Mi siedo sulla tazza e lo sfoglio rapito. Tutti voi avrete sfogliato un catalogo dell’Ikea una volta nella vita pertanto non sto a dilungarmi. Ciò che più mi colpisce è l’estrema cura posta dal redattore nel personalizzare i prodotti. Letti da trenta euro, cucine da cinquanta, piatti da dieci cent ma tutti, dico tutti di design. E vicino, in piccolo, la foto del designer.
Nel paginone centrale c’è lo staff al completo: tutte le fototessere una di fianco all’altra. Uomini e donne ordinari, mezz’età, vestiti in blu, grigio, gessato o tailleur. Ma… un momento… e questa in mezzo chi è? CHE FICA!
Una sventola bionda con un viso da bambola. Venticinque anni neanche. L’hanno fotografata da appena più lontano: non è un primo piano come gli altri ma quasi un mezzobusto. Un etereo vestito rosso fuoco, spalline sottili, una scollatura generosa. Madonna che tette!
E questa… che cosa disegna? Letti, sicuro che disegna letti. Vado a controllare.
No.
Allora disegna piatti, bicchieri, stoviglie insomma.
Niente.
Articoli per il bagno? No. Lenzuola, asciugamani, teli da spiaggia? No, no e poi no.
Cosa cazzo fa ‘sta topona?
M’impunto.
“Robi… ROBI!”
“Eh, che c’è”.
“Mi porteresti una matita?”
“Una che?”
“Una matita!”
“A che ti serve una matita? Stai cagando”.
“Amore, non discutere sempre tutto. Per favore portami ‘sta matita, dai”.
Non sposatevi, datemi retta: avete presente quella dolce splendida creatura che sospirava di piacere ogniqualvolta le sfioravate la schiena con una mano? Scordatevela: tempo un anno e vi ritrovate sposati con Nonna Papera.
“ALLORA, ARRIVA ‘STA CAZZO DI MATITA???”
Entra mia moglie, mi allunga la matita: “Diosanto, ma che è? Che odore!” e scappa.
“Sono le tue stramaledette cipolline del cazzo!” rispondo seccato alla porta ormai chiusa.
Ricomincio da pagina 1 e ogni faccia che vedo la segno con una X nel tabellone centrale. Alla fine le ho depennate tutte tranne una, che evidentemente non fa un cazzo. Indovinate? Proprio lei: la figona.
Mi torna alla mente di nuovo mio nonno, prigioniero in Africa poi disertore dell’esercito fascista, partigiano e comunista tesserato dal 1946. Ed io, per inesorabile contrasto, trentacinque anni, di sinistra ma moderato, mantenuto fino a ventisette, qualche lavoretto in fabbrica d’estate per pagarmi le vacanze e per sentirmi un po’ proletario anch’io, impiegato commerciale da qui alla pensione. Anch’io, involontario archetipo ISTAT dell’italiano medio, voglio fare un gesto eversivo. Voglio fare la mia rivoluzione. Sì, proprio ora.
Strappo la pagina centrale del catalogo dell’Ikea e tento di pulirmici il culo.
Niente da fare: queste pagine patinate non sono buone neanche per quello. Mi sono soltanto sparso la merda in giro per le chiappe e per giunta mi sono anche imbrattato una mano.
Appoggio rassegnato il voluminoso listino. Tiro lo sciacquone e mi siedo sul bidet.
Scuoto il capo. No, la mia generazione non è capace di fare le rivoluzioni, penso. Fossi stato un partigiano m’avrebbero accoppato entro mezz’ora.
Una cosa su cui dovremmo tutti riflettere.

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