Un rumore di cocci ruppe il sonno.
Fabrizio era troppo stanco anche per bestemmiare. Si trascinò alla finestra e vide la bottiglia di birra vuota in frantumi sul selciato.
Mao, il gatto dal pelo rosso, lo guardava con aria di sfida.
“Hai visto cosa hai fatto?”.
Mao levò il muso, come se quel rimprovero avesse un odore, poi se ne andò tranquillo.
“Io non raccolgo!” esclamò Fabrizio.
“E' colpa mia” disse una voce. “Ho bussato alla finestra e non hai sentito”.
“Dove sei?”.
“Qui sotto” disse Franco. Sedeva contro il tronco del ciliegio.
Fabrizio prese le birre in frigo e andò a sedere sotto l'albero. “Tieni”.
Franco si attaccò alla bottiglia.
“Io qualche volta Mao lo ammazzo. Tienitelo in casa, vuoi?” disse Fabrizio.
“Non può, è un gatto selvatico, è uno di noi”.
“Io non sono selvatico, sono sempre in casa”.
Franco tolse la schiuma dai baffi e se ne servì per pulire le unghie. “Comunque la pensi, tu sei uno selvatico”.
“E comunque qualche volta lo ammazzo”.
“Te li raccolgo io, i vetri”.
“Mi dà fastidio, e anche tu mi dai fastidio quando scavalchi”.
“Non te la mangio mica, la proprietà”.
“Con il pelo ci farò un tappetino per il bagno”.
Franco scattò in piedi, le sue labbra tremavano. “Ehi, comincio a pensare che dici sul serio”.
Fabrizio sorrise e grattò il petto nudo. Una ciliegia cadde e lo sfiorò.
“Dici sul serio?” incalzò Franco.
“Hai i calzoni sporchi di ciliegia”.
Franco li esaminò, ad un tratto sembrava un bambino impaurito. “Chissà cosa dirà Laura”.
“Come sta Laura?”.
“Ha di nuovo minacciato di andarsene. Ormai ci ho fatto il callo”.
“Dovresti essere meno selvatico”.
Franco sorrise. Aveva dimenticato la faccenda del gatto. “A lei piacciono i selvatici”.
“Lo so bene”.
Bisognava stare attenti quando si parlava del suo gatto e della sua donna. “Cosa significa che lo sai bene?”.
“Perché sta con te, ecco perché. Io non sono selvatico come te, non sono il suo tipo”.
“Tu non ti conosci abbastanza, tu sei selvatico, ti ripeto. Qualche volta ti spiego perchè”.
Rimasero un po' in silenzio a guardare le fronde del ciliegio, poi Franco disse: “E' ora che vada”. Raccolse i cocci, li depositò sul davanzale, raggiunse il muretto e lo scavalcò.
Fabrizio pensò come far fuori il gatto, ma non gli veniva in mente nulla. Una volta gli aveva tirato una scarpa, e poi un sasso. Una tazzina da caffè, anche. E ogni volta Mao, dopo uno scatto repentino, si era girato a guardarlo con aria di sufficienza.
Un urlo strozzato rovinò l'oasi di quiete. “Lauraaa!”.
Fabrizio odiava le urla. Si chiuse in casa. “Lauraaa!”. La voce passava attraverso le finestre chiuse.
“Speriamo che abbia portato via anche il gatto” pensò Fabrizio. Lo avvolse un benessere che non provava da tempo.

1 Commento
Zumba Ottobre 18, 2010 - 09:52
viene in mente uno che si chiude in una cassaforte e vuole uccidere l’unico altro che conosce la combinazione. Sempre bravo Robi