

Io di spaccamaroni ne ho conosciuti in vita mia.
Mi ricordo il prof. Zampera Burlato al liceo, che tutte le volte che mi interrogava andava avanti con le domande finché non sbagliavo la minima, trascurabile, infinitesima argomentazione e allora mi faceva la paternale, «se non hai capito questo, significa che il resto l’hai imparato a memoria» e mi schiaffava un sei meno meno anche se sapevo tutto. O zia Concepita, che ci veniva a trovare tutte le domeniche alle sette di mattina e ci chiedeva se magari stavamo ancora dormendo, e ce lo chiedeva urlando nel citofono talmente forte che avrebbe potuto anche non usarlo, il citofono. Oppure mio cognato, assicuratore, che a ogni ritrovo familiare prima mi gira intorno un po’, mantenendosi alla distanza, poi piano piano si avvicina, con l’occhio garbato di un’aquila, mi serve due domande di circostanza sulla salute e sul tempo, chiude il preliminare con una battuta idiota sulle donne, poi come un rapace vola in picchiata sul suo vero obiettivo: martellarmi fino alla sfinimento con grafici, percentuali e rendimenti oltremodo improbabili per farmi sottoscrivere l’ennesima polizza assicurativa assolutamente inutile (una volta voleva appiopparmene una anche per la moto, e io la moto non ce l’ho).
Di spaccamaroni, dicevo, ne ho conosciuti parecchi.
Ma uno come Lanzanacci non mi era mai capitato.
Lanzanacci apparve dal nulla nel primo mattino del quattro agosto di due anni fa all’ombrellone H8 del Bagno Sirene di Milano Marittima. Io ero sdraiato sul mio lettino dell’ombrellone H7, immerso nel sano piacere della lettura mattutina e della quiete silenziosa della spiaggia semideserta.
Per comprendere appieno quanto fosse molesto Lanzanacci, è opportuno contestualizzare adeguatamente la sua apparizione: da quando sono diventato padre di due gemelline, cinque anni fa, ho scoperto il fascino della spiaggia nelle prime ore della giornata. Uscire quatto quatto di casa alle sette meno un quarto, concedersi un bombolone e un cappuccino, godersi due orette di giornali, libri e corroborante ozio per poi tornare a casa alle nove, svegliare moglie e bimbe e collaborare fattivamente alla giornata familiare. È inutile sottolineare che quelle due ore di solitudine sono un tesoro prezioso per la mia vacanza. Di solitudine, appunto.
Quella mattina, però, la lettura fu bruscamente interrotta da una voce talmente gracchiante che di primo acchito cercai di individuare una radio mal sintonizzata.
«Io mi chiamo Lanzanacci, te come ti chiami?»
Era lui, Lanzanacci, una massa arrossata dal sole, un po’ informe e molto pelosa, con in testa il cappellino rosso e blu di una ditta di autotrasporti. Indossava una canottiera bianca e un costume di due misure troppo stretto.
«Mi chiamo Ferretti», risposi raccattando qualche cencio di buone maniere.
Mi guardò per qualche istante senza parlare, e io riportai lo sguardo sul libro, confidando che il disturbo non avesse un seguito.
Mi sbagliavo.
«Feretti, lo sai che io nel mojito ci verso anche un bicchiere di lambrusco e una volta per una scommessa ne ho bevuti diciannove uno dietro l’altro?»
Stavo ancora elaborando una risposta eloquente riguardo il mio completo disinteresse per la vicenda, ma non riuscii neppure a concludere l’iniziale «A parte che mi chiamo Ferretti con due erre…» che Lanzanacci aveva già iniziato il racconto del delirante aneddoto.
«Era una sera che vado al bar e incontro Gimoni e Putridati che mi dicono: “Veh, Lanzanacci, te che bevi i mojiti col lambrusco dentro, scommettiamo che noi ne beviamo più di te?” e allora io gli ho detto: “Che ti venisse niente, vedrai che vi fermate prima voi di me, merde che non siete altro” e allora lui mi ha detto…»
La narrazione, inframezzata da risatacce, urla e imprecazioni non sempre timorate, continuò per tre eterni quarti d’ora, con un sonoro rutto a mo’ di chiusa. Con la stessa sensazione che immagino provi chi è stato travolto da una valanga, raccolsi attonito libri e giornali, feci per avviarmi verso casa, approfittando del momentaneo silenzio.
«Grazie delle chiacchiere, ma devo proprio andare», biascicai senza guardarlo.
«Ciao Feretti.»
Quando tornai, dopo le dieci, con le bimbe e mia moglie, constatai con grande sollievo che l’ombrellone di Lanzanacci era vuoto. E così rimase tutto il giorno.
Pensai che Lanzanacci fosse uno di quei personaggi che si fanno un giretto in spiaggia la mattina presto, si fermano in un ombrellone a caso lungo la spiaggia, importunano il malcapitato, poi spariscono, alla ricerca di nuovi ombrelloni e nuovi malcapitati. In effetti in occasione della sua raccapricciante apparizione avevo notato che non aveva nulla con sé, borse o teli da spiaggia, che potesse far pensare a una permanenza più prolungata all’H8 del Bagno Sirene di Milano Marittima.
Rinfrancato nello spirito, il mattino dopo arrivai in spiaggia prima delle sette. L’aria fresca era piacevole, il mare placido.
In spiaggia non c’era nessuno.
Appoggiai lo zaino.
Estrassi il telo e lo posai sul lettino, eliminando accuratamente ogni pieguzza.
Scelsi il libro con cui iniziare il mio viaggio di due ore nell’infinito.
Mi sdraiai.
Emisi un sospiro ebbro di compiacimento per la bellezza della vita e iniziai a leggere.
Che bene!
«Feretti, lo sai che una volta su una strada di montagna con la mia Panda 45 ho fatto un garino di retromarcia contro uno con la Ferrari e ho vinto io?»
Mi voltai sconvolto e terrorizzato, mi stropicciai gli occhi, sperando che si trattasse di una bizzarra allucinazione, mi stropicciai anche le orecchie, per allontanare il suono di quella voce grifagna, ma era proprio lui, Lanzanacci.
«Era una sera che vado al bar e incontro questo fighetto con la Ferrari che mi guarda con la puzza sotto il naso e allora gli ho detto “Veh, faccia da tutti i giorni, cos’hai da guardare, che ti venisse un accidente a te e alla tua macchina” e allora lui…»
Arrivai esausto al triplice rutto finale, che giunse ben dopo le otto, e svicolai a casa.
Veniva in spiaggia solo a quell’ora del mattino, Lanzanacci; sembrava fosse inviato da qualche oscuro nemico a rovinarmi la vacanza. E ogni giorno ne aveva una fresca: «Feretti, lo sai che ho costruito da solo un garage abusivo tutto in una notte e al mattino ho detto che c’era sempre stato?», «Feretti, lo sai che una volta a Milano ho dato un frontino a Tyson e lui non ha detto niente?», «Feretti, lo sai che da bambino mangiavo gli zampironi e poi soffiavo sulle zanzare e morivano tutte?»
Non smettevo di andare in spiaggia alle sette solo perché speravo che, per qualche motivo, saltasse qualche mattina e mi lasciasse godere appieno il mio momento di quiete. I miei desideri vennero finalmente esauditi il quattordici agosto: ormai rassegnato a vedere interrotti i miei ozi da un momento all’altro e quindi sprofondato nella lettura per catturare ogni secondo disponibile, mi accorsi solo dopo un’oretta abbondante che Lanzanacci non c’era.
Lanzanacci NON c’era.
Non volevo illudermi troppo, perciò rimasi in diffidente attesa del suo arrivo. Ma alle nove cantai trionfalmente vittoria: Lanzanacci non si era presentato, magari era tornato a casa, magari aveva semplicemente finito le vacanze, magari gli si era incastrata la chiave della camera d’albergo nella serratura e vallo a trovare, te, un fabbro il quattordici di agosto. L’importante era che Lanzanacci non ci fosse, e pazienza se avevo comunque sprecato la mattinata ad aspettarlo: la sua assenza dischiudeva nuovi, affascinanti scenari per il prosieguo della vacanza.
Ubriaco di gioia rincasai zigzagando con la bici, facendo i caroselli col campanello e cantando a squarciagola Bella d’estate di Mango. Per festeggiare, acquistai doppia razione di bomboloni per moglie e bimbe e misi in fresco una bottiglia di spumante per la sera.
In realtà l’uscita di scena del re di tutti gli spaccamaroni aveva risvolti più avventurosi, come seppi nel pomeriggio dal bagnino: tornando in albergo il mattino prima, Lanzanacci era stato investito da un motorino e cadendo si era fatto male a una spalla, probabilmente una lussazione. Ne parlava con dispiacere, il bagnino, ma il suo umano sconforto non mi contagiò. Anzi, e lo dico con una certa riluttanza vista l’opinione alta che ho della mia moralità, ero proprio contento. Ben gli stava, non si importuna la brava gente che si riposa.
La mattina seguente, Ferragosto, arrivai in spiaggia ancora prima del solito per gustarmi il tradizionale concerto all’alba, in compagnia del consueto pubblico di assonnati mattinieri e stralunati tiratardi. Mi lasciai trasportare dalle note di Gershwin suonate da un’orchestra in livrea e piedi scalzi in riva all’Adriatico, e iniziai a volteggiare immerso in quell’atmosfera felliniana.
Poi andai al mio ombrellone con una leggerezza che neanche lasciavo le orme sulla sabbia, mi sdraiai sul lettino, guardai compiaciuto per sei minuti sei l’ombrellone vuoto di Lanzanacci e poi alzai gli occhi al cielo, interrogandomi sul fascino dell’universo, delle stelle lontane, degli innumerevoli mondi possibili, e sulla meschinità di fronte al creato della nostra piccola esperienza di umani, finché, come nel più terrificante degli incubi:
«Feretti, lo sai che con la spalla lussata ieri sera ho vinto una gara di braccio di ferro e ho anche dato un pugno in faccia a uno di Gambettola? Lui è arrivato e mi ha detto “Pezzo di cretino” e allora io…»
