Racconto segnalato al premio Andersen Baia nelle favole nel 2008
Mi chiamo Giambelio e ho la testa piena d’olio.
Alcune ortiche perfide mi chiamano GIAMBOLIO per via del mio testone pieno di semi, ma io non bado alle loro lingue irritanti, perché sono fiero di essere un girasole fra i girasoli e la loro è tutta invidia.
Siamo fiori allegri noi; gioviali, compagnoni, un po’ rustici forse; gambo grosso ma pistillo fino. Fiori di campagna, niente a che vedere con l’ikebana giapponese! Fiori grossi, che già tre fan mazzo; fiori semplici, come li sanno i disegnare i bambini; proprio come si disegna il sole. Un grosso cerchio con una corona gialla intorno. Ci sentiamo un po’ speciali per via di quella corona di petali, per via di quella somiglianza di nome e di fatto con la stella più luminosa; senza montarci la testa, però; non siamo di sicuro come narcisi che passano la giornata a rimirarsi nelle pozze d’acqua. Nobiltà contadina: testa per aria, ma piedi per terra..ehm radici,..
Scusate, vi sto certo annoiando con tutti questi discorsi sulla mia famiglia, ma sono un gran chiacchierone e spesso mi ingarbuglio nelle mie stesse chiacchiere.
Facciamo un passo indietro.
Mi chiamo Giambelio e sono stato seminato nel mese di marzo; pioggia e luce hanno fatto gran parte del lavoro; ad aprile ero già a scuola e ora che siamo ad agosto mi sto preparando per gli esami (dovrei dire mi stavo preparando, ma vi spiegherò un po’ per volta).
Noi girasoli, infatti, abbiamo molte qualità e talenti da “coltivare”; non fatevi ingannare dal nostro aspetto semplice, come ho già detto siamo fiori un po’ speciali, non abbiamo un gran profumo, ma i nostri semi stillano un olio dorato di grande qualità. Per natura siamo piccoli imprenditori di noi stessi, abbiamo una fortuna da amministrare nel settore del fritto e del condimento. Questo ho imparato nelle lezioni di Economia. Nelle ore di Matematica invece, ho scoperto con grande meraviglia, che la disposizione dei miei
semini in testa non è casuale, ma segue due precise spirali logaritmiche, secondo la sezione aurea e la serie di Fibonacci.
Vi ho messo soggezione?! E le sorprese non sono ancora finite! La mia materia preferita è l’ Astronomia, lì sono davvero forte. Non c’è girasole che non conosca i segreti del cielo; luna, stelle, pianeti e soprattutto orari precisi di alba e tramonto. Siamo davvero “piccoli soli” e il nostro movimento è preciso ed allineato a quello del “sole grande”.
Movimento e danza, si studiano ad Educazione Fisica, che non è esattamente la mia materia preferita. La professoressa pretende che fissi il sole ininterrottamente per ore e ore, senza battere nemmeno un petalo e io dopo un po’ mi stanco, credetemi mi gira la testa e un girasole con torcicollo non è un bello spettacolo, si rischia in ogni momento di rompersi il gambo e di passare il resto della vita a fissarsi le radici.
Fino a questa mattina ero ancora profondamente indeciso su cosa fare della mia vita; se offrire i miei semi alla scienza o lasciare che il contadino alla fine dell’estate ne faccia olio per le frittelle dei suoi figli. Non avrei mai pensato di poter fare il fiore decorativo, non sono poi così bello e sono davvero scarso nella danza del sole; non so fare bene gli inchini ne chiudere i petali tutti in un colpo, come fanno altri girasoli abilissimi.
Eppure questa mattina, sono stato colto con delicatezza e infilato gentilmente in una cesta di vimini, con pochi altri. No, non siate tristi per me, sono un girasole e so bene che fa parte del mio destino essere colto. Quel signore si è fermato davanti a me e mi ha fissato per lungo, lunghissimo tempo. Chissà cosa pensava. Poi si è avvicinato e con un unico tocco forte e deciso ha spezzato il mio gambo, senza farmi male, sollevandomi in alto, tanto in alto dove non ero mai stato e guardandomi felice. Uno sguardo azzurro,
profondo, pieno di lacrime e di gioia. Subito mi ha riposto nel suo cesto di vimini, con gli altri fiori , in contenitore zuppo d’acqua. Non mi sono mai sentito così beato.
Con lui ho fatto la prima passeggiata della mia vita, ho visto il campo dove sono cresciuto allontanarsi, ho visto l’orizzonte allargarsi fino a diventare smisurato, ho visto cose nuove a cui non ho saputo nemmeno dare un nome. E’ stato il momento più bello della mia vita.
Poi il viaggio è terminato ed io e tutti gli altri girasoli siamo stati appoggiati su un tavolino accanto ad una finestra. Quel signore si è levato la giacca e il cappello, li ha appoggiati sul letto accanto al tavolo e poi si è spostato nella stanza vicina, lasciandoci soli.
Gli altri quattordici girasoli, che fino a quel momento erano rimasti zitti e sbalorditi come me, si sono messi a fare un baccano incredibile; chi piangeva lacrime d’olio, chi strillava dalla gioia e dall’eccitazione. Io cercavo di osservare ogni dettaglio di ogni cosa nuova che mi circondava.
Eravamo appoggiati su un piccolo tavolo di legno, in una stanza semplice ma ordinata e graziosa, arredata con pochi mobili larghi e quadrati: un letto, il tavolino che ci ospitava, due sedie e qualche altro oggetto che non riuscivo a vedere bene. Tutto mi dava un grande senso di solidità e serenità, la poca luce che entrava nella finestra vicina riscaldava i colori della stanza, in cui prevalevano il verde, l’azzurro e il giallo. I colori che avevo imparato a conoscere nella mia breve vita da girasole.
I colori!! Quel signore rientrò reggendo fra le mani alcuni pennelli e numerosi tubi di colore che appoggiò sul tavolino accanto a noi, sparendo di nuovo nella porta. Se fossi stato in grado avrei potuto decifrare le scritte “giallo cromo -giallo limone -verde veronese-bianco zinco-blu di prussia” stampate sui tubetti metallici, ma un girasole non sa leggere! Di nuovo quell’uomo fu di ritorno, questa volta con un cavalletto di legno, un rettangolo di stoffa steso su di una cornice e una tavoletta di legno incrostata di colore. Armeggiò per qualche attimo intorno al cavalletto, avvicinò entrambe le sedie, e ci sistemò il rettangolo di tela, sparendo ancora.
Quel signore, non era il contadino che ogni tanto veniva al campo per aprire la serranda del fosso e inzuppare d’acqua le nostre radici; il suo aspetto poteva ricordare quello di un contadino, aveva mani forti, una corporatura solida e un velo di barba ispida e rossiccia, ma i suoi modi in quella stanza piccola e ordinata erano lievi e precisi come quelli di un funambolo in equilibrio su una corda tesa.
Per la terza volta l’uomo rientrò nella stanza, questa volta reggendo un vaso colmo d’acqua. Si avvicinò al tavolino, lo staccò dal muro avvicinandolo al centro della stanza, in maniera che la luce della finestra lo illuminasse in pieno e poi uno per uno sfilò me e gli altri quattordici girasoli dal cestino di vimini, sistemandoci ad uno ad uno nel vaso di ceramica bianco e giallo.
Eravamo veramente un bel mazzo di fiori, avreste dovuto vederci; un’esplosione di luce gialla, in quella stanza modesta. Nessuno entrando, avrebbe potuto evitare di guardarci, era come guardare l’estate in faccia ed esserne inondati.
Quel signore sembrava saperlo bene. Quando ci ebbe sistemati tutti sembrò soddisfatto e di nuovo si fermò ad osservarci a lungo, come aveva fatto prima nel campo; un lungo sguardo azzurro sui nostri petali gialli. Sembrava volerci imparare a memoria.
Poi si sedette, scomparendo dietro il rettangolo di stoffa e legno. Si accomodò sulla seduta di paglia della sedia e avvicinò l’altra con i colori alla sua destra. Riuscivo a vedere solo una delle sue mani armeggiare con una grossa matita di legno prima e poi con i tubetti di metallo e i poi con i pennelli dalla testa morbida. Sulla tavoletta incrostata di colore schiacciò uno dei tubi da cui uscì una crema morbida giallo intenso, e poi ancora una pasta giallo limone e un fiocco di bianco. Movimenti lievi e precisi come prima. Il pennello dalla testa morbida mescolò quelle macchie di colore in grossi centri concentrici, finchè il giallo intenso, il giallo limone e il fiocco bianco non furono sciolti in un nuovo colore, un giallo preciso: il giallo dei miei petali.
Non so quanto tempo passò quel giorno, ma fu un tempo bellissimo. Di tanto in tanto l’uomo interrompeva il suo lavoro per osservarci ancora a lungo, in silenzio. Ed era come se non avesse mai visto altri fiori prima di allora. Il suo sguardo sembrava leggere i miei pensieri, cercare fra i miei petali cose che nemmeno io sapevo.
Il sole tramontò nella finestra alle nostre spalle, lasciando il posto ad un cielo stellato. Solo allora quel signore si alzò per accendere un lume ad olio che riempì la stanza di un giallo dorato. Poi staccò il rettangolo di tela dal cavalletto, avvicinandolo al tavolino e volgendo il quadro verso il nostro vaso. Per un attimo fu come tuffarsi in uno specchio, fu come essere un narciso cresciuto accanto ad un fiume.
Sul rettangolo di legno e stoffa stava, non ancora completo, ma già perfettamente definito, il dipinto della nostra estate. Un’emozione di luce gialla, fissata sulla tela per sempre.
Mi chiamo Giambelio e ho la testa piena d’olio e ancora oggi potete riconoscermi in quel rettangolo di stoffa e legno, 120 estati dopo.
