"La più perduta delle giornate è quella in cui non si è riso."
Nicolas de Chamfort
Non c’è niente da fare. È come una legge fisica. Riesco a dormire in maniera decente soltanto nel mio letto. Negli altri non sto mai fermo. Mi giro e mi rigiro. Sembro un elettrone. O un’anima smar-rita. E se mi addormento, mi sveglio ogni ora. Non ne salto una. Potrei quasi fare a meno dell’orologio. Tanto più che mi va avanti di cinque minuti ogni tre giorni.
Uffa. Sono stanco di fissare il soffitto. Ha un colore orribile. Mi fa venire acidità di stomaco…
Lo immagino bianco. Cerco un punto imprecisato. Lassù, da qualche parte. Come dice il Capitano Kirk dell’astronave Enterprise. O era un’altra frase? Be’, il concetto è sempre lo stesso. Credo.
Alzo il braccio destro. Sollevo l’indice. Disegno. Una donna. A mezz’aria. Nuda, che così faccio prima. I vestiti non sono capace di farli. Non sono capace di fare nemmeno lei, ma fingo. Mi viene male. Dimentico sempre qualcosa. Agito la mano per cancellarla. Senza fretta. In fondo, non ho fat-to niente di male E poi non lo saprà mai.
Basta, che il sesso virtuale dopo un po’ mi annoia. Esco. A prendere un po’ d’aria. Anche se è calda. Anzi, umidiccia. Almeno avesse il coraggio d’essere afosa. Invece no. Esita. Non ha le idee chiare. Non ha decisione. Non ha nerbo. Non ha un sacco di cose. Talmente tante che mi secca elencarle tutte.
Esco dalla pensione. È ancora buio. Vado in spiaggia. Voglio vedere com’è quando non c’è nessuno. Non male. Mi aspettavo di meglio, ma io sono un uomo esigente. Per cui non chiederò di più. So accontentarmi. Dicono che chi si contenta goda. Forse godo troppo.
Mi è venuta un’idea. Folle, forse. Azzardata. Priva di senso. Ma devo assecondarla. Qui e ora. Ho tutto il tempo per farlo. Prima che questa distesa di sabbia si converta nel solito, assiepato carnaio.
Apro gli ombrelloni. Tutti. E le sdraio. Tutte. Poi dispongo ogni cosa come se anziché al mare mi trovassi in Piazza San Pietro. Pensavo avrei faticato di più. Invece no. Ogni cosa appare facile. Quasi non mi dà soddisfazione. Impiego un paio d’ore, alla fine delle quali mi sento esausto.
Mi fermo a contemplare – non senza una punta di eccessivo compiacimento – la mia opera. Ma sì, dai. Resto qui. Ad aspettare l’alba. O quel torpore che sembra non voler arrivare mai.
E ai primi che arriveranno qui dirò che sono stato io. Sì, proprio io. Attenderò gli inevitabili consensi. Oppure il disappunto di chi, sicuramente, non mancherà di esprimere il proprio biasimo. Oppure, ancora, la Neuro.
Magari mi faccio un po’ di vacanza alternativa.
