LA STORIA DELLA CASSA

Una delusione, credetemi.
Ho trascorso la mattinata in giro per la città. Le chiese, i palazzi, i monumenti… una città meravigliosa, Madrid, onusta di storia eppure moderna. E poi la gente, le strade, e bla bla e ancora bla…
Insomma, verso le due sono in piazza centrale, sotto la Porta del Sol. C’è un caldo bestia e sono sudato fradicio. Prendo un gelato e penso di sedermi a mangiarlo. Ci sono panche dappertutto ma neanche un posto libero. In mezzo alla piazza c’è questa cassa di legno alta un metro, larga altrettanto e lunga uno e mezzo.
Bah, penso e faccio per sedermi. Appena appoggio il culo sento una voce venire da dentro: “Aiuto! Tiratemi fuoriiii. AIUTOOOOO!”
Capite bene che balzo in piedi istantaneamente. La gente, indifferente, sembra non sentire nulla. Mi guardo attorno spaesato. “AIUTOOOOO!” urla ancora la cassa. In spagnolo ovviamente: sto traducendo per comodità.
Rimango fermo a pensare ma non mi viene in mente niente. Faccio un passo per avvicinarmi poi ci ripenso. Mi allontano a gambe levate mentre il gelato ormai sciolto mi cola tutto lungo la mano.
Una candid camera, certo, ci ho pensato anch’io, dopo. Troppo tardi per tornare indietro. Mi manderanno in TV fra una manciata di giorni e qualche milione di spagnoli mi riderà dietro vedendo quanto sono coglione.
Bah, chi se ne frega, dopotutto.
Ho anche comperato un biglietto per Milano Malpensa: decollo alle cinque e mezza, arrivo previsto alle sette e quaranta. Giusto in tempo per arrivare al Magenta da Max. Mi aspetta una gran bella serata con lui, per non parlare di quello che succederà domattina. Ah, non vedo l’ora!
La storia della cassa è tutta qui. Visto? Avevo ragione.

LA NAZIONALITA’ DI CHE-GUEVARA

“Eli… Eliiii!” Max sta scuotendo la sorella da alcuni minuti.
Apre un occhio: “Orghh… che c’è?”
“Ti spiace andare di là con la mamma? Ho un amico che resta qui a dormire”.
Voce impastata: “Mmmhh?”
“Alberto, te lo ricordi? Ecco, lui resta qui. Tu dormi di là con la mamma, lui dorme nel tuo letto e io sto sulla branda come al solito”.
“Ma che… ora è?” bofonchia.
“Le quattro e venti. Su, vai, dai”.
“Occheeei”.
Elisabetta solleva il lenzuolo ed esce da letto. Le sorrido: “S… scusa, mi spiace – dico mortificato – tuo fratello non m’aveva detto che ti avremmo dovuto svegliare, altrimenti…”
“Fa niente, buona…nooootte”, e mi bacia una guancia.
S’incammina verso il corridoio, mi giro a guardarla. E’ avvolta in una lunga maglietta verde con una stella rossa e la scritta ‘FZLN’. Col movimento assonnato dei passi l’orlo scivola su e giù scoprendo i glutei perfettamente tondi e il pizzo candido delle mutandine. Non indossa altro.
Mi levo i vestiti e mi infilo sotto le coperte. Odorano di bagnoschiuma, sudore e vaniglia. Max si spoglia pure lui e si butta in una branda scassata nell’angolo della stanza.
“Ma… la tua camera?” chiedo.
“Piove dentro: la stanno mettendo a posto. Al momento è inagibile. Per un po’ dormo qui. Yaaawwwn”.
Questa è una pessima notizia. Devo tenerlo il più possibile sveglio. O lui o io.
“Max!”
“Eh”.
“E’ diventata davvero carina tua sorella”.
“Mmmh, sì… molto carina”.
“Quanti anni ha ora?”
“Boh, sedici credo. Buonanotte”.
Palesando interesse pressoché nullo nei confronti delle mie parole, Max si gira dall’altra parte, fa una lunga scorreggia e si addormenta.
Lo sguardo vagola nella semioscurità della stanza, rischiarata dal lontano bagliore di un lampione notturno. Sulla parete sinistra, alla quale è appoggiato il letto di Elisabetta, una grande bandiera rossa con l’immagine di Che-Guevara. Davanti a me un poster tutto nero con una foglia di marijuana disegnata al centro e delle scritte tutt’attorno che non riesco a distinguere. A lato parecchie foto più piccole ritraenti, suppongo, qualche cantantucolo con i capelli cotti, i pettorali scolpiti e lo sguardo languido da besugo. Chiudo gli occhi: davanti ho ancora l’immagine di Elisabetta, i lunghi capelli arruffati, il viso pallido e pesto, gli occhi verdi profondi come il mare, il corpo sottile, da adolescente ma sinuoso, da donna. Ho mentito: la sorella di Max non è molto carina. La sorella di Max è una fica da urlo.
Un rumore: acutizzo l’udito. Creak-creek cricchete-cricchete creeeek!
“Max”.
Niente.
“MAAAXXXX!!!”
Si sveglia: “Eh, che c’è ancora?” dice scocciato.
“C’è un rumore strano, lo senti?”
“E’ il topo di mia sorella”.
“Il… che?”
“Il topo di mia sorella. Fai attenzione a non pestarlo”.
“Tua sorella ha un… topo… libero per la stanza?”
“Sì, è un topino bianco. E’ carino. Si chiama Engels”.
“E…ngels?”
“Engels, sì. E’ uno degli amichetti comunisti di mia sorella”.
“So bene chi…” Non termino la frase, sarebbe inutile: Max s’è già riaddormentato e russa come un trattore. Prima una lenta successione di timidi grugniti, a seguire qualche breve latrato, poi una infinita serie di mostruosi barriti rimbomba per la stanza, per le mie povere orecchie, il cervello e il midollo spinale. Dormire non se ne parla: lascio correre la fantasia a briglia sciolta. Nella mia mente Elisabetta, ora senza maglietta, entra in punta di piedi nella stanza, s’infila sotto le coperte ed inizia a strusciarmisi addosso. Sfioro la pelle liscia, accarezzo i seni sodi e li bacio senza fare rumore. Le sfilo le mutandine mentre l’erezione sale decisa, ineluttabile come uno starnuto. La sdraio sotto di me, divarica leggermente le gambe, fa un respiro profondo e si abbandona timorosa alla mia cauta penetrazione. Trattiene un gemito, si morde una mano: devo averle fatto un po’ male, dal momento che Elisabetta è sicuramente vergine…
Guardo l’ora per l’ultima volta alle sei e quaranta, prima di perdere letteralmente i sensi.
Un cigolio, la porta si apre. Una sottile striscia verticale di luce accecante si allarga. E’ giorno. Qualcuno entra e richiude la porta. Giro la testa, sul comodino una scritta rosso fosforescente dice: ‘10:32’. Più in là immagino, ancor più che intravederla, una sagoma scura confusa col nero della stanza. Lentamente mi isso sui gomiti. Vedo il profilo di Elisabetta incurvarsi. E’ nuda. Per terra, ai suoi piedi, un accappatoio floscio. Ha preso un perizoma dal cassetto e lo sta indossando proprio ora. Afferra un reggiseno, lo appoggia sul petto e lo aggancia con naturale voluttà. Reclina ora un poco il capo all’indietro, infila le dita tra i capelli e li scorre per l’intera lunghezza, poi li raccoglie con un rapido gesto in una lunga coda. Immagino mille piccole gocce d’acqua stillare dall’estremità e sgocciolare lungo la spina dorsale, intrufolarsi nel perizoma profumato fino a lambire la sua dolce giovane fica. La immagino fremere per quella fresca piacevole insinuazione. Prende una maglietta da un altro cassetto.
Mi isso un ancora un po’… creeek! Squit, squittt!
Quel cazzo di topo!
“Engels?” chiama Elisabetta. Poi: “Alberto… sei tu?”
“Io…” maledizione! Che dico adesso?
“Ah, sei sveglio allora!”
“Beh… sì…”
“E mi stavi guardando, vero?” Il rimprovero suona stranamente eccitante.
“Io… non…– al diavolo, penso – sì, certo che ti stavo guardando. Come facevo a resistere? Ma lo sai quanto sei figa?”
Appoggiato contro la testiera sono più o meno seduto. Fa qualche passo verso di me, fissandomi. Sostengo il suo sguardo, determinato a non cedere. Si inginocchia sul letto. E’ davanti a me, ora, a pochi centimetri. Si sorregge appoggiandosi alle mie spalle: “Vorresti guardare di più?” dice.
“Perché no…” gli occhi sgranati addosso a lei.
Sgancia il reggiseno, lo sfila e lo getta per terra, sopra l’accappatoio.
“La prossima volta ci dormiamo io e te nel letto di là, OK? – aggiunge – così ci divertiamo…”
“Che intendi per ‘ci divertiamo’?”
“Scopiamo, no?” Mi afferra la testa e se la schiaccia in mezzo ai seni turgidi e freschi. Ci appoggio le mani e inizio a succhiare un capezzolo. Che meraviglia!
Stomp, stomp: “Eli… Eliiii!” Dei passi lungo la scala. Elisabetta balza dal letto e infila frettolosamente la maglietta. “Ah sì, l’avevo sentito dire!” dice a voce alta mentre Max spalanca la porta.
Il mio amico entra: “Buongiorno, eh! Benalzato” dice con la giovialità che lo contraddistingue da sempre. Mi mette in mano una brioche calda.
“Veramente non mi sono ancora alzato”, né posso farlo: ho un uccello grosso come un megalite.
Si gira verso Elisabetta: “Di che cosa stavate parlando?” chiede. Lei tace.
Roteo gli occhi: “Di… Che-Guevara – indico la bandiera sul muro – le stavo dicendo che è in realtà è… boliviano”.
Max pare non darmi retta: “Eli, tieni, c’è Ivan al telefono” e le allunga il cordless.
“Sì, anch’io ti amo. Un minuto e sono giù, amore”, dice lei nella cornetta. Afferra un paio di pantaloncini ed esce saltellando, ignorandomi.
Max mi scruta perplesso. “Ma Che-Guevara non è argentino?” dice, posando poi lo sguardo sull’accappatoio umido e sul reggiseno, ammucchiati sul pavimento.

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