Henry Bergson nel saggio Il riso afferma che ridere è la reazione a un’incongruenza. Sempre secondo Bergson, la più grande e quindi più comica incongruenza possibile, è vedere il meccanico, il materiale e il ripetitivo nell’essere umano, che sarebbe invece essenzialmente libero, spirituale, irripetibile. Per questo, dice il filosofo francese, ridiamo quando qualcuno inciampa e cade: durante la caduta l’uomo non appare più come un soggetto con una volontà imprevedibile, ma piuttosto come un oggetto nelle mani della forza gravitazionale. Il riso ebbe molta eco ma pochi consensi. Non tutti ridono per le stesse cose. Bertrand Russell, vedendo un malcapitato che scivolava, commentò: «Ecco le cose che fanno ridere Bergson.»
Eleonora entrò in un ospedale per la prima volta all’età di tredici anni, per visitare suo nonno. Il nonno risultò essere malato terminale, e la famiglia stabilì dei turni di assistenza, coinvolgendola. Lei accettò senza entusiasmo ma anche senza lamentarsi. Dopo le prime esperienze però chiese di aumentare le sue ore di assistenza. Col tempo subentrò interamente al fratello, e quasi interamente allo zio. Nel corso dei sette mesi di degenza del nonno, Eleonora presenziò al suo letto molto più assiduamente di ogni altro familiare, e non per devozione, ma per gusto. Aveva infatti scoperto che stare in ospedale le piaceva. In particolare amava l’inserzione di parti meccaniche come cateteri, tubi, valvole, fili, punti metallici, nel corpo umano. Trovava affascinante anche l’effetto di analgesici e tranquillanti, specie quando la somministrazione era regolare e i pazienti avevano un altrettanto regolare ciclo di attività e dolore, gemiti e maledizioni crescenti e discendenti con ritmo e modalità costanti nel tempo. Tutto quello che concerneva i corpi malati l’attraeva, e anche semplici operazioni come un banale cambio della sacca delle urine le davano una gioia segreta.
Il tempo trascorso in quell’ospedale di provincia senza scintillii ebbe un potente effetto sulla sua immaginazione, e determinò in essa la formazione di un concetto dell’uomo come di un macchinario molto manchevole, che si guasta facilmente e viene riparato in qualche modo con dei ricambi di fortuna. Questa convinzione non era il frutto di una riflessione intellettuale ma di un’intuizione. Divenne un sentimento radicato, che ebbe l’effetto quasi religioso di una forza liberatrice rispetto ai turbamenti della vita terrena. Eleonora non riusciva più a prendere sul serio i suoi genitori, i compagni di scuola, i professori, il Manzoni, il Leopardi e tutti gli altri. Tutti macchinari. Il suo rendimento scolastico e la qualità delle sue relazioni sociali precipitarono, cosa che però tutti attribuirono al decesso del nonno, che Eleonora aveva dimostrato di amare con una devozione superiore ad ogni aspettativa.
Le persone che le erano più vicine intuirono che Eleonora era entrata in una fase di distacco mistico, ma pensarono che si trattasse di misticismo nella forma tradizionale e che sarebbe svanito col trascorrere del tempo. Non fu così. A due anni di distanza, precocemente per il suo ambiente sociale, Eleonora iniziò ad avere rapporti sentimentali e sessuali. Il suo potere attivante nei confronti del pene e, seppure in modo più mediato, nei confronti dell’intero comportamento dei suoi primi ragazzi, la sprofondò ulteriormente nella sua personale religione meccanicista. Ansiosa di sperimentare nuovi automatismi fu molto promiscua, apprese ed esercitò ogni forma di manipolazione attraverso il sesso e l’amore romantico. Come molti mistici, non fu compresa dai contemporanei, il cui giudizio sostanzialmente si riassumeva in quello del suo primo fidanzato, che icasticamente la qualificò come «una grande troia.»
Dopo l’università Eleonora non desiderava studiare oltre, e ancora meno lavorare. Era bella, ma non abbastanza da farsi mantenere da un uomo davvero ricco, salvo orientarsi verso persone molto vecchie o con difetti sgradevoli. Sfruttato il sostegno familiare finché possibile, infine fece innamorare di sé un bel ragazzo, Matteo, più giovane di lei, di buon carattere e di famiglia benestante. Matteo in realtà non era in condizione di mantenerla, né d’altronde vi era un motivo socialmente accettabile per cui lei non dovesse lavorare, quindi dopo un mese di relazione Eleonora gli disse di avere la leucemia e di essere bisognosa di cure fino alla sua morte, che assicurava sarebbe stata prossima. Lui le dedicò quindi tutto il suo tempo e le sue energie, caricando sui suoi genitori, che vivevano in un’altra città, l’intero onere finanziario della loro sopravvivenza.
L’aveva conosciuta mentre i genitori lo mantenevano all’Università di Lettere, e il padre accettò la novità continuando a sostenerlo senza indagare troppo. Era infatti vero che il figlio aveva abbandonato gli studi per questa fidanzata, ma non erano già prima studi proficui, e il decesso di una malata di leucemia appariva un evento più prossimo e più certo dell’ottenimento della laurea. La coppia visse quindi un lieto periodo di amore tragico senza la noia di impicci quotidiani quali lavoro o studio.
Dopo quattro anni i genitori però, indispettiti dalla longevità di lei, la confrontarono severamente chiedendo cartelle cliniche e prove concrete della sua malattia, di cui asserirono di dubitare. Eleonora inizialmente reagì con indignazione, ma infine dovette ammettere di non avere la leucemia. Tuttavia non si arrese, non aveva la leucemia, ma aveva evidentemente una malattia mentale che la portava ad affermare falsamente di avere la leucemia, il che non era forse altrettanto grave ma insomma quasi, ed era comunque sempre una situazione bisognosa di cure.
Bella e, quando parlava in suo beneficio, appassionata, fu molto convincente. Con grande sgomento di Matteo, che continuava ad amarla con la devozione di sempre, pochi mesi dopo il padre lasciava la moglie per trasferirsi in un appartamento dove si recava a vivere con lui la stessa Eleonora. Il dottor Airoldi aveva infatti subito il fascino romantico della donna giovane e tormentata, e se ne era invaghito. Insieme a questi sentimenti giovanili conviveva d’altronde la più matura considerazione che, dovendo comunque mantenere quella donna, la situazione più giusta e naturale era che se la scopasse lui. Si sposarono appena poterono.
Così Eleonora trascorse i successivi dodici anni, finché il dottor Airoldi si ammalò di tumore al pancreas e morì. Eleonora, godutasi il periodo di assistenza al moribondo, da vedova condusse un’esistenza casalinga e solitaria, diventando grassoccia e sviluppando una leggera dipendenza dai social network.
La pensione di reversibilità le garantiva un’esistenza tranquilla di televisione, biscotti al cioccolato, chiacchiere e flirt online. Come è noto, i mezzi di comunicazione via internet sono provvisti di numerosi gadget che consentono di esprimere in forma semplificata emozioni positive o negative: figure sorridenti o aggrottate, piccoli pollici alzati o versi, punti di reputazione positiva o negativa. In qualche modo la rappresentazione grafica e il medium elettronico esaltavano il meccanicismo degli utenti. Eleonora sapeva condizionare quelle emozioni di pixel, e la sua nutrita truppa di ascoltatori e ammiratori online suppliva efficacemente al bisogno costante di verificare la rassicurante disumanità degli esseri umani. Oltretutto, la sapiente elaborazione delle proprie immagini le permise di mantenersi molto più giovane e bella per la comunità telematica di quanto avrebbe potuto fare per persone in carne e ossa. Giunse a eliminare del tutto i contatti personali.
All’età di 58 anni scivolò da uno scaletto mentre cercava di pulire sopra la credenza, e si ruppe la testa. Le cose che fanno ridere Bergson.
Eleonora rimase a lungo cosciente mentre, immobilizzata, perdeva sangue. Ora mi spengo anche io, si disse, ma non immaginava una candela, piuttosto un tostapane. Prima di morire pensò che se avesse potuto filmare la sua rovinosa caduta e postarla su youtube avrebbe avuto un sacco di contatti, la gente adora le cadute. Eppure ormai la natura meccanica dell’uomo è già data per scontata dai più. Magari non è tanto il vedere l’uomo che diventa un pupazzo a interessare, quanto l’uomo che si fa male, che soffre. Infine dovette abbandonare questi ragionamenti perché non affluiva più sangue al cervello. La comunità telematica cui apparteneva si interrogò per oltre una settimana sui motivi della sua scomparsa dal web.
