Con le mani sui fianchi guardo lo spazio vuoto tra un vaso e l’altro. Deve essere stato il vento di cui hanno parlato i telegiornali a farlo cadere, la coda di una specie di ciclone con il centro a diversi chilometri da qui, con i suoi temporali periferici.
Deve essere stato quello.
Ma è impossibile, perché non ci sono cocci rotti per strada, in basso, oltre la balaustra. C’è una stufa. Incredibile cosa tenga la gente sul balcone.
Era la pianta preferita di Luca: una rosa Baccarà.
Mentre prendo la paletta e lo scopettone per pulire i resti di terriccio di forma circolare, penso che potrei buttare via le altre e farla finita, una volta per tutte.
Ma come spiegarlo a Elvira? Lei, la mia bambina, che è così contenta di vedere sbocciare le rose a primavera. E l’ibisco, i gerani, i ciclamini. Tutti i suoi dodici anni racchiusi in queste stupide piante che infestano la casa. E d’un tratto gliele strappo via? No, non potrei farlo. Non io.
Il rubinetto dov’è attaccata la pompa innaffiatrice gocciola anche quando la rotella è chiusa. Dovrei sostituire la guarnizione, se solo sapessi farlo.
Era Luca quello bravo con le riparazioni, non io. Io facevo il resto. Lui aggiustava le cose rotte, e faceva crescere le piante. Le loro foglie si arrampicavano sulle pareti del suo mondo. Ne delimitavano i confini.
Per questo lo amavo. Ne avevo bisogno: non di lui, ma di essere riparata, e di fiorire come una camelia.
Qualcosa deve essere andato storto. Fin dall’inizio, ora lo so; tuttavia ho atteso a lungo prima di accettare che non c’era mai stata terra sufficiente per le mie radici, in quei vasi.
Io odio le piante. Non le sopporto perché con me non durano, non ho il pollice verde. Tutto quel fiorire ogni volta mi sbatte in faccia i miei limiti.
Stanno morendo, una dopo l’altra.
Ci ho provato a prendermi cura di tutte queste foglie, del terriccio e dell’innaffiatura. Ci ho provato, davvero. Ma la verità è che mi tolgono l’aria, mi rubano lo spazio. Mi sento in competizione.

La scopa nello sgabuzzino ha il manico arrugginito e ogni tanto perde lo spazzolone. Si stacca. Dovrei smettere di cercare di ripararla e comprarmene una nuova.

«Dov’è la rosa?»
«Andata.»
Gli occhi di Elvira si riempiono di lacrime, di colpo.
«Cattiva!»
Cattiva, io? Io sono quella buona, quella che è rimasta. Quello cattivo è andato via.
Elvira piange a singhiozzi con il viso affondato nel cuscino del divano.
Proprio non mi riesce di riparare le cose.

Il ticchettio della pompa non mi faceva dormire. Ho escogitato un sistema per attutirlo: ci ho infilato sotto la begonia. Così magari si strozza da sola, goccia dopo goccia, liberandomi. Un buon inizio.

Non successe di notte, fuori non pioveva, niente tuoni e fulmini, nulla di catastrofico. Pomeriggio, sole, profumo di caffè. Guardavamo le foto del matrimonio, di Elvira, dei nonni.
«Me ne vado.»
Tutto qui. Stretta tra le mani, una foto della prima fioritura di quella maledetta Baccarà, con i suoi petali quasi neri.
Non afferrai immediatamente il senso di quelle parole.
«Me ne vado» ripeté.
«Ho capito» risposi sottovoce. Ma non avevo capito niente.

«Hai tolto tu la rosa di papà, vero?» ha continuato a chiedere Elvira. Oppure «È tornato a prendersela? Dimmelo.»

Di notte dormo sul divano così non devo battere contro lo spazio vuoto del letto matrimoniale. Mi addormento davanti alla tv, con le briciole di patatine sulla maglietta e sulle pantofole.
Una di queste notti ho capito cos’era andato storto, perché non mi aveva coltivata con altrettanta devozione, perché avevo aspettato invano. Sentivo il ticchettio della pompa e mi sono alzata a controllare. La begonia era stata rimessa al suo posto e l’acqua gocciolava sulle piastrelle.
Elvira.

Ho capito che è una questione di limiti. Nessuno può vedere il sole oltre il proprio orizzonte.

Il mattino dopo ho gettato via la scopa e ho telefonato a un idraulico per farmi riparare la pompa. Fuori, c’era un temporale.

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