Mia sorella si chiama Vigilia.
Deve il suo nome alla scarsa fantasia dei miei genitori e al 24 dicembre 1974, giorno dei suoi natali. Parto cesareo delle 18.23, sette minuti buoni prima della fine del turno del ginecologo e un paio di ore in anticipo sul cenone.

Capricorno ascendente cancro; il carattere di una noce di cocco. Scorza dura a difendere un animo schivo e gentile. Vigilia è sempre stata così, fin da piccola; concreta, decisa, senza troppi grilli per la testa. A 6 anni dichiarò che da grande avrebbe fatto “il pasticciere”, a 16 anni era aiutante di bottega a 26 apriva la sua pasticceria.

Le ho sempre invidiato i modi risoluti e precisi, la sua affidabilità e il suo algido distacco da qualsiasi cosa accada. Cascasse il mondo, Vigilia si sposterebbe solo un po’ più di lato, imperturbabile.

Niente sembra scalfirla mai, nessun dubbio esistenziale, nessuna ansia, nessuna paura. La sua esistenza è sempre stata pulita e ordinata come il suo laboratorio (“ogni cosa al suo posto; un posto per ogni cosa!”); perfetta come i pasticcini allineati nei vassoi sotto il vetro del bancone scintillante.

Pochi amici, selezionatissimi e una vita di orari rispettati e di cose ben fatte. Solo una storia d’amore, ormai lontana nel tempo, con Giorgio, dai tempi della scuola. Sembravano fatti l’uno per l’altra tanto erano simili, perfezionisti e introversi, sembravano destinati ad un’inevitabile vita insieme.

Invece Giorgio disertò quel solco già tracciato dal destino, disse che le voleva bene come amico, ma che si era innamorato di un’altra, disse di perdonarlo e se ne andò.
Vigilia non disse nulla, nemmeno allora. Non pianse una lacrima. Non sembrò più triste o più infelice di sempre. Si spostò solo un po’ più di lato, imperturbabile.

Anche ora che l’attendo nella sala visite del carcere, devo fare un enorme sforzo per convincermi che abbia davvero fatto ciò che ha fatto. Ripenso al processo, alla sua piena, candida ammissione di colpevolezza. Duplice omicidio. Ergastolo.

Nemmeno il giudice voleva credere a quelle parole; le chiese di ripetere la confessione due volte. Vigilia ripeté paziente la sua versione dei fatti, senza cambiare una virgola dalla prima versione: “Quando ho visto i nomi sulla commessa del ristorante per la torta nuziale, ho pensato che avrei preparato la migliore delle torte. Sono andata a fare la spesa e ho preso tutto: il burro, le uova, lo zucchero, la farina, le mandorle e 70 gocce… Signor giudice, le assicuro bastano 70 gocce per dare alla torta quel buon profumo di mandorle. E le mandorle sono uno dei simboli del matrimonio”.

Sono passati 4 anni.
La guardia accompagna Vigilia nella stanza e la fa accomodare davanti a me. Mi saluta affettuosa, senza abbracciarmi. E’ sempre la solita, non sembra essere cambiata o minimamente turbata dal fatto di essere un’ergastolana, dal fatto di aver ucciso due persone con premeditazione, confezionando appositamente (“omaggio agli sposi”) una torta di sole due porzioni con la svolazzante scritta “Per Sempre”.
E’ pulita e ordinata come sempre. Mi sorride dicendo “Sai, l’avvocato farà richiesta per l’indulto, dice che con la mia ottima condotta ho buone possibilità di uscire presto” . E mentre lo dice si sposta un po’ di lato sulla sedia. Imperturbabile.

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