Passano. I minuti passano. Fuggono dalla disperazione che alberga nel mio animo.
Il mio volto gronda copiosamente. Sulla fronte umettata si riflette la luce dell’abat-jour e della sua stupida lampadina arancione che non si rompe mai. Se cade, rimbalza. Quando scoppiano i tuoni, non si fulmina.
Protendo le mani sino a che incontrano l’interruttore. Provo a spegnere. Sarà il ventesimo tentativo. Accendi, spegni, accendi, spegni. Vado avanti da ore.
Coricato nei miei pensieri sudaticci attendo che giunga il momento. Chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori. Arriverà, e io non avrò nemmeno goduto di una notte serena. Una notte, invece, trascorsa a tessere idee inconsistenti, solitari filamenti di una trama da disfare, come nella tela di Penelope. Maledizione!
Domani, mi dico, forse sarà tutto finito. Domani potrò riposare…
Intanto passano, i minuti passano. Fuggono veloci.
Mi lambicco. Distillo speranze come gocce cinesi. Tic, tic, tic.
Doveva esserci una via d’uscita, da qualche parte. Ma io mi imbattevo solamente in porte chiuse a chiave a doppia mandata. Detergo la fronte con il dorso della mano. Sospiro.
Il tormento si pasce di questa attesa ingrassando come un bove.
Nelle tenebre della speranza repentini lampi di luce mi soccorrono. Basterebbe un contrattempo, m’inganno, un banale ritardo. Un ostacolo improvviso, una qualunque posticipazione mi permetterebbe di trovare la scappatoia che cerco. Avrei bisogno di più tempo. Di maggiore tranquillità. Ma non c’è persona che non tema il momento. Se davvero esiste, vi giuro, io non l’ho mai incontrata.
Scappano, i minuti scappano. Fuggono senza voltarsi indietro.
Mi volto io, con occhi nervosi guardo al mio passato. Non mi comportavo diversamente, allora. Ricordo i tempi della scuola. All’ora dell’interrogazione pregavo che capitasse un evento, fortuito o meno, che rimandasse la prova. Che altri venissero chiamati al mio posto, tipo Stefano Ferraguti, che era sempre preparato. Io pregavo, continuamente. Se mi fosse andata bene avrei messo la testa a posto. Finalmente mi sarei applicato. I propositi da libro Cuore svanivano subito dopo, quando al secondo appello io ero ancora seduto al mio banco. La tentazione del pallone era troppo forte e io ero discolo già allora.
Tento un’impresa disperata per dare sollievo ai miei occhi infuocati. Ne chiudo uno alla volta. Figurati se funziona! Quel che è peggio è che non posso incolpare altri. Non più di tanto. Potrei prendermela con il destino, magari, ma non servirebbe a niente. La colpa è mia. Ho atteso troppo. Ci voleva un atto di coraggio. Dovevo presentarmi spontaneamente quando non era troppo tardi. Potevo cavarmela a minor prezzo. Invece io sono andato avanti per la mia strada, trascinandomi il dolore appresso, finché quel dolore è diventato il mio padrone. È stato lui a condizionare i miei ultimi giorni.
Riaccendo la luce. La spengo subito. Non mi è mai piaciuta quella lampadina arancione. Anzi, la detesto!
Nel mentre passano, i minuti passano. Impregnano il pigiama che aderisce alla pelle. È una sensazione pruriginosa, un ulteriore motivo di disagio. Chissà cosa prova un serpente quando rinnova la muta? mi domando, in una sorta di delirio dettato dalla tensione. Farnetico.
Facevano presto a dire: «Passerà. È questione di attimi» Lui aveva sentenziato. Bastardo figlio di un cane! Aveva fissato giorno e ora. In Lui nessun ripensamento. Aveva deciso. Punto. In un certo senso ammiravo la sua fermezza, la sua capacità di imporsi, di decidere la sorte altrui. Io avrei pagato. Sa-la-ta-men-te. Non è nemmeno tutta colpa sua. Ognuno nella società ha il proprio ruolo. È il mio, adesso, che non mi piace.
Certo, poteva essere meno sadico. Il classico uomo senza macchia né paura. Senza dubbi né ripensamenti.
La mia dolcissima mamma, che Dio l’abbia in gloria, mi metteva in guardia. Mi ripeteva fino alla nausea a cosa sarei andato incontro facendo di testa mia. Appena quella santa donna girava l’angolo, io ne approfittavo per rubare la crema di nocciole che mi piaceva tanto. Eppoi mica mi lavavo i denti, io. Non si fanno queste porcherie! Mi sgridavano. Tempo perso. Come questo, che fugge a cavallo dei minuti. Passano, i minuti passano. Galoppano dal passato per accorciare il futuro finché non diverrà presente.
Ogni tanto una fitta. Il dolore si spande alla testa. Tutto è collegato. L’avessi capito prima. È la goccia a far tracimare il vaso.
«Mi spiace» aveva annunciato Lui con la faccia inespressiva.
Il solo ripensarci mi copre di brividi.
Nonostante le parole la sua voce non tradiva alcuna pietà. Aveva la raucedine di chi cova un discorso dentro da troppo tempo, senza trovare la forza di lasciarlo schiudere.
«Mi spiace, arrivati a questo punto non c’è altro rimedio. Capirà anche lei.»
«Come no?!»
«Il male va estirpato alla radice. È la regola.»
«Ma soffrirò molto?»
«Non faccia il bambino. Doveva pensarci prima, ormai il danno è fatto. Non sapeva che sarebbe finita così? O forse lei fa parte di quella schiera di spavaldi che pensa di farla sempre franca, che tanto a loro non può accadere nulla di brutto? Sarebbe comoda, vero? Niente lacrime da coccodrillo, per favore, guardi avanti con dignità, per Dio.» Si era alterato. «Cosa pensa, che io mi diverta? Che mi piaccia sentire la gente che quando passa si dà di gomito e dice veh il macellaio. La zizzania, caro mio, va bruciata subito perché non si confonda nel grano. L’erba malata va strappata perché non contagi quella sana.»
Estirpare, falciare, distruggere: perdinci! Non è una questione di botanica. Che piaccia o no, io sono un uomo, con tutte le sue debolezze, ma pur sempre un uomo, perdinci!
Un uomo condannato a scrutare nel buio quando i minuti passano per raggiungere quelli che li hanno preceduti. Non curanti, passano. Fuggono. Vorrei farlo anch’io. Scappare, intendo. Se soltanto servisse a mutare gli eventi… Gli arti si irrigidiscono, bloccati da un colpo d’aria nelle zone sudate. La bocca impastata di paura boccheggia come un pesce fuor d’acqua. Debbo farmi coraggio, mi impongo, e quasi mi piaccio a quel modo. Saranno pochi momenti di dolore, li sopporterò con dignità, dico.
Nel frattempo i minuti passano, fuggono, ma un po’ più lenti. La nottata è stata dura anche per loro. Il sonno sembra volere infine sopraggiungere per accantonare in un angolo la mia inquietudine. Gli faccio compassione, e allora mi accarezza le palpebre, così stanche, così pesanti… Gli occhi si assopiscono… Dormo. Ma la sveglia trilla tutto il mio terrore.
Ci siamo! La resa dei conti.
La testa ronza, gli occhi ingrommati bruciano per il riposo negato. Il cuore pulsa lo sgomento che mi pervade. La paura si fa largo tra le vene e circola attraverso tutto il corpo alla velocità del tempo che passa, fugge a braccetto dei suoi minuti.
Appoggio un secondo il capo al guanciale, solo un secondo, nel patetico tentativo di ristabilire la calma. Dicono che si soffra meno se non si è agitati.
Sollevo la testa dal cuscino e getto un’occhiata alla sveglia. Ma come? Da quando è suonata è già trascorsa un’ora. Quanto fuggono i minuti, se non visti! Volano. Mi sarò appisolato. Maledizione! Devo vestirmi in fretta e furia e uscire di casa. Che ritardo pazzesco!
Già che gli stavo antipatico. Adesso sì che il dentista s’incazza.

 

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