

Lavorando alla cassa di un supermercato si imparano tante cose. La prima è che i clienti rubano, e anche quelli che non rubano vorrebbero rubare. Molti non lo fanno per pigrizia, altri per incapacità, ma io ho capito che la maggioranza non ruba per paura di fare una brutta figura. Se fossero sicuri di scamparla, si porterebbero via anche le scaffalature.
La seconda cosa che impari è che rubano anche i tuoi colleghi. I macellai fanno sparire le confezioni di carne; i fruttivendoli le buste di zafferano; il ricevitore modifica le bolle di consegna d’accordo con il fornitore; le cassiere sottraggono piccole somme o imbrogliano il cliente sul resto; gli scaffalisti rubano quello che possono. Il capocassiere spesso dimentica di controllare le cassiere che rubano, o di pagare la sua spesa. Il direttore ruba direttamente dalla cassaforte. L’ispettore smaterializza le forme di grana per farle riapparire da qualche altra parte.
Io sono un cassiere onesto e integerrimo. Non ho mai, e dico mai, preso un centesimo. Sul mio contratto c’è scritto Ausiliario alla vendita. Fin dal primo giorno di assunzione ho lavorato in cassa, sono cassiere da più di vent’anni. Amo il mio lavoro. Sono sempre puntuale, faccio tutti gli straordinari che mi chiedono e sono disponibile a sostituire le mie colleghe in situazioni di emergenza. Mi presto gentilmente a cambiare il turno e non nego qualche favore a nessuno. I clienti prediligono la mia cassa, sanno che sono veloce e preciso. Apprezzano la mia cortesia e il mio sorriso. E io contraccambio. Sorrido e batto i tasti. Sorrido e batto i tasti. Sorrido e batto i tasti.
Non mi limito ad essere scrupoloso sul posto di lavoro, faccio di più. Ho portato a casa una cassa difettosa, l’ho aggiustata e nelle ore libere mi alleno. In sala ho riprodotto una piccola barriera cassa; indosso la divisa, sorrido e batto i tasti. Al supermercato la mia cassa è sempre la più pulita e luccicante. Durante una visita di controllo, l’ispettore la vide e disse: «Bravo Mereghetti! L’efficienza di un mercato si vede dai dettagli.»
È scomparsa la DC, è crollato il muro di Berlino e io rimango sempre in cassa. Quando un direttore passa le consegne al suo successore, la prima informazione riguarda me: «Non spostare il Mereghetti dalla cassa.»
Sono il miglior cassiere di Milano.
Lavoro sei giorni su sette. La domenica mi esercito a casa. Quando arrivo al mercato sono sempre fresco e concentrato. Per riposarmi trascorro le ferie in piccoli borghi, mi piacciono le valli bergamasche. Vado in graziosi paesi dove trovo mini-market con vecchi registratori di cassa, con i tasti color avorio e numeri grandi, nerissimi. Alcuni conservano ancora la cromatura grigia, fanno pensare alle casse di un emporio del vecchio west. Aspetto con trepidazione la chiusura del conto per ascoltare quel suono meraviglioso del tiretto che si apre: stac.
I miei colleghi mi vogliono bene, anche se l’espressione del mio viso li disorienta. Forse mi considerano un pazzo buono. Con loro condivido volentieri la pausa caffè, mi siedo e ascolto i loro discorsi. Talvolta mi coinvolgono facendomi qualche domanda banale, io sorrido cortesemente e rimango in silenzio. C’è sempre qualcuno che risolve l’imbarazzo dicendo: «Lascia stare il Claudio, lui vive nel suo mondo.»
Certo che vivo nel mio mondo, molto meglio del loro. Un mondo sereno, pieno di soddisfazione. Li capisco, non sono poi così stralunato come credono. So che devono fare i conti con le bollette sempre più salate, con le rate della macchina, con i libri di testo per i figli. So che devono lavorare. So che non sono stati fortunati come me.
Ho sempre conosciuto il mio amore per la cassa e provo piacere a farmi chiamare cassiere. C’era in me, fin dalla nascita, quella fiammella che si accende quando qualcuno dice: «Che bravo cassiere», oppure «andiamo alla cassa del Claudio.»
Già da bambino, sul seggiolone, muovevo alternativamente le dita delle manine.
Battevo i tasti su qualsiasi giocattolo mi regalassero. Un trenino, i soldatini, niente da fare li usavo come tastiere. Mia mamma non si accorgeva, era troppo distratta da qualunque uomo le gravitasse nel raggio di cinque metri. Forse la mia gentilezza l’ho ereditata da lei, sempre così accomodante con quegli uomini che la stimavano e tornavano spesso a trovarla. Quando si accorse della predisposizione che il Signore mi aveva voluto donare, avevo undici anni. In un colloquio scolastico il professore di storia le disse che il mio rendimento complessivo era ottimo, bisognava solo analizzare i motivi della bizzarra fissazione relativa a casse e tasti.
«Cara signora, il Claudio, a una domanda sul sistema commerciale degli antichi Romani sa cosa mi ha risposto? Gli antichi Romani non conoscevano lo zero perché non avevano i registratori di cassa. Be’, io approfondirei.»
La mia mamma, che mi voleva tanto bene, iniziò ad accompagnarmi in posti con la croce rossa, piena di uomini con il camice bianco che mi facevano un sacco di domande, e alla fine tutti dicevano la stessa cosa: «Signora, a suo figlio piace battere i tasti.»
Allora lei, da pragmatica meneghina qual era, comprò un piccolo pianoforte giocattolo. Mi misi a piangere. Tra i singhiozzi gli dissi: «Voglio una cassa con il cassetto che si apre, come quella dei negozi.»
Vidi piangere anche lei.
«Oh! Amore piccolo. A Milano non si trova quel tipo di giocattolo. Ora la tua mamma chiede dove trovarla e te la compra.»
Uno dei suoi amici gliene trovò una in un negozio di Lugano, e me la regalò a Natale.
Per la prima volta fui felice.
Mi diplomai con sessanta sessantesimi e mia madre disse:
«Ora posso morire serena.»
Qualche giorno dopo morì.
Presentai domanda di assunzione in vari supermercati. Mi assunsero subito. Il primo giorno di lavoro quando il direttore mi provò in cassa strabuzzò gli occhi e mi disse: «Mereghetti, finisci il conto del signore, arrivo subito.»
Sono vent’anni che lo aspetto.
Ora sono un uomo, alto e robusto. Qualche signora viene alla mia cassa anche se la coda è più lunga, mi chiede di aiutarla a portare la spesa a casa, ma io sono un cassiere corretto e non posso lasciare il mio posto durante l’orario di lavoro. Un giorno una di queste signore mi rispose che un mio collega l’aveva aiutata ugualmente.
«Mi dispiace signora. Sono fatto così.»
I miei compagni di lavoro ultimamente li vedo preoccupati, discutono spesso di nuove tecnologie. Ora in pausa caffè parlano con voce alterata e ho notato che le mie colleghe cassiere sono le più nervose. Un giorno una mi dice: «Uè Claudio, lo sai che la direzione vuole sostituire le casse con i lettori ottici e con gli scanner! Servirà meno gente, rischiamo che ci licenziano.»
Lettori ottici e scanner mi facevano tornare in mente i titoli dei film di fantascienza anni Sessanta. Annuii e continuai a zuccherare il mio caffè.
«Il Claudio fa finta di niente» intervenne cattiva un’altra cassiera, «proprio lui che vive per la cassa.»
Come al solito non riescono a vedere al di là del loro naso, sono troppo occupati a sopravvivere per distinguere altro, mediocremente concentrati su se stessi, sulle loro famiglie o sulla nuova lavastoviglie. Li sorprenderei se gli ricordassi che a me non interesserebbe molto se mi dovessero spostare, o peggio ancora licenziare.
La vita, come dicevano gli antichi Greci, è come una partita a dadi. Io gioco e ho anche un piccolo segreto.
Ero in vacanza nel solito paesino di montagna. I negozietti chiudevano causa apertura di un enorme centro commerciale. Chiesi a una stanca bottegaia se mi rivendeva la cassa e la signora mi disse: «Se vuole ne ho anche un’altra in magazzino, però è rotta.»
Gliele comprai tutte e due. Ora le ho sistemate e funzionano come l’orologio della NASA. Incantevoli come due scrigni; oliate e scattanti.
Quando Milano regala certe serate limpide e si vedono le stelle (sì, anche Milano ha serate simili, sono i milanesi che non alzano il collo per vederle) carico i miei tre registratori di cassa in macchina ed esco. Ho scoperto una radura tra gli alberi dell’Idroscalo, parcheggio e apro le due portiere. Creo una minuscola barriera casse all’aperto, sapeste che gioia sentire il ticchettio delle battute e lo stac del cassetto, nel silenzio della sera.
E non sono solo.
Da qualche tempo arriva anche un’anziana cassiera, l’Angiolina, che parcheggia vicino alla mia auto, attiva la sua cassa e inizia a picchiettare sui tasti. Abbiamo fatto immediatamente amicizia.
Non passiamo tutta la notte a battere in cassa. Ci prendiamo i nostri tempi, come dicono le frenetiche signore milanesi andando a fare fitness. Quando siamo affaticati, chiudiamo e andiamo al baretto dell’Idroscalo. L’Angiolina ordina un vermouth o una chinamartini, io una caipiriña, a volte due. Poi torniamo in cassa. Sorridiamo e battiamo i tasti. Sorridiamo e battiamo i tasti. Sorridiamo e battiamo i tasti.
Sono un uomo felice.
