

Il mattino seguente il rapinatore comprò il giornale. La matematica certezza che lo fece per leggervi le sue peripezie non la possiamo avere. Forse era solo interessato alla pagina sportiva o forse era un uomo al quale piaceva tenersi informato. Pur non essendo degli esperti ipotizziamo che debba essere importante per un malavitoso sapere, ad esempio, dove è previsto il rifacimento del manto stradale o la posa delle tubature per il teleriscaldamento. È chiaro, però, come oggigiorno alletti tutti apparire sui media. Se il narcisismo è stato tolto dall’elenco dei disturbi mentali da parte dell’autorevole American Psychiatric Association un motivo deve pur esserci.
Sappiamo comunque che arrivato a pagina sette si fermò e lesse con attenzione i due articoli che lo riguardavano. Occupavano due terzi della pagina ed erano posti tra: una schematica tabella riportante il numero e la tipologia dei delitti sul territorio in data 20 agosto, un articolo su una cantina adibita ad abitazione e la pubblicità di un noto caseificio locale. Non avendo ottenuto il consenso dall’autore né dalla redazione del quotidiano, ci troviamo impossibilitati a riprodurre in parte o in toto (cosa che peraltro non avremmo fatto) tali articoli. Ci basti sapere come essi siano stati ritenuti dal medesimo rapinatore lacunosi e imprecisi.
Nella comodità della sua cucina, seduto al tavolo davanti a una tazza di caffè, una brioche alla crema e un succo d’arancia, vide riportate le sue azioni in modo dozzinale, tra un’abbondanza di refusi e uno stile al quale egli stesso associò l’espressione “alla minchia”. Si descrivevano solo sommariamente le due rapine delle quali era stato protagonista la sera precedente. La prima, avvenuta in una farmacia, era l’oggetto del secondo articolo. Gli si mettevano in bocca parole che non aveva mai pronunciato e laddove erano azzeccate le parole, non lo erano le motivazioni. La ragione per cui aveva detto alla commessa «Fuori i soldi, questa è una rapina» non era certo stata per scuoterla dallo shock. Pur essendo avvezzo all’uso d’armi da fuoco sa perfettamente che non è cosa da tutti i giorni avere una semiautomatica puntata in faccia e non poteva biasimare la reazione della donna, ciò nonostante non spettava a lui consolarla. No, se aveva detto quella frase era stato per sé, per ricordarsi che quella era in tutto e per tutto una rapina, per non perdere il contatto con la realtà, cosa che purtroppo gli capitava sempre più spesso. La routine, di qualsiasi natura essa sia, può portare a spiacevoli distrazioni.
Poche righe più avanti, nello stesso articolo, lesse poi una cosa ridicola, ovvero, di come egli, dopo aver prelevato il misero incasso della farmacia, fosse scappato nel nulla. Immergendo la brioche nella tazza e mordendone la punta imbevuta di caffè, egli ebbe una reazione che noi non esitiamo a definire proustiana (anche se di un “proustianesimo” senza dubbio eterodosso). Si figurò un uomo col mantello camminare nella nebbia fitta fino a divenire invisibile. Un’immagine a metà tra un racconto gotico e un trucco di prestidigitazione. Sulla falsariga di questo – scoprì seguitando a leggere l’articolo – veniva detto che il denaro era sparito nelle sue tasche, cosa che trovò più che ridicola, paradossale. Nulla era sparito.
Corrispondeva al vero il fatto che avesse chiuso i dipendenti nel bagno per garantirsi una migliore fuga, ma era un’illazione dubitare della serietà della sua semiautomatica, accostandola addirittura a una banalissima scacciacani e a un gioco per bambini. Era ben conscio di non essere un Lupin, un Robin Hood o di non far parte di una di quelle bande di rapinatori di lusso che andavano di moda al cinema appena qualche anno fa, ma sentiva di avere comunque una sua professionalità. L’ultimo paragrafo, poi, lo seccò a tal punto da innescargli un pugno sul tavolo così potente da scaravoltare la tazzina, fortunatamente già vuota, e da far straboccare parte del succo d’arancia. Veniva infatti riferito come, sebbene il rapinatore non avesse nessuna flessione particolare, non fosse meno probabile che si trattasse di uno straniero, con l’ampia descrizione di un precedente in cui un russo aveva riprodotto perfettamente l’aspirata fiorentina per depistare le indagini.
Il primo articolo, quello che parlava della seconda rapina, non era migliore, ma la cosa non poté stupirlo. Bevendo ciò che rimaneva del succo d’arancia, lesse come il rapinatore – cioè, ma questo ormai è noto, egli stesso – si fosse impadronito senza pagare di prodotti tecnologici all’interno di un supermercato. Veniva sottolineato più volte che due rapine, entrambe a mano armata e a poca distanza temporale e geografica non potevano essere una coincidenza. Il rapinatore rifletté a lungo su questa parola e concluse che invece proprio di questo si trattava, di una coincidenza. È coinciso, per esempio, che il supermercato in quell’ora non fosse già chiuso e che solo una cassa fosse rimasta aperta. È coinciso che il bottino della farmacia fosse risultato di gran lunga inferiore alle sue speranze. È coinciso che farmacia e supermercato distassero appena qualche minuto d’auto uno dall’altro. È coinciso che il giorno precedente il cellulare gli fosse disgraziatamente sfuggito di mano mentre telefonava affacciato alla finestra, disintegrandosi quattro piani più giù. Pensò: la vita è fatta di coincidenze. E scrollò le spalle.
Una volta terminato anche il succo d’arancia, il nostro proseguì nella lettura del quotidiano estremamente deluso per come quel giornalista – del quale si ometteva la firma – avesse trattato le sue scorribande. Più di tutto non concepiva come si potesse liquidare in poche righe la frase con cui era uscito di scena dal supermercato. Riconoscendo anche noi l’errore, ci sentiamo in dovere di riportare tale vicenda nella sua completezza.
Alle 19.50, con un telefono di ultima generazione sotto la giacca e in testa un berretto militare, il rapinatore si avviò verso la sola cassa rimasta aperta e posò sul nastro un pacchetto di salviette marca Chilly. Le forti luci al neon contrastavano con l’oscurità che si stagliava al di là delle vetrine, mentre una voce registrata, interrompendo la hit del momento, avvisava che il supermercato era prossimo alla chiusura. Non c’era più nessun cliente e il poco personale rimasto era impegnato a ordinare le scansie e a fare di conto. La cassiera, una ragazza poco più che ventenne, con capelli rossi e occhi azzurri, ormai alla fine del turno e alienata dal passare prodotti sul lettore ottico, non sorrise, non lo guardò, non gli chiese se avesse la tessera fedeltà. Aspettò il segnale acustico e disse stancamente il prezzo. Il rapinatore prese gli spiccioli dalle tasche dei jeans, afferrò le salviette e fece per andarsene, ma naturalmente la placca antifurto rimasta attaccata alla confezione del cellulare, passando nella torretta antitaccheggio innescò l’allarme. La cassiera alzò la testa e ogni suo commento fu reso superfluo dalla vista del nero abissale della canna della pistola. Fu a questo punto che il rapinatore disse: «Questo è il mio scontrino». Una frase che conveniamo essere calzante – e suggestiva, un’istantaneità e una seduttività che farebbero invidia a un poeta o a un pubblicitario – e che ci rimanda a certa letteratura pulp. Le fece poi un segno con gli occhi, un segno di compassione per come si erano messe le cose. Ma il cappello era forse troppo calato e il nero della pistola troppo nero.
