Bisogna partire dalle premesse, altrimenti la situazione risulterà incomprensibile. La giornata è stata carica di tensione, in un paio di occasioni ha rischiato di perdere il controllo e buttare all’aria il lavoro di mesi. Tutto sommato si risolve al meglio, ma, al ritorno a casa, ha alcune e-mail da spedire, c’è da preparare la valigia, scrivere due righe di presentazione per il giorno dopo e, quando finalmente va a letto, non è nelle condizioni di addormentarsi subito e si rigira più volte in cerca della posizione.
Dopo un paio d’ore la sirena di un allarme lo sveglia: che sia quello della sua auto? Un suono penetrante, acuto, diurno; attraversa le pareti ed i muri, giunge troppo nitido alle orecchie, non dà tregua, non modula, nè molla. Imperterrito. Si alza per controllare. Apre la finestra, spalanca le ante. Gli hanno rubato la macchina, oppure ha parcheggiato sull’altro lato. Si gira, inciampa nella chitarra, fa un passo, urta la valigia, raggiunge il bagno, ripete identica la manovra con maniglie e chiavistelli per guardare fuori e l’auto è silenziosa. L’allarme continua, rinuncia a capirne la provenienza e torna a letto con questa vaga idea di minaccia latente. In qualche modo si addormenta. In qualche modo si risveglia. Una sagoma umana incombe su di lui. È la fine. Un assassino, un ladro, un fantasma, la morte in camera sua, il luogo più familiare sin dall’infanzia, dove solo gli amici più cari hanno messo piede. Lancia un urlo così agghiacciante che si spaventa da solo a sentirlo, un urlo freddo, rauco, fa male nella gola mentre passa e contemporaneamente salta in piedi, colpendo, non sa come, la figura. Lo scatto è fulmineo, sente il polpaccio sinistro che vorrebbe concedersi un crampo, ma la situazione lo dissuade. Colpendo non sa come la figura, ha lanciato le coperte e si è scagliato fuori dal letto, per reagire, urlando, per difendersi. Un urlo lancinante, non per chiedere aiuto, spontaneo, una reazione autonoma, uno sfogo, una liberazione, il grido prima della battaglia, qualcosa di ancestrale ed animalesco. Colpendo non sa come la figura.
Che non reagisce, ma si accascia e lo chiama.
“Giacomo…”
Un pianto, un lamento antico, misto a stupore e sofferenza. Un vecchio di fronte all’ingiustizia, alla sorte che determina la sfortuna dei deboli. La sorpresa dovuta al tradimento più doloroso, inaspettato e ingiusto. È suo padre chi gli sta di fronte.
In un attimo il terrore per la presenza di un ladro è sostituito dall’angoscia che suo padre stia male, si tiene la testa, cosa potrebbe essere, infarto, ictus, è venuto a chiedere aiuto, sarà meglio chiamare l’ambulanza o portarlo in ospedale? Come reagire in queste situazioni? Pochi secondi potrebbero fare la differenza, questo proprio non ci voleva, fino a ieri stava bene, in una notte, cosa potrebbe essere successo? Si tiene la testa, non la bocca, dove è già stato operato, anni fa.
“Cosa c’è papà, stai male?”
“Mi hai dato un dito in un occhio!”
“Un dito in un occhio? Ti ho colpito? Scusa… mi spiace… Ma cosa cazzo ci facevi lì impalato a guardare?”
“Volevo vedere se eri rientrato stanotte!”
“Ma pensa te.. dai torna a letto… ti accompagno!”
“Lascia stare, non sono mica moribondo…”
Venivo a controllare che fossi rientrato. Mio padre mi considera ancora un ragazzino, pensa Giacomo. Eppure ho trent’anni. Forse è venuto il momento di andarmene da casa.
Che paradosso i padri di questa generazione! Non incutono timore, non sono nemmeno autoritari. Persino la pubblicità si prende gioco di loro, sembrano dei pasticcioni peggio dei bambini, salvati costantemente dalle mogli, le vere acquirenti dei prodotti, descritte come donne tutto fare, iperattive, energiche, sicure, efficienti, ma affettuose. Poveri padri.
E poveri figli, incapaci di tagliare il cordone ombelicale. E non solo. Senza responsabilità e senza certezze. Costantemente alla ricerca di qualcosa. Che potrebbe anche essere il segreto dell’eterna giovinezza. In barba a qualsiasi qualunquismo.
Giacomo se ne torna a letto ancora più agitato di prima per ciò che è appena accaduto, preda dei i suoi soliti dubbi esistenziali, preoccupato per quello che lo aspetta l’indomani.
*
Non sempre si è disposti a cedere o a tacere. Persino i più deboli si permettono il lusso di vincere, di quando in quando, alla lotteria dell’oratorio o con i punti della spesa. In una camera d’albergo c’è poco da perdere e da soli non si può far altro che stare zitti. Oppure accendere il televisore, che equivale a perdere la verginità. Immaginate di arrivare a New York, provenendo da Firenze o da Venezia, città altrettanto meravigliose, ma completamente differenti, senza aver mai visto la metropoli alla TV o al cinema. L’emozione sarebbe enorme, mozzafiato e torcicollo. Lo spavento e lo stupore di incontrare proporzioni inimmaginabili per chi ha vissuto in una città italiana potrebbe provocare, attraverso una sindrome di Stendhal a rovescio, la sensazione di essere schiacciati dalle forme architettoniche. E naturalmente viceversa, per chi arrivasse in un minuscolo borgo medievale provenendo da una sconfinata metropoli.
Stessa cosa per i leoni e per l’oceano. O per certi fenomeni atmosferici estremi.
A maggior ragione per il sesso. Tutto insieme in blocco, vista, tatto, olfatto, senza alcuna anteprima, senza suggerimenti. Chissà se da solo avrei scoperto il bacio sulle labbra, ci si dovrebbe chiedere. O certe strane posizioni. Domande senza risposta. La televisione è maestra di vita, ma si arroga lo jus primae noctis su un gran numero di esperienze. Cosa rimane a ciascuno da scoprire?
“È permesso?”
Una voce femminile si affaccia alla porta.
“Sì…”
Non sta aspettando nessuno, ma è ben felice di questo imprevisto.
“Ha bisogno di asciugamani puliti?”
La cameriera ha una scollatura interessante e due belle tette.
“No, grazie, sono a posto.”
Non ce n’è bisogno, ma si alza e si avvicina alla porta quasi a voler farsi vedere.
“Non si è ancora fatto la doccia?”
Dal tono sembra un invito, quasi una provocazione.
“Come scusi?”
Vorrebbe togliersi la maglia, ma sa che il gesto non avrebbe nulla di naturale e aspetta che sia lei a fare la prima mossa.
“Beh, se non deve cambiare gli asciugamani, vuol dire che non li ha sporcati…”
È ironica, non sensuale.
“O che pensavo di usare gli stessi anche domani, visto che non li ho ridotti uno straccio…”
Vuole dare l’impressione di rispondere a tono alle provocazioni. Di qualunque genere.
“Se tutti facessero come lei, perderei il lavoro…”
È fredda, nemmeno più ironica.
“La vita è dura per tutti…”
“Ma senti il fighettino che fa il filosofo. Comodo parlare, intanto passi la notte in un albergo a cinque stelle e mangi al ristorante. Poi sicuramente avrai anche un auto di lusso… e vieni a farmi lezioni sulla durezza della vita!”
Il cambio di scena lo spiazza, ma non lo zittisce.
“Cosa ne sai? La mia giornata potrebbe essere stata un inferno, mentre tu, fatto il giro delle camere, te ne torni a casa senza nessuna preoccupazione.”
“Perché arrivare a fine mese con un figlio e uno stipendio ridicolo lo chiami non avere preoccupazioni?! Senti moccioso, pulisciti la bocca e apri gli occhi, ok?! Lì fuori la gente ha problemi concreti!”
Se ne è uscita sbattendo la porta. Stipendio ridicolo? E chi ce l’ha? Non un “neolaureato”che sta facendo praticantato in uno studio di avvocati e viene sbattuto in trasferta da un tribunale all’altro a seguire le udienze perse in partenza. Maledizione, sono veramente stanco di suggerimenti e consigli, pensa Giacomo. Persino la cameriera dell’albergo si è permessa di spiegarmi qualcosa. E con che ardire. Bell’insegnamento cambiare asciugamano tutti i giorni. Se l’avessi saputo prima, certo non sarebbe andata così male, oggi. Di sicuro.
La giornata è stata un disastro. Una sentenza decisa in anticipo, un cliente indifendibile e, da parte sua, numerosi errori nella procedura, giusto per esser sicuri di meritarsi comunque il cazziatone, al ritorno. Un disastro. Come sempre, d’altronde. Perché gli altri giorni non si può dire vada meglio. Oggi, quanto meno, ha la soddisfazione di essere a Roma.
Non resta altro che scendere a fare due passi, per sgranchirsi i pensieri, nonostante il tempo non prometta niente di buono.
*
“Capitano Ahab! Laggiù soffia!”
Giacomo ha attraversato Trastevere e poi ha camminato lungo Largo Vittorio Emanuele II, fino ad arrivare in Piazza di Spagna. Nel frattempo ha cominciato a piovere e poi subito la pioggia si è trasformata in grandine. Un uomo, in piedi sulla Barcaccia, sta urlando nel vuoto: è bagnato fradicio ed impugna un ombrello come se fosse un arpione, pronto a scagliarlo. Non si capisce cosa stia dicendo, ma Giacomo è curioso, vorrebbe capire. Vorrebbe scoprire.
“Capitano Ahab! Laggiù soffia!”
“Capitano Ahab? Ha chiamato il Capitano Ahab? Dov’è? È tutta la vita che lo cerco. Ho cose importanti da chiedergli. Mi dica dov’è, la prego!”
Adesso anche Giacomo è sotto la grandine, con un’aria stravolta da cane randagio.
“Sottocoperta, a babordo!”
“Sotto coperta? Babordo? Non ne so nulla di baleniere! Ho letto Moby Dick… e anche La linea d’ombra… ma non sono mai stato su una nave! Nemmeno su una barca, per dir la verità. Tutto quello che so l’ho letto sui libri, o l’ho visto in televisione. Mi accompagni dal Capitano, la prego!”
“Mi lasci stare. Devo restare al mio posto. Ho una missione da compiere!”
Il marinaio lo guarda di striscio, una mantella sulle spalle e gli stivali di gomma.
“Le dico che è importante. Mi ascolti. Da piccolo mi figuravo che il capo di mio padre, duro e cieco da un occhio, fosse il Capitano Ahab. Ora invece, il mio capo è un tipo simpatico, rassomiglia a Renato Pozzetto, un comico della televisione. Non è la stessa cosa. Ho sempre pensato mi mancasse un leader da seguire e dei valori importanti nei quali credere. Tutti sanno dare consigli, ma solo il Capitano può darmi le risposte che cerco.”
“Tu stai cercando il Capitano Ahab. E cosa vuoi chiedergli?”
“Se ha bisogno di un chitarrista sull’orchestra della nave! Suonare è l’unica cosa che so fare!”
“Ti imbarchi su una nave che sai già è destinata ad affondare? Bel fenomeno! Non sei certo un campione di furbizia. E poi un chitarrista su una baleniera? Che fantasie hai? Non riesci a trovarti un lavoro più sicuro?”
“È proprio il lavoro sicuro che voglio mollare. Non è la sicurezza che cerco. Ci sono cose più importanti e diffido delle facili soluzioni. Non avete ancora capito! Non dobbiamo possedere né essere posseduti, ma condividere ed essere condivisi. Non omogeneizzare né essere omogeneizzati, ma fruire e divergere, filtrare e distogliere. Ho solo bisogno di qualcuno che mi indichi la rotta!”
“Non capisco una parola di quello che stai dicendo! Fa un po’ come vuoi, cerca il tuo capitano o vattene affanculo, ma fammi lavorare. Non vedi che sono un attore di strada? Lasciami recitare la mia parte!”
Il marinaio ha gettato la maschera e levato l’ancora. Per Giacomo è la solita delusione. Nessuna avventura, nessuna esperienza, l’ennesima farsa. Tutti bravi a far finta o darsi arie, poi tutti a tirarsi indietro.
Giacomo sotto la grandine si guarda attorno e sotto i portici vede il pubblico dello spettacolo di cui prima non si era reso conto. Ma adesso è lui il centro della scena. Questo è il quarto d’ora di notorietà che ha sempre atteso, luci della ribalta accese, si dia inizio allo spettacolo.
Ha già deciso, ha sempre saputo, non ci saranno repliche, la sua performance sarà unica, un solo atto, senza il rischio di ripetersi, meglio un solo gesto, mortale e definitivo. Un’esplosione umana, ma senza esplosivo, un autodafè senza pira perché le persone dovrebbero smettere di guardare i fuochi d’artificio. Dovrebbero essere fuochi d’artificio.
È il delirio dei sensi e della ragione.
È la forza centrifuga ed il momento torcente.
Giacomo sta ruotando vorticosamente su sé stesso.
*
Il capobranco ha perso il controllo, la sua femmina è scappata, il corpo e la mente, rispettivamente. Ogni membro è libero di scegliere perché ha trovato la sua indipendenza, finalmente.
Il cuore ha deciso d’istinto e pompa così forte da far gonfiare i muscoli e tendere i tessuti, mentre il sangue sprizza fuori dai pori schiumando, come le onde in tempesta contro gli scogli. Vuole bruciare tutta l’energia in un sol battito.
Gli altri organi si separano gli uni dagli altri, facilmente, schizzando via con ordine, ad uno ad uno, dal più esterno al più interno, in virtù dell’esplosione del cuore, aiutati della forza centrifuga dovuta alla rotazione del corpo.
Le braccia da un lato, le gambe dall’altro, ogni dito per conto suo, vertebre e costole in ordine sparso, la lingua lontana dal palato, la bile dal fegato.
La materia grigia cerca disperata il suo uomo, contorcendo le sue circonvoluzioni come una biscia attorcigliata alla ricerca della propria coda, galleggiando a mezz’acqua. L’intestino, che è un secondo cervello, come disse una donna parlando della sua stitichezza, imita la materia grigia alla perfezione, assorbendo acqua ed espellendo frasi senza senso.
Il sesso si è ingigantito, il suo corpo cavernoso non ha permesso al sangue di sprizzare, anzi ha cercato di assorbirne il più possibile, ed ora sta dritto e fiero e in attesa, come un fungo, che qualcuna lo colga. Altro non sa fare, altro non vuole.
Così anche reni e polmoni continuano nella loro attività di sempre,ma con meno convinzione, per forza d’inerzia, per abitudine, per inettitudine: filtrano acqua, filtrano aria. Sprecano un’occasione irripetibile, forse lo sanno, ma non se ne curano.
Gli occhi non vogliono più avere niente a che vedere col mondo e chiudono le palpebre, promuovendo lo sviluppo degli altri sensi, che si prendano un po’ ciascuno la propria responsabilità, finalmente.
La lingua, strisciando, si allontana con rammarico perchè quest’aneddoto sarebbe stato stupendo da raccontare. Non sa esattamente cosa farà da grande, le piacerebbe imparare a scrivere, sempre ammesso che riesca ad impugnare la penna.
Carni, tessuti e nervi sembrano inerti.
La grandine è cessata. La pioggia sta già lavando la scena.
*
Giacomo, il protagonista, l’eroe, l’uomo, alla fine, nell’ultima riga, in conclusione, muore, schiatta, tira le cuoia, perisce, ci resta secco, passa a miglior vita, si spegne, spira.
Era arrivato a Roma, la capitale e l’Urbe da un giorno, meglio, più precisamente, per l’esattezza un dì, dodici ore di luce, la dozzina diurna, per una causa giudiziaria, la causa era la ragione, il motivo del viaggio, tragitto, trasferta, spostamento, estradizione che riguarda la legge, i tribunali, gli avvocati, i cavilli, le parcelle e le udienze.
Diurne, ma non proprio di sole, alta pressione, bel tempo e cielo sereno, perché pioveva, veniva giù a dirotto, diluviava, scendeva a catinelle, era in corso una precipitazione, un temporale, una grandinata.
Giacomo, lo sfortunato, l’impregnato, l’impiegato, il laureato giurisprudente, aveva perso la pazienza, dopo aver perso la causa, le cause, gli effetti, gli affetti.
Si era fatto distrarre, distogliere, disorientare da mille opportunità, scelte, offerte, promozioni. Avrebbe voluto essere un giudice, un magistrato, un pubblico ministero o un avvocato difensore.
Ma qualcosa sarebbe comunque mancato. C’era un vuoto da riempire, un aspetto creativo da soddisfare. Poteva, sarebbe stato in grado, volendo, con un po’ di fortuna e le conoscenze giuste, infatti, anche diventare un artista, cantante o musicista.
Sarebbe stato ricco, famoso, felice, famoso, ricco e felice.
Fantasticando, ritornava poi a voler fare carriera, mettere su famiglia, essere in forma, avere bambini, uscire con gli amici, comprare la moto, trombasi le fighe, e poi di nuovo studiare chitarra, incidere un album e comporre canzoni. Nel minor tempo possibile. Partendo da zero.
Percorrere nuove strade, senza rinunciare alle proprie abitudini.
Battere nuovi sentieri, ritagliandosi le normali comodità
Sfrecciare sui boulevard del progresso, salvaguardando le tradizioni.
Easy Rider con uno stipendio fisso, ecologista biturbo, fascio-comunista bipartisan, qualunque cosa pur di non scontentare qualcuno.
*
Io, per me, dall’esterno, sarebbe stato facile capire le ragioni della crisi, cogliere le scelte sbagliate, identificare l’insorgere di egoismi, diagnosticare l’incancrenirsi delle abitudini.
I problemi degli altri hanno sempre soluzioni semplici e ci si stupisce ciascuno che ognuno non riesca da solo ad intervenire in modo risolutivo, magari col bisturi.
Avrei potuto trovare, o almeno suggerire, una via d’uscita o una scappatoia che, senza cancellare gli errori di percorso, scongiurasse almeno la catastrofe finale, ma non l’ho fatto.
Si potrebbe pensare a egoismo, disinteresse nei confronti dei propri personaggi, pigrizia o al limite crudeltà. Che l’autore sia un sadico senza cuore è risaputo.
Oppure si può pensare che questo sia stato il finale migliore, l’atto di ribellione di un individuo nel contempo sensibile ed indeciso, spesso immaturo ed alle volte vigliacco, purtroppo viziato, vittima dei propri preconcetti e di certe decisioni cadute dall’alto o cresciute dal basso.
Scelgo la seconda interpretazione, scelgo la rivoluzione e, sebbene questo non possa essere un lieto fine, almeno mi sia permesso definirlo un inizio incoraggiante.
