Io sono quello in alto a destra. Il ragazzino coi pantaloni corti che fa la verticale vicino al parapetto. Più lontano, dal lato delle antenne, c’è Lucia, la ragazza che sta a servizio dai Castelli – noi all’epoca le chiamavamo le serve, oggi non si usa più. Lucia sta stendendo la biancheria, e si vede solo la schiena, che si piega in avanti verso il catino che sta per terra.
In primo piano, Antonio, il portinaio, con gli occhiali e il berretto – tutti i portinai portavano il berretto, qualcuno pure la divisa, nei palazzi dei ricchi. Questo non è un palazzo di ricchi, certo, ma neanche di poveri. Sotto la superficie del terrazzo – si vede nella foto l’ammattonato, con le piastrelle di cotto, un piccolo lusso – si estendono verso il basso cinque piani, ognuno con tre appartamenti. E in questo momento, nel momento in cui è stata scattata la foto, quasi in ogni casa c’è qualcuno. A cucinare, a lavorare, a letto con la febbre. A vivere. Le rare televisioni, posate su autorevoli catafalchi, si accenderanno solo la sera, le trasmissioni cominciano alle cinque.
Fosse una giornata come le altre, dovrei essere a scuola, ma la mia classe oggi è andata in gita d’istruzione a Pompei, e io, che sono allergico alla polvere e alle cose vecchie in genere, sono stato esentato.
La fotografia l’ha scattata Martino, il figlio grande di De Curtis, il ragioniere. Ha una bella macchina moderna per fare le istantanee, una Leica che gli ha regalato il cugino che sta in Germania, e oggi aveva voglia di usarla. Ci ha convocati tutti qui sul tetto, anzi sul terrazzo, che stamattina c’è una bella luce, e si vede pure un po’ di mare, in fondo. Quelli disponibili a salire su erano pochi, anzi quasi nessuno: solo Antonio e io, che gli stavo appresso in portineria, a far domande sui postini e i francobolli, sul telefonino e l’ascensore, ad aiutarlo a infilare le buste nelle buche allineate all’ingresso del palazzo.
Lucia era già lì, e quando le abbiamo chiesto se voleva farsi fotografare ha risposto che no, che si vergognava, e che poi doveva stendere i panni, non poteva perdere tempo, aveva un sacco di cose da spicciare. Di tempo ne aveva poco. Pure io, anche se non lo sapevo ancora.
Martino ci ha messi in posa, o quasi. Ci ha inquadrato. Eccoci qui. Fermi. Ha scattato.
Io sono fermo, faccio la verticale. Sono fermo a fare la verticale da quarantotto anni. Lucia da allora è curva sui panni da stendere, e Antonio sorride instancabilmente, col cappello in testa. Da tutto questo tempo noi tre condividiamo una strana condizione, che non avremmo mai potuto immaginare, quando non eravamo ancora morti, come adesso. Morti e immobili: Lucia, Antonio ed io.
Antonio ebbe un brutto male, e se ne andò dopo quattro anni. Lucia, che smise presto di lavorare, per l’artrite, e non riuscì a prendere marito, è morta l’anno scorso, in un ospizio. Io però fui il primo. Un mese dopo aver fatto quella verticale, finii per distrazione sotto le ruote di un autocarro mentre attraversavo la strada. Ero quasi arrivato a scuola.
Da quel momento vivo – se questa è la parola giusta, ma forse non lo è – dentro questa foto. Posso vedere il mondo che ne è contenuto, anche in quei piccoli dettagli che nella pellicola sono invisibili, e posso guardare pure il vostro, di mondo, quella che dovrebbe essere la realtà, attraverso la cornice quadrata che ho di fronte. Che ha fatto scomparire Martino, la sua giacca larga, la macchina nera davanti al viso. E che sembra un piccolo palcoscenico, una finestra strana, alle volte perfino uno specchio.
Certo, quel che vedo, lo vedo capovolto. Non è comodissimo, ma mi ci sono abituato. E ho imparato ad avere uno sguardo non ortodosso, ad osservare, letteralmente, le cose da una diversa angolazione. Sempre. Quando qualcuno si avvicina a guardare ne vedo il volto attento, gli occhi in basso con le due sopracciglia simili a baffoni, la bocca in alto. E capisco lo stupore di ciascuno senza bisogno di raddrizzare la prospettiva.
Prima che ci incorniciassero – questa foto è esposta da nove mesi in un museo, in una collezione permanente – capitava anche che qualcuno capovolgesse la foto per poter vedere meglio la mia faccia concentrata nello sforzo. Erano piccoli momenti di vacanza, di ritorno al consueto, che ora non ho più. Ma non mi mancano troppo.
Sono, siamo stati fortunati. Potevamo restare chiusi per l’eternità o quasi nelle oscurità polverose di una scatola o di un album, e avremmo avuto di fronte a noi (Lucia di spalle) soltanto un rettangolo nero e immobile. Saremmo stati costretti a passare il tempo sbirciando qua e là solo nel nostro scenario congelato, dove i colori sono assenti, tranne forse il giallo, che minimamente, poco alla volta, sta prendendo possesso del cielo, della terrazza, delle mattonelle, delle nostre facce e di tutto il resto.
Ci è andata bene. Guardiamo immobili, senza farci notare, verso quel che c’è oltre il riquadro dal bordino bianco. Anche Lucia ci riesce: un frammento di vetro del finestrone del locale delle cisterne, che è caduto a terra, riflette quel che appare alle sue spalle. Lucia, anche se ha ossa deboli, ha sempre avuto una buona vista, e va bene così. Vi vede piccoli, distanti e un po’ sbiaditi. Ma per noi non è poi così diverso. Io lo so. So tutto questo.
Lo so perché con Antonio e Lucia posso parlare. Quando nessuno ci guarda, e le luci della sala dove siamo appesi sono spente.
Mi sono chiesto spesso – mi chiedo, ci chiediamo molte cose in tutto il tempo che abbiamo, dobbiamo occupare l’eternità in qualche modo – perché noi tre ci ritroviamo proprio qui, in questa particolare fotografia e non nelle altre che pure ci hanno fatto, in questo istante del tempo che abbiamo vissuto, tra i miliardi di secondi che abbiamo attraversato senza farci caso. Il motivo, chissà, è vicino a quello per il quale siamo stati sottratti al limbo del cassetto, incorniciati e messi in esposizione. Un dettaglio, magari. Che non abbiamo notato, presi com’eravamo dalla nostra posa, o dalla nostra occupazione. Quale?
Non il dirigibile con la réclame dei pneumatici, che pure dà un tocco particolare allo scenario, quell’ellisse grigia nel cielo chiaro. Non la sottile curva nera sul bordo del sole, minima e quasi impercettibile eclissi, durata pochi secondi, e che noi ignoravamo. Non quel puntino rilucente al limite estremo del riquadro, riflesso della navicella sovietica che sta ritornando sulla terra dopo averci girato intorno, col suo carico di cani eroici e affamati. Neppure il fumo in lontananza, sopra il mare, prodotto dall’esplosione di una nave all’ancora nel porto. No.
L’insieme di questi impossibili particolari, la sua invenzione. L’arbitrio di averli messi insieme.
Nulla di tutto questo c’era davvero nel cielo, quella mattina. Neanche quel pelo sottilissimo finito sulla lente dell’ingranditore, e che sembra un punto interrogativo quasi invisibile, sopra di me. Quei dettagli sono stati presi altrove, da alte foto, in altri momenti. Ce li ha messi Martino.
Martino che dicono sia diventato un artista, per essere stato il nostro demiurgo, l’artefice del nostro piccolo presepe fasullo in bianco e nero. Martino che non abbiamo mai più visto, da allora. Di cui ignoriamo la vita e conosciamo solo un’opera. Martino che non sappiamo dire se sia una uomo o una divinità, che cammina sulle mani come me, ed ha testa di cinghiale nero.
Martino che odiamo con tutte le nostre forze, fino a bestemmiarlo. Martino che si è dimenticato di noi. Di toglierci da dove siamo. Di raddrizzare la schiena dolente di Lucia, di togliere il cappello dalla testa accaldata di Antonio e di farlo smettere di sorridere beota, di farmi tornare a star diritto sulle gambe, a me, che sono quello che sta in alto a destra, quello che fa la verticale.
