Ciao, ci vediamo stasera.
Ecco, io sono tornato e mia moglie è uscita. Mai una volta che gli orari combacino. Quando comincio a lavorare lei smette. I nostri amplessi li consumiamo sulla soglia, se nascerà sarà un battiscopa.
Che mondo. Le margherite fioriscono d’inverno, per via dell’effetto serra, e i picnic si fanno presso l’inceneritore. I medici dicono che l’aria dell’inceneritore fa bene rispetto a quella di montagna, che è rimasta senza filtri e quindi se uno va in quota, sopra i cinquecento metri si polverizza all’istante.
Che mondo. Devo andare nell’orto con l’ombrello di amianto, per via delle piogge radioattive, in compenso vengono su certe carote che te le scordi, caro mio. Con una carota si mangia tre mesi, solo che è di un colore blu metallizzato, il blu rilassa ma non fa venire tanto appetito, e devi pagare una gru per estrarla dal terreno, e il ciuffo della carota sembra un baobab e fa ombra all’orto del vicino. Mia moglie vuole mettere giù le zucche e sono un po’ preoccupato. Non sono grosse, tutt’altro. Ce ne vogliono milioni per una minestra e sono invisibili a occhio nudo.
E’ inutile ripeterlo, dài, il mondo è cambiato, oh se è cambiato.
Però l’orto rimane la mia unica consolazione, è un toccasana allo stress del lavoro. Lavoro in una fabbrica di pentole, è un lavoro a catena e ci sono tante linee, quella per i pentolini, quella per i pentoloni, quella per le padelle. Io sono alla linea delle padelle, e devo raschiare le sbavature, però la padella va avanti e non si ferma mai e c’è un altro che la stacca e la butta nel doratore. Ogni volta che gli arriva la pentola suona un cicalino, perché lui è di schiena. Abbiamo proposto di togliere il cicalino e di far girare il mio collega verso la pentola, così vede che arriva e fa a meno dell’avviso sonoro, ma il direttore non vuole saperne. Il problema è che adesso il cicalino è rotto e quindi devo urlare ogni volta “He!” perché la maggior parte delle macchine fa rumori con la “A” con la “O” e se gridassi “Ah!” oppure “Oh!” il mio collega non sentirebbe.
Al posto mio c’era uno che aveva la sindrome di Gilles de la Tourette e urlava a caso e il mio collega si beccava le padelle in testa e una volta è volato nel doratore e ancora adesso quando entra il sole dai finestroni luccica tutto come un Oscar e noi si deve mettere gli occhiali da sole.
Quello con la sindrome è stato licenziato, non c’è più rispetto nemmeno per le categorie protette, anche se tutto sommato tutti siamo un po’ protetti, lì dentro. Uno fischietta un motivetto per ore e ore, ma non si accorge di fischiare, e se gli ordini di smettere chiede: “Chi, io?”. Un altro crede sempre di essere a venerdì, anche di lunedì, e ogni volta che incontra qualcuno dice: “Forza bello, ci aspetta un bel week end”. Bongo scuote la testa tutto il giorno. Lo chiamiamo Bongo perché una volta lavorava al Bingo, in città , poi il Bingo è fallito. Lui vede le padelle e dice: questa non va bene, non va bene. E magari è buona, è perfetta. Ma secondo lui nessuna padella è rotonda. Si vede che non è rotonda, dice. La solleva in aria, la guarda, la impacchetta ed è convinto che tutte le padelle torneranno indietro. Ma le nostre padelle sono le migliori, garantito.
Avevo dei progetti per me quando ero giovane, volevo diventare senatore a vita perché non c’è il problema del precariato, ma era troppo dura. Ragazzi, se era dura. C’era una fila di gente che aspettava fuori, tutti volevano far l’aspirante senatore. Cioè tu ti proponi al partito, poi il partito ti fa eleggere. I partiti non sembra, ma sono un po’ razzisti, perché ci tengono all’immagine, così scartano gli ispanici, i neri, quelli sotto un metro e sessantacinque, gli arricchiti, le donne e quelli che hanno cambiato sesso, chi porta il quarantacinque di piede, chi ha l’alito cattivo. Sono molto selettivi, razzisti e selettivi. Io non avevo nessuna di quelle cose che ho detto, di scarpe anzi talvolta riesco a portare il quarantadue, ma loro mi hanno rifiutato ugualmente. Dite, ho chiesto, dite cosa c’è che non va. Si sono guardati in faccia e poi uno che sembrava il capo mi ha chiesto il nome di mio padre.
“Benito”.
“Appunto, avanti un altro”. Ero fuori, irrimediabilmente. E che, non staremo mica a fare delle questioni sui nomi. Mia nonna si chiamava Karl e nessuno ha mai avuto da dire.
Ne ho provati tanti, di mestieri, al giorno d’oggi un mestiere è oro e fango, ti frana di mano, ti ritrovi in strada che nemmeno te ne accorgi. Ho fatto il becchino, il barista, il tranviere, l’agente assicurativo, l’orologio, persino. Al mio datore non bastava un Rolex, lui mi presentava ai suoi conoscenti amici uomini d’affari e diceva questo è il mio orologio, il più prezioso di tutti. Io mi inchinavo e dicevo: sono le dieci e sedici minuti. E non solo, a un certo punto mi disse fai così con le braccia, e facevo le lancette e qualche tempo dopo mi suggerì: fai anche din din quanto scocca l’ora, così muovevo le braccia e facevo din din. Poi un giorno mi portò da un suo amico orologiaio perché voleva mettermi un cinturino e allora dissi basta e scappai, perché un uomo molto in fondo ha la sua dignità.
Non so, è un mondo diverso, è un mondo triste, quando mi faccio l’uovo al tegamino vedo la padella e tutte le volte è già la decimillesima che vedo in un giorno, e non posso non pensare al lavoro, agli “He!” che urlo e che si affievoliscono di ora in ora, finché alla fine il mio collega Oscar si becca in testa un sacco di padelle e qualcuno si gira e ride perché sente il rumore del metallo sul cranio e Oscar che tira giù i santi. E una volta a casa per un po’ rispondo afono alla moglie che mi vede di sfuggita e quando mi verrebbe qualcosa da dirle, quando è sulla porta e si gira ad agitare la mano con la fretta nelle gambe, mi verrebbe da dire qualcosa che abbia un senso, del tipo “ti voglio bene”, o “quando ci fermiamo a parlare?”, e invece dalla cucina le urlo “He!” e sento i suoi passi allontanarsi giù per le scale e l’uovo frigge contento e io mi mordo le labbra e mi chiedo come mai mi sia uscito quell’urlo indegno. Ma quando vedo una padella non posso proprio farne a meno epperò mi convinco che una volta o l’altra qualcosa uscirà dalla bocca, con il suo soggetto e il suo verbo, e che le dirò qualcosa come si conviene fra esseri umani.

3 Commenti
UfJ Gennaio 11, 2007 - 16:03
anch’io facevo l’orologio di mestiere anni e anni fa lavoravo per conto di una chiesa in cima ad un campanile muovevo le braccia sbraitavo din don ma al prete non piaceva voleva uno suono di campana vero, lui io non gli bastavo così un bel giorno mi fece indossare una pesante campana di piombo ero nudo, lì sotto degli spifferi un freddo della madonna muovevo le braccia ma non dovevo più dire din don al suo posto agitavo le spalle muovevo la campana la percuotevo col mio grande e pesante battacchio… degl
Lady Bell Gennaio 12, 2007 - 14:21
anch’io urlo sempre ¨He¨..sarà che siamo omonimi..però sei bravo ciao
Dani Gennaio 14, 2007 - 15:57
Sarcastico ritratto di possibili situazioni contemporanee!Divertente e malinconico allo stesso tempo. Ci penserò bene, quando, in preda al panico da precariato, mi verrà in mente di inviare un CV ad una azienda che fa padelle…He!!!