Doveva guidare Tatiana, per via del piede rotto. La cosa implicava una certa premura nei suoi confronti, perché a Tatiana non piace affatto guidare.
Aveva un nuovo lavoro, quello era stato il primo giorno. Ero contento per lei e avevo prenotato nel ristorante migliore della città. Mi sembrava un buon modo per dimostrarle che mi occupavo di lei.
Avrei voluto fare di più. Comperarle dei fiori, per esempio. Vestirmi elegante. Ma non ero riuscito a far passare il gesso dai pantaloni. Sembrava che si fosse messo in mezzo pure il piede.
Tatiana si sedette nel posto del conducente. Trafficai con la maniglia, salii in auto, mi infilai le stampelle in mezzo alle gambe e chiusi la portiera. La baciai su una guancia.
«Allora sei felice?» domandai.
«Felicissima» rispose seria.
Mise la retromarcia e uscì dallo stradello. Andava tutta storta, così dissi: «Non stai guidando bene». Al termine del viottolo ingranò la marcia avanti con uno scatto e partì facendo stridere i copertoni. «Io guido così» disse. «Perché allora non guidi tu?»
All’ingresso del ristorante c’era un tizio in livrea che teneva aperta la porta a tutti i clienti, zoppi e no. Faceva solo quello. E c’era un lungo tappeto rosso che conduceva fino alla sala da pranzo. Era uguale a quei tappeti rossi che si vedono nei galà alla televisione. Quel tappeto sembrava la caricatura di un tappeto rosso di lusso, pensai.
Il tizio che teneva aperta la porta mi domandò che cosa mi era successo. Suppongo facesse in qualche modo parte del suo mestiere. Dissi che ero stato inseguito da un cane. Un Rottweiler, per la precisione. Era la storia che raccontavo a tutti quelli che mi chiedevano del piede. Tutti annuivano e facevano commenti sui cani pericolosi. Ma non era andata esattamente così. «È andata che il cane era al guinzaglio e gli ha soltanto abbaiato», precisava Tatiana ogni volta che parlavo a qualcuno del piede. Ma stavolta lei non c’era perché stava parcheggiando l’auto. Così il tizio che teneva aperta la porta ascoltò la mia storia e annuì e disse qualcosa su quanto sono pericolosi certi cani.
Mi sentivo a disagio puntellato lì al centro del salone. Mi sembrava che mi guardassero tutti. Mi accomodai al tavolo senza attendere Tatiana.
Tatiana entrò pochi minuti più tardi. Era molto bella, pensai. Mi capitava spesso di pensarlo. Quando pensavo Tatiana è molto bella solitamente intendevo Tatiana forse non è molto bella, ma Tatiana, la mia Tatiana, è molto bella per me. Quella volta, quando pensai Tatiana è molto bella, fu come se stessi pensando Tatiana è davvero molto bella, un po’ come quelle ragazze molto belle che si vedono nei galà alla televisione.
Tatiana si sedette. Mi disse che aveva molta fame e sorrise.
Sorrisi anch’io.
Tatiana indicò sopra la mia testa. «Che roba» disse.
Capii che Tatiana stava sorridendo per quella cosa che avevo sopra la testa. Era un quadro con molte macchie di colore e attaccati al centro tre barattoli di metallo tutti incrostati degli stessi colori del quadro.
«Bello» dissi io.
Arrivò il cameriere con il menù. Non era il tizio della porta. Era un altro. Che pronunciava molto male la S. Disse una cosa spiritosa così che entrambi sorridemmo di nuovo.
Tatiana disse: «Ho voglia di mangiare il prosciutto.»
Il cameriere ci versò dello champagne e ci servì due grandi piatti con dentro il prosciutto crudo. Intorno, delle decorazioni fatte con il burro e delle foglioline verdi.
«Stuzzicante prosciutto di Parma stagionato trentasei mesi» disse il cameriere con una certa solennità. Non disse esattamente stuzzicante. Disse qualcosa di più simile a ftufficante, ma noi riuscimmo ad annuire senza ridere.
Tatiana prese una fetta con le dita e la guardò controluce. Sembrava molto appetitosa. Disse: «Trentasei mesi di attesa», e se la infilò tutta in bocca.
«Trentasei mesi di attesa» ripetei. «Proprio come noi.»
Tatiana ingoiò la fetta di prosciutto. Disse: «Ha un cattivo sapore.»
Mangiai anch’io una fetta. «Non mi pare.»
«Ha un cattivo sapore» ripeté Tatiana.
«Non mi pare» ripetei io.
Tatiana disse che era stanca di discutere sempre con me. Sbatté il tovagliolo nel piatto.
Chiamai il cameriere e dissi che il prosciutto non era buono.
Si scusò, portò via entrambi i piatti e pochi minuti dopo ritornò con altri due piatti di prosciutto. Fece un sorriso con tutta la bocca: «Ne abbiamo messo a mano un altro per voi.»
Tatiana prese una fetta e la guardò come aveva fatto prima. La ripose nel piatto. «Non voglio mangiare questo prosciutto» disse. «Andiamocene.»
Ci alzammo e andammo a pagare.
Il tizio in livrea, quello addetto a tenere aperta la porta ai clienti, si mosse veloce e tirò la maniglia. Tatiana afferrò l’altra maniglia. Si guardarono. Erano in due ad aprire la porta ma non c’era nessuno che uscisse fuori. La chiusero.
Io ero appoggiato al muro con la schiena e stavo parlando con il caposala. Voleva sapere qual era il problema col prosciutto. Dissi che aveva un cattivo sapore.
«Ma i nostri prosciutti sono di prima qualità» obiettò. «Stagionano in condizioni climatiche controllate per almeno trentasei mesi. Com’è possibile che abbia un cattivo sapore?»
«Ha un cattivo sapore» ripetei. «Sa di fallimento. Dopo trentasei mesi può capitare.»
Mi congedai. Tatiana e il tizio in livrea aprirono di nuovo e aspettarono che uscissi.
Saliti in auto Tatiana mi domandò che cosa volevo fare.
«Potremmo fare un salto allo Short Cuts. Lì ci sono un paio di amici. Magari beviamo una cosa con loro.»
«Una cosa ci sta» disse Tatiana e partì.
Tatiana guidava a scatti. Continuava a frenare e accelerare. Le dissi di fare attenzione. Era pericoloso per via del ghiaccio. Tatiana fece una smorfia. Le chiesi se andava tutto bene. Mi rispose che era tutto a posto.
Mentre ci immettevamo nella rotonda mi domandò: «Ma c’è anche quella là?»
«Chi?»
Ma io avevo capito chi. E poi la sua non era esattamente una domanda.
«Lo sai chi.»
«Credo di sì.»
«Non ho nessuna voglia di vederla.»
Tatiana continuò a guidare e io dissi che avrebbe dovuto smetterla di fare così. Cercai di spiegarle tutto con calma, senza arrabbiarmi.
Lo feci per tutto il viaggio dalla rotonda fino a casa, e poi per il resto della sera e nei giorni successivi. A tratti Tatiana sembrava capire e per qualche giorno le cose parvero andare un po’ meglio tra noi.
Ma sapevo comunque che la nostra storia era finita.
Era finita nell’esatto istante in cui ci eravamo immessi nella rotonda e lei aveva detto quella cosa che non era esattamente una domanda.
