Mi guardo riflesso nella specchiera all’entrata della stanza. La mia chioma di treccine bordeaux è ancora fluente e il mio incarnato color ottone risulta piuttosto brillante per la mia età. I miei due tatuaggi, il 7 sulla nuca e le iniziali HB sulla fronte, non mi sembrano poi così sbiaditi.
Allora perché mi vogliono mandare in pensione?
Se solo potessi raccontare tutto quello che ho visto in questi dieci anni di servizio. Sicuramente avrei l’esperienza necessaria per essere un direttore d’albergo, forse anche più preparato del signor Rodolfo, il quale è fermamente convinto che i miei 99 colleghi ed io siamo obsoleti, passati di moda.
Se fosse un uomo saggio capirebbe che noi facciamo parte di questo albergo e siamo indispensabili quanto lui.
Cosa penserebbe la piccola Carlotta, che viene ogni estate a passare qui le ferie con la sua famiglia, se non mi trovasse? L’ho vista crescere, quella frugoletta, e spesso mi mettevano nelle sue tenere manine per distrarla e convincerla a mangiare la pappa; ora che è più grandicella mi mette a testa in giù e durante il tragitto in ascensore inventa un sacco di storie divertenti.
Cosa direbbero i coniugi Rossi, che trascorsero qui la loro prima notte di nozze, e ogni anno ritornano e chiedono sempre la 7 per festeggiare il loro anniversario di matrimonio? Ogni volta che mi prendono in mano si guardano e sorridono; vedete questa treccia un po’ sciolta? Sì, proprio quella! È stato il signor Rossi a rovinarla perché era nervoso mentre aspettava che la sua neo sposa uscisse dal bagno per la loro prima notte d’amore. Non vi nego che qualche volta litigano, ma sono una bella coppia perché li lega una sana e naturale complicità.
La complicità, una dote indispensabile anche per il mio lavoro. Per fare un esempio, sono stato complice del fidanzamento tra un uomo d’affari, sempre in giro per il mondo, e una ragazza che lavorava come cameriera stagionale. Lui ha iniziato a corteggiarla subito ma lei non cedeva; così, una sera, sono scivolato sotto il tavolo del ristorante senza che nessuno se ne accorgesse e, mentre la cameriera e il manager mi cercavano, si sono scontrati e, inevitabilmente, baciati.
Per capire un cliente mi basta vedere come mi tratta. L’artista francese, che viene durante gli allestimenti dei suoi vernissage, mi perde puntualmente; una volta mi aveva dimenticato in bagno, sul bordo del lavandino.
C’è la categoria di clienti, invece, che mi tiene sempre con sé, come una specie di ossessione. Solitamente si tratta di persone che soffrono di solitudine e di insicurezza.
Altri giocano con me mentre dicono bugie alla moglie usando il telefono sul comodino. Altri ancora, appena entrano in camera, mi gettano sulla scrivania con poca gentilezza, manifestando il loro istinto sgarbato.
Dentro di me conservo un’infinità di segreti e confidenze, un po’ come il barista del turno di notte.
Voi non avete idea di quanti, con l’orologio d’oro al polso, bevano la grappa mignon del frigobar e poi si ingegnino per riempirla d’acqua e ritapparla in modo che la cameriera non se ne accorga e non segni la consumazione. E quanti ancora nascondano in valigia saponette e cuffiette per la doccia dell’albergo; qualcuno persino si porta a casa un asciugamano per souvenir.
Eppure anche questi piccoli aneddoti paradossali fanno parte del clima familiare che si respira in questo albergo.
Gianna, ad esempio: il direttore pensa sia una ballerina e invece fa il mestiere più antico del mondo. Ogni tanto, quando prende bene, si concede una notte qui, a cento chilometri da dove lavora, per staccare da tutto e sognare, tra le morbide e profumate coperte di questa stanza, di farlo per amore, almeno per una volta. Mi fa tenerezza la mattina, quando si sveglia, e guardando sul comodino sbarra gli occhi, scambiando per un attimo il mio profilo per il compenso arrotolato che le lasciano i clienti.
Io condivido ogni attimo del vostro soggiorno; ricorderò sempre il bacio che mi schioccò la signora Lia, venuta qui per far operare il figlio da un noto specialista della zona: mi stringeva, nervosamente, tra le dita, quando le giunse la buona notizia che suo figlio sarebbe tornato a camminare.
Guardo il cioccolatino di cortesia appoggiato a pochi centimetri da me; solitamente sono gli ospiti femminili che lo mangiano, gli uomini spesso nemmeno lo notano intenti come sono a controllare subito se i programmi satellitari funzionano.
Questo è un signore sulla quarantina, mani calde, vestito elegantemente e abituato a viaggiare perché il suo equipaggiamento non è quello del vacanziere improvvisato. Ora sta sistemando le sue cose e lo vedo passare dall’armadio al bagno.
Ogni volta che arriva un nuovo ospite sono emozionato, non vedo l’ora di conoscerlo meglio, attraverso i suoi gesti e le sue abitudini, proprio come fossi uno psicologo.
No, credo non ci sia un mestiere più bello del mio: ambasciatore della chiave di un spazio tutto vostro, ugualmente confortevole, indipendentemente da chi siate o da che cosa facciate!
Chissà quante volte anche voi avete stretto me, o uno dei miei colleghi fra le vostre mani, con fiducia e affetto. Magari, da qualche parte, ho ancora una vostra impronta.
Allora, ditelo voi al signor Rodolfo, deciso a sostituirci con quelle asettiche tesserine elettroniche a banda magnetica, che senza di noi, gli insostituibili portachiavi di ottone con il ciuffetto bordeaux, questo albergo non sarebbe più lo stesso!
