braccio, appoggio le labbra alle sue e ci abbandoniamo in un lungo bacio appassionato. La prendo per mano, chiudo la porta con un calcio, la conduco in camera e faccio sesso con lei tutto il pomeriggio.
«I forgot one thing, sorry».
Riavvolgo il film e la faccio rientrare. Si dirige in cucina e mi chiama. Mi spiega una cosa sulla pressione dell’acqua della caldaia. Devo fare qualcosa?, chiedo. No, no, sa cavarsela da sola. Voleva solo spiegarmi per la prossima volta.
Si dirige verso il bagno. C’è un po’ di… odore, mi sento in dovere di commentare.
«Oh, I don’t care», e si mette in piedi sulla tazza, traballando. Comincia a trafficare coi rubinetti.
Qualche minuto. «Mission accomplished», dice. Si puntella sulla mia spalla e salta giù.
Mi sorride: «Alberto», aggiunge, «what the fuck did you eat yesterday?», e mi sfila lesta di fianco. La seguo fuori, indeciso se rispondere alla domanda.

La sagoma scura di Sylvia avvolta nel tenue fruscio della pioggia si confonde tra le auto parcheggiate. Esce così dalla mia vita, questa volta per sempre. La primavera non arriverà ancora per qualche giorno, penso.
Chiudo la porta e corro di nuovo in bagno. Effettivamente, qua dentro c’è un odore che non si sta. Ho un’idea: estraggo un’altra sigaretta dal pacchetto e l’accendo. Dovrebbe mitigare un po’.
Lo sguardo vagola per la stanza: oggetti dappertutto, panni sporchi, peli, capelli, barattoli vuoti, pieni e a metà. Un fermacapelli di Sylvia. Il vetro della finestra è una favela di ragnatele. Il muro completamente coperto di scritte, disegni e graffiti di ogni genere.
L’aria satura di tabacco bruciato è più respirabile, ora. Gran cosa il fumo, penso, aspirando l’ultima fragrante boccata. Getto il mozzicone nella tazza. Per terra, incastrato tra il muro e il supporto del lavandino noto un pennarello. Ma che ci fa lì? Lo raccolgo e ci giocherello un po’. Poi comincio a scrivere una frase sul muro, ridacchiando.
Contemplo soddisfatto la scritta. Dice: ‘Meglio fumare in bagno che cagare in tabaccheria’.
Il primo atto della mia personale campagna Pro Fumo.

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