C’era una volta…
«Un fante spaziale!» diranno subito i miei venticinque piccoli lettori.
No ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un cammello. Non un cammello mutante con incommensurabili poteri telecinetici e nemmeno un fine matematico proveniente da un mondo a forma di pizza, ma proprio un semplice cammello, di quelli che ti guardano con occhi cisposi, ruminando senza fretta.
Temo che iniziare citando Collodi con una spruzzatina di Manzoni sia un po’ azzardato; d’altra parte forse dovrei smetterla di scomodare questo e quest’altro autore.
Proviamo a cominciare in modo più originale.
Era una notte buia e tempestosa.
Su Deltholopithan IV soltanto i corrieri di spore si arrischiavano ad affrontare i rigori della stagione.
I corrieri di spore e uno spazzino imbronciato.
Uh, beh… i corrieri di spore, uno spazzino imbronciato e il cammello all’altro capo del guinzaglio.
Insomma, a voler ben vedere, a un giudizio ponderato che tenesse conto del complesso e rigoglioso ecosistema ospitato dal quadrupede ruminante, quella sera c’era davvero un sacco di gente sotto la pioggia battente, nello spazioporto di Deltholopithan IV. Sempre che non si intenda essere troppo schizzinosi sul termine gente, beninteso.
Patermulus Ig’neteryu Lytllodh era uno spazzino.
Uno spazzino onesto e rispettato, sissignore, come suo padre e il padre di suo padre prima di lui… A dirla tutta il nonno spesso sosteneva di essere stato invece un fante spaziale, ma considerato che a volte sosteneva anche di essere stato un famoso ballerino di woocha-woocha, un tecnico di una società eterofonica e un apribottiglie klathuriano (di quelli verdi con il manico corto, su questo punto il vecchio era inamovibile), Pat dubitava che alla cosa si dovesse dare gran peso. Cosa diavolo fosse il woocha-woocha rimaneva comunque un mistero inesplicato. Sia lodata l’Imponderabile Saggezza della Grande Ramazza Onnisciente.
Va bene, insomma: le idee del nonno non erano più limpide come un tempo, ma anche lui era uno spazzino rispettabile. Che diamine, meglio un vecchio spazzino mezzo rimbambito che uno spazzino bagnato fino alle ossa in uno spazioporto di frontiera in compagnia di un cammello pulcioso. Anche senza consultare il Manuale dello Stile della Corporazione Pangalattica degli Spazzini, Pat avrebbe scommesso la sua ultima camicia pulita (la quale, per inciso, si trovava ben ripiegata in un cassetto a quindicimila parsec di distanza) che la situazione fosse molto in basso nella Scala della Rispettabilità (pagina 127, appena prima del capitolo Conosci La Raccolta Differenziata Che È In Te, da sempre uno dei suoi preferiti).
Che cosa non avrebbe dato per essere a casa ad ascoltare una storia strampalata del nonno!
«Darei volentieri te, maledetto figlio di una dromedaria.»
Il cammello ricambiò il suo cipiglio imbronciato sbattendo gli occhi con fare sonnacchioso e, Pat avrebbe giurato, vagamente irridente.
Sballottata dal vento, l’insegna sgangherata diceva:
Da Zio Razzo Pazzo
Cucina Interplanetaria:
se voi potete digerirlo, noi possiamo cucinarlo!
Una leggenda aleggiava attorno al locale di Zio Razzo Pazzo: si diceva che i migliori matematici della galassia conducessero lì i loro allievi per insegnare il concetto di implicazione logica nei due sensi con un esempio che non sarebbe stato dimenticato (se non dopo diversi bicchieri di amaro Johirenkii).
Beh, il nostro spazzino non aveva mai sentito questa storia e nemmeno si sentiva particolarmente portato per la matematica, ma anche a colpo d’occhio l’edificio non appariva certo invitante; nondimeno se la pioggia insistente non contribuiva affatto a migliorarne l’aspetto, decisamente contribuiva a spronare Pat ad apprezzarne i lati positivi. Qualunque essi fossero.
Legato dunque il cammello sotto la tettoia malandata e varcata la soglia, si trovò immerso nella più allegra, fumosa, cacofonica ed eterogenea baraonda che avesse mai visto. C’era gente proveniente da ogni angolo della Galassia. Il ventre dell’arca di un nuovo Noè non avrebbe potuto ospitare folla più variopinta. Circa il diluvio, su Deltholopithan si stavano evidentemente portando avanti.
Facendosi faticosamente strada fra gli avventori, individuò dietro al bancone quello che doveva essere Zio Razzo Pazzo: un grosso umano gioviale dai lineamenti marcati e dalla pelle scura, con quella peculiare aria placida e sottilmente sorniona di chi conosce a menadito i Centoventiquattro Modi Per Spezzare Le Ossa A Trentadue Specie Senzienti Diverse. Chissà se aveva conosciuto il nonno, in fanteria.
Pat raggiunse il bancone: «Da bere e da mangiare, per favore, per me e per il cammello là fuori.»
«Mi prendi in giro, straniero?» l’oste ebbe un mezzo sorriso «E cosa ci farebbe un cammello, dico, un vero cammello con due gobbe e tutto quanto, su Deltholopithan?»
Pat sospirò.
«È una lunga, maledetta storia.»
«Lunga e maledetta… esattamente come una notte di tempesta su Deltholopithan, ragazzo» rispose Zio Razzo Pazzo allungandogli un bicchiere.
Okay, okay. Qui poi inserirò la narrazione, per bocca dello spazzino, di come e perché siamo arrivati su Deltholopithan, inframmezzandola con interventi dell’oste, avvenimenti nella locanda, eccetera. Cambio dell’io narrante, inserti dal piano narrativo precedente… Omero, Ende, Moore, tremate!
Quando la sua voce si spense, un silenzio rapito riempiva la locanda. Gli astanti sembravano sospesi nel fumo rado.
Poi, lentamente, qualcuno si sistemò meglio dove stava seduto, qualcun altro aspirò una boccata dalla pipa e la locanda tornò al suo consueto fragore.
Lo spazzino finì il bicchiere e si pulì la bocca.
«Sto cercando il rabbino O’Reilly» disse asciutto.
L’oste lo guardò per un momento, come se non lo vedesse.
«Lo puoi trovare alla sinagoga, in fondo alla strada.»
«Grazie. Era tutto… uh… ottimo.»
La strada proseguiva fino all’esterno del cerchio delle abitazioni, per terminare in un grande spiazzo brullo spazzato dal vento. Lì, imponente e plumbea, si levava la sinagoga.
Nella pioggia implacabile e nell’oscurità, la sua altezza era difficile da valutare. La sommità sembrava fondersi con il cielo crudele, come se questo avesse proteso le proprie radici verso il suolo, per versare poi tutto il proprio umore gelido a loro privilegio. L’acqua scorreva lungo i fregi e sgorgava con fragore dai doccioni, inducendo il visitatore a domandarsi quale divinità potesse mai essere venerata in quel luogo, se non la tempesta stessa.
Nessuna insegna all’entrata. In qualche modo, Pat ne fu un poco sollevato.
Ah, è già il mio turno al posto-pilota?
No, no, vai pure a riposarti cara. Ci penso io.
Ho capito: Jim ha già mangiato. Niente succo di melarancia, troppo gli fa male.
Hey, non guardarmi così. Ho detto che ho capito, non ti fidi più di tuo marito? Sì, anch’io ti amo.
Ciao. Bacio. Ciao, ciaaao.
Andata.
Prendi il succo figliolo, io mi occupo delle ciambelle.
L’interno della sinagoga costituiva una solenne, gigantesca cassa armonica di pietra, ad uso della voce roboante del suo dio. Soltanto alcuni angoli erano fiocamente illuminati dalle candele, ma ad ogni lampo le immagini dei rosoni proiettavano foreste di colore tutt’attorno.
Pat ne era completamente affascinato.
Si sedette su uno scranno, sentendo tutto il peso del proprio corpo. Non avrebbe saputo dire quanto tempo dopo, si rese conto di non essere solo. Si rese anche conto, con un certo imbarazzo, che si doveva essere lasciato andare a qualche parola scomposta, come un bambino assorto.
Posandogli una mano su una spalla, il rabbino O’Reilly disse con voce calda e ferma: «Ricordati figlio mio: nello spazio profondo nessuno può sentirti salmodiare.»
Burp.
Uh, troppe ciambelle. O troppo succo.
Sospetto troppe ciambelle e troppo succo.
Pausa urina, vah.
Diiii queeella pira… l’orrendooo foooco… Oh là.
Va meglio. Dunque… Rivediamo un po’…
Posandogli una mano su una spalla, il rabbino O’Reilly disse con voce calda e ferma: «Ricordati figlio mio: anche nello spazio profondo nessuno è mai davvero solo.»
Sì, certo… «non può piovere per sempre», «domani è un altro giorno», «non c’è più la mezza stagione»… mi piaceva di più prima, ma bisogna anche provare a strappare un po’ di lacrime ogni tanto! Per il giusto pathos, eh.
«Grazie, rabbi» disse calcandosi il cappello fradicio «ma non sono qui in cerca di conforto spirituale. Sono qui per avere la risposta.»
Silenzio. Un vago sentore di cammello umido.
«Sono stato ovunque! Ho seguito le tracce di mondo in mondo, dai monaci di Roquartus ai saltimbanchi di Ibahjar, su Abernia, su Qehotesu, su Pfftrp… Prhffrhtp… Prhtrppthrp… Oh, Grande Ramazza Onnipotente!» Pat stava ora tremando, vinto dalla frustrazione e dalla stanchezza «Mi sono trascinato questo animale puzzolente per mezza galassia! Ora voglio sapere.»
«Figlio mio, è una lunga…»
«… maledetta storia?»
«Prego?»
«Uh, nulla. Déjà vu.»
Stupida, stupida antenna.
«C’è da fare un lavoruccio EVA, caro» dice lei con tutte le moine del mondo. «Un lavoruccio da niente per uno come te, no?» Puah! Donne, ne conoscono una più del diavolo, dammi retta figliolo. La stessa identica tecnica che usava mia madre, il sabato mattina, per costringere mio padre a tagliare l’erba. Stramaledetta tuta. Altro che “Extra-Vehicular Activity”… “Lotta Greco-Romana Con Ingombrante Scafandro” dovrebbero chiamarla! Passami la multichiave del cinque, Jim. Grazie. Jim, benedetto ragazzo! Questa è la multichiave del tre. Cosa diamine stai… Ah.
Le stelle.
Non ci si stanca mai di guardarle, eh? Da qui come dalla Terra. Una collina immersa nel niente, una giacca pesante, l’aria della notte limpida e fredda.
Dubito che quest’antenna sarà a posto prima di cena.
«“Così Dio scacciò l’Uomo dall’Eden, perché vagasse sulla Terra. Così l’Uomo, sostituitosi a Dio nel dominio del Creato, scacciò se stesso dalla Terra per vagare nello Spazio, per partorire con dolore la Vita nelle sue profondità…” Rabbi, è… è incredibile. La Terra, il Pianeta Originale.»
Pat, in piedi di fronte al leggio, sollevò il volto dal volume che stava leggendo.
La sinagoga era immersa nel buio e nel silenzio, la pioggia ora era soltanto un fruscio in sottofondo. Odore di candele, di polvere e di qualcosa di più estraneo e ruminante. Rabbi O’Reilly si era tolto gli occhiali e si stropicciava gli occhi. Senza riaprirli, si appoggiò stancamente contro lo schienale di velluto consunto.
Quando parlò, la sua voce sembrava antica e impalpabile quanto il tempo stesso.
«Partirono, Pat. Intere famiglie partirono sulle navi, alla ricerca di un luogo dove vivere, di un nuovo Eden. Con la speranza di aver imparato dai passati errori le proprie responsabilità verso di esso. Partirono anche alla ricerca di loro stessi, alla ricerca della bellezza che era già nelle loro mani e nei loro cuori. Alla scoperta di quello che potevano costruire. Alla ricerca di Casa.»
Spentasi l’eco di queste parole, il vecchio rabbino ristette, come scolpito nella poltrona stessa. Un muto guardiano di velluto.
«Mi domando…» la voce di Pat era poco più di una brezza lieve, la gola chiusa dall’emozione «Io mi domando cosa abbiano provato nell’affrontare per la prima volta lo spazio del tutto inesplorato, cosa significhi essere pionieri di un sogno così grande. Vedere da un oblò un mondo completamente vergine. Affrontare la sfida della creazione di un nuovo paradiso; di centinaia, di migliaia di nuovi paradisi nell’immensità dello spazio profondo…»
Dannazione!
Non proprio adesso. Cos’altro diavolo… Oh Dio, oh buon Dio! Ci siamo. Ahi, maledetta mensola!
Dove ho messo le scarpe?
Vieni, figliolo. Eccoci cara, eccoci.
Buon Dio.
Siamo arrivati, guarda! Guardalo là, Jim! Si staglia rosso contro il nero dello spazio, e sembra riempire il tuo cuore quanto i tuoi occhi.
Una nuova dimora per il genere umano.
Casa.
