Aveva l’herpes e i capelli sporchi.

“Mas que nada” cantavano i Black Eyed Peas alla radio, sovrapponendo sonorità contemporanee alla melodia nostalgica di Sergio Mendes.
“Si, meglio che niente” pensò facendo una smorfia allo specchio; l’herpes le sbrodolava un’ombra rosa a lato del labbro inferiore, come un’impertinente linguetta su una lattina di bibita da non aprire. Troppo gas dentro, troppa agitazione. Meglio lavarsi i capelli.

“Mas que nada” canticchiò infilandosi nella doccia, accennando da prima qualche goffo passo di samba, in un crescendo d’immedesimazione che la portò ad un’impeccabile play-back con lo spruzzino della doccia. Nemmeno la fine della canzone la scosse; il concerto continuò nella sua testa schiumosa di shampoo volumizzante.

“Ooooaria raia..Oba oba obàà”. Aveva i capelli sottili delle donne della sua famiglia. Sottili e fragili come sua madre e sua sorella. Sottile fragilità per cui non esisteva ancora un balsamo adeguato. Strofinò ancor più vigorosamente, come se tutto dipendesse dalla salute dei suoi capelli. E in parte era così. Domani avrebbe avuto un rene in meno e l’eterna gratitudine di quelle due donne dai capelli sottili e fragili come i suoi.

“Mas que nada”. – Accidenti, quella canzone le era rimasta in testa – Meglio che niente. Alla fine sarebbe stata riabilitata, al modico prezzo del rene destro. Proprio lei, “la pecora nera”, quella che non aveva finito l’università, quella che aveva avuto un figlio senza matrimonio e abito bianco, e a quel figlio aveva dato il cognome di una famiglia che di lei si vergognava, “lei” sola era risultata compatibile con la sorella.

“Oba oba obààà”. Buffa cosa; il sangue la riconduceva al cuore di quelle due donne che l’avevano osteggiata in ogni modo e poi praticamente dimenticata dopo la morte del padre, unico ad aver voluto conoscere suo figlio, unico a non aver giudicato le sue scelte di vita.
Lo stesso sangue per cui era stata ripudiata vent’anni prima, ora tornava ad essere buono per la sorella perfetta, quella col pedigree a posto: laurea, matrimonio, figli con il cognome giusto. Quella che ora aveva bisogno della dialisi un giorno si e un giorno no, proprio come i suoi capelli avevano bisogno di uno shampoo un giorno si e un giorno no per non rimanere schiacciati sulla testa e non odorare come un vecchio mazzo di carte da gioco.

Meglio che niente, pensò avvolgendosi i capelli in un turbante spugnoso; avrebbe offerto il suo pezzo di ricambio in carta dorata, avvolto nel nastro luminoso di una scelta libera. Non le interessava quella rivalsa. In fondo non le interessavano nemmeno più quelle due estranee con i capelli sottili. La vita dà e la vita toglie a tutti, questo l’aveva imparato a sue spese. Lei era già soddisfatta così, aveva cresciuto un bravo ragazzo con le sole sue forze , cercando di non rinnegare i suoi sogni, era stata triste ed era stata felice. Era stata sé stessa nel bene e nel male. Ora qualcuno avrebbe continuato a vivere grazie ad un pezzo di quella sé stessa. Che si trattasse di sua sorella, era un dettaglio.

In fondo, anche vivere con un rene solo sarebbe stato meglio che niente.
“Mas que nada” canticchiò asciugandosi i capelli.

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