«Voi ingegneri siete dei coglioni» disse Marco infilandosi in bocca l’ultimo pezzo di macedonia.
«Anche tu sei un ingegnere» rispose Angela, abbassando lo sguardo sul proprio caffè e sorridendo a mezza bocca.
«Tu sei di sicuro più ingegnere di me» ribatté Marco. «Sei di quelli che usano il teorema di Pitagora persino per scegliere una strada e non tagliano per la scorciatoia perché tanto la somma del quadrato sui cateti è uguale al quadrato sulla scorciatoia.»
Angela scoppiò a ridere e il caffè le andò di traverso.
Poggiò la tazzina sul tavolo della mensa e si protese in avanti per ascoltare.
«Siamo dei coglioni, è così…» proseguì Marco, allontanando da sé il vassoio. «Ci hanno fregato. Ci abbiamo messo un’eternità a laurearci e adesso siamo rinchiusi qui, dentro a un cubo di vetro nero per il resto della vita, assuefatti alle tossine delle stampanti, alla polvere della tastiera e all’odore dei processori surriscaldati, che The Cube in confronto sembra un villaggio Valtur!»
Fece un gesto vago verso l’edificio scuro che li sovrastava.
«Abbiamo le nostre stanze» continuò, agitando la bustina di zucchero prima di versarla nel caffè, «con il numero sulla porta e la finestra in fondo come le cabine di una nave. E stiamo lì, tutto il giorno a programmare perché la baracca vada avanti, perché se non fosse per noi del primo piano gli altri sei crollerebbero all’istante.»
Angela si appoggiò allo schienale della sedia e si guardò intorno. Il muro che dava verso l’esterno era una successione di finestre scure e opache. Attraverso lo strato millenario di polvere e gocce di pioggia incrostati sul vetro, il colore del cielo perdeva la sua lucentezza. Era grigio come lo schermo di un televisore rotto.
«Un’eternità? Io l’università l’ho finita in cinque anni» osservò.
«Ovvio» replicò Marco annuendo. «La donna ingegnere non è mica come l’uomo ingegnere. Ma certe cose tu non le puoi capire…» Sospirò. «Mi spiego. Una donna si mette e studia quanto le pare. Si mette sui libri. Ci sta un mese, due mesi. Poi va e passa l’esame. Un uomo si mette sui libri. Magari studia un mese di fila, ma poi deve scopare… E per scopare deve uscire. E anche per un bel po’ di tempo. Deve uscire una sera, due sere, tre sere. Perché non è che scendi sotto casa, vai al pub, trovi una donna e scopi. Una donna, invece, mettiamo anche il caso che le venga lo sghiribizzo di scopare, non le viene eh, ma supponiamo che le venga, s’infila una minigonna, scende al bar sotto casa e scopa. O, al limite, se non ha neanche voglia di uscire, telefona a un amico e gli fa ciao, oggi si scopa. E quello corre.»
Marco si accese una sigaretta e lanciò un’occhiata ad Angela.
Aspirò.
«Per farti capire ancora meglio qual è la condizione dell’uomo, ti faccio un esempio: l’altro giorno ho visto un gatto. E ho provato proprio un senso di solidarietà maschile. Si può provare solidarietà maschile anche tra razze diverse, lo sapevi? Insomma, c’era una gatta sul cornicione di un palazzo. Sdraiata all’ombra, bella comoda. Lei se ne stava lì, distesa proprio sul bordo del cornicione. E c’era il gatto che cercava di montarle sopra. Quello tentava di mettere il piede dall’altra parte ma non trovava l’appoggio, perché la gatta stava proprio in filo al cornicione. E quel disgraziato del gatto non si rassegnava: le montava sopra, non trovava l’appoggio e cercava di stare in equilibrio su tre zampe e… ops, adesso cado, dopo cado…»
Marco spense la sigaretta nel portacenere e appoggiò i gomiti sul tavolo.
«E quella stronza della gatta non si spostava neanche di un centimetro. Se ne stava tutta bella spaparanzata. Bastava che si muovesse un po’, neanche che si alzasse. Come a dire io non ti ho detto di no, però neanche di sì. Quindi sono cazzi tuoi! E ho pensato eh, povero disgraziato, come ti capisco. Siamo tutti nella tua stessa situazione.»
Ridendo, Angela si asciugò le lacrime con l’angolo del tovagliolo.
Attraverso le ciglia abbassate, scoccò un’occhiata a Marco.
Un’occhiata molto, molto felina.
«In definitiva» terminò Marco, fissando con insistenza la tovaglia, «ci devo stare ancora molto su tre zampe? Stasera esci con me, sì o no?»

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