Gli speroni agli stivali producevano un suono quasi natalizio. I quattro vecchi al tavolo interruppero la partita a carte per voltarsi e guardarlo: di certo quell’uomo non era di lì. Un passo alla volta si avvicinò al bancone e vi appoggiò il cappello. Aveva la gola secca come quella di un dannatissimo canyon.
«Whiskey», disse.
Bevve il bicchiere d’un fiato, poi si ficcò un sigaro in un lato della bocca con una specie di smorfia di disgusto. Prese un fiammifero dal taschino della camicia. Lo sfregò sul bancone. Si accese il sigaro.
«Mi scusi signore», disse il barista indicando un cartello appeso al muro, «non è consentito fumare nei locali pubblici. Dal gennaio del 2005.»
«Sto cercando Clemente Bianchini», disse lentamente Giovanni La Guaina, ignorando le parole del barista.
«Temo che il povero Clemente sia morto proprio ieri, signore, mi dispiace», gli rispose il barista. «E, per favore, vada a fumare fuori.»
Giovanni La Guaina socchiuse gli occhi in un’espressione controsole e li rivolse a un orizzonte immaginario. Poi, riportando lo sguardo al barista, si tolse il sigaro di bocca, lo gettò per terra e lo disintegrò con ripetuti passaggi in senso orario e antiorario della punta dello stivale. Uscì, montò su un cavallo dal destino di bistecca dura e stoppacciosa, e trottò maldestramente verso la direzione che scelse l’animale.
Arrivò alla città vicina un paio d’ore più tardi. Quando il cavallo decise di fermarsi, Giovanni La Guaina ormai credeva di non avere più il culo.
Una volta sulle sue gambe, cominciò a perlustrare i muri della città in cerca di affissioni che gli indicassero i fuorilegge da restituire alla giustizia. Benché il bingo nel vecchio west non esistesse ancora, quando trovò il suo ricercato disse proprio «Bingo!» e, come d’abitudine, decise per prima cosa di informarsi al saloon, anche perché aveva la gola secca come quella di un dannatissimo canyon. Appena entrato, fu preso in giro per il suo abbigliamento da certi ragazzi che tirarono in ballo il ristorante indiano a fianco. Giovanni La Guaina si limitò ad avvicinare la mano al cinturone e ordinare un whiskey che bevve come fosse acqua, malgrado una forte gastrite.
«Sto cercando Carmelo Della Vedova», disse rivolto al barista.
«È mio nonno», disse uno dei ragazzi, di colpo serio. «Anzi, lo era. È morto ieri.» Giovanni La Guaina, aprendo appena la bocca e stringendo fra i denti un nuovo sigaro, farfugliò qualcosa che suonava come «maledizione.»
Cominciava ad essere un po’ ubriaco. Non era facile abituarsi a tutti quei whiskey di prima mattina.
Uscì dal locale barcollante, imprecando a bassa voce contro quel suo misterioso rivale che da giorni lo precedeva sistematicamente e senza sbagliare un colpo. Poi si guardò intorno non sapendo bene cosa fare .
In fondo alla strada, proprio in mezzo alla strada, vide un uomo che lo fissava con insistenza. «È lui. Non può che essere lui», pensò, benché si trattasse della statua di Cavour. «È lui, e a quanto sembra vuole togliermi di mezzo.»
Con lentezza risoluta si piazzò a sua volta in mezzo alla strada, proprio sulle linee di sorpasso, e lì aspettò, pronto ad afferrare la pistola al primo percettibile movimento di Cavour e infilargli una pallottola in mezzo agli occhi. Mentre le macchine gli passavano vicino strombazzando e mandandolo al diavolo, i passanti cominciarono a raggrupparsi incuriositi sui marciapiedi, facendosi domande, riprendendo la scena col telefonino, o semplicemente chiamando i vigili urbani. Qualcuno l’aveva riconosciuto, l’aveva già visto da qualche parte su YouTube. C’era chi diceva fosse una trovata pubblicitaria, chi una candid camera. I cinefili l’avevano preso a simbolo citazionista, i neosituazionisti a simbolo neosituazionista, i gay a icona gay e via dicendo.
Poi arrivarono i giornalisti e anche i vigili urbani, che nel dubbio che quella fosse una vera Colt non sapevano bene come comportarsi. In tutto questo Giovanni La Guaina aspettava teso e concentrato, le braccia sospese lungo i fianchi e la faccia in primissimo piano, trasformando i clacson in scacciapensieri e gli insulti in cori epici.
I minuti passavano. Pian piano, Giovanni cominciò a ricordare.
Ritornò con la mente a quando aveva deciso di rivedere Per un pugno di dollari in lingua originale sotto una dose sconveniente di un allucinogeno fatto in casa. Si rivide mentre indossava un vecchio costume da cowboy e comprava un cavallo al macello, mentre si spostava di paese in paese e di città in città scambiando gli annunci mortuari per wanted poster, ossessionato da un immaginario rivale che altri non era se non la morte stessa. Ora era in mezzo alla strada, e quello laggiù era Cavour. Mentre arrivava a questa conclusione, lo specchietto laterale del 27 barrato lo colpì in piena nuca.
Quando riprese conoscenza, Giovanni La Guaina era di nuovo convinto d’essere un bounty killer sistematicamente preceduto da un infallibile rivale che noi sappiamo essere la morte. Riaperti gli occhi, si vide circondato da infermieri, qualche giornalista regionale e un paio di cinefili che trovavano la scena irresistibilmente postmoderna e lo riprendevano col telefonino.
Una giornalista poco distante spiegava al microfono e alla telecamera, quindi ai telespettatori, che Giovanni La Guaina, da poco soprannominato “John”, lavorava in un negozio di abbigliamento femminile. Uno psicologo trovato lì per lì sosteneva di essersi da sempre battuto contro i rischi del cinema western; un altro psicologo, nemico dell’altro, riteneva invece che il caso fosse da interpretare come una naturale reazione alle voci sulla sua omosessualità.
Giovanni La Guaina detto “John” si alzò, si spolverò la camicia e si ricordò immediatamente del rivale con cui stava duellando poco prima e che noi sappiamo essere la statua di Cavour. In quell’istante, un uomo vestito di nero che stava perdendo l’autobus e che poteva effettivamente ricordare un po’ Cavour gli sfrecciò accanto reggendosi il cappello. Giovanni La Guaina detto “John” non ci pensò su: afferrò la pistola, si piegò sulle ginocchia in una posizione da surfista e fece fuoco. Dopo un primo spavento generale tutti capirono che la sua era una pistola giocattolo, di quelle che fanno solo rumore di petardo. Ma quel breve momento di panico fu fatale a un anziano curioso che si accasciò a terra, colpito presumibilmente da infarto. Allora il gruppo di persone che attorniava Giovanni La Guaina detto “John”, composto da curiosi, infermieri, giornalisti e cinefili che trovarono la scena molto realistica, si spostò uniformemente di qualche passo ad attorniare il povero anziano. Giovanni La Guaina detto “John” si fece largo tra le persone che aumentavano sempre di più. Riuscì ad avvicinarsi al povero anziano proprio mentre gli infermieri ne annunciavano la morte. Ci fu un lungo silenzio. Uno dopo l’altro tutti si voltarono a guardare Giovanni “John” La Guaina, che in fondo era il responsabile di quella tragedia. Giovanni se ne accorse, mentre gli occhi gli si inumidivano; si portò il cappello al petto e cominciò a parlare.
«Giudicatemi» disse «giudicatemi pure, perché oggi ho capito una cosa. Non bisogna voler essere a tutti i costi ciò che non si è. Un cowboy vive a stretto contatto con la morte, la cerca, a volte la procura, e non importa se a fin di bene. E una società senza regole o basata sulla legge del più forte è una società della morte. La morte invece mi spaventa e mi fa soffrire. La dipartita, il trapasso, il decesso, la scomparsa, comunque la si chiami, è una cosa brutta. Tutti dobbiamo morire, sì, anche tu, ragazzino, e nessuno può vincere la propria personale battaglia con la morte. Ma possiamo vincerla tutti insieme, generando più amore e gioia di quanto dolore e odio lei riesca a procurare a noi. Ora diamoci la mano e stringiamoci in cerchio attorno a questo cadavere di anziano curioso, e diciamo tutti insieme no alla morte!»
«No!» urlò in un boato la folla che ormai riempiva tutta piazza Cavour.

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