Sono le cinque quando accendono le luci del refettorio.
È il momento del cenone di mezzanotte per tutti quelli che, come te, riescono ancora a raggiungere la sedia senza deambulatore, per quelli che riescono ad aprire le confezioni di plastica dura e bucare con la forchetta il cellophane della mensa.
A te le infermiere e le ausiliarie sorridono ancora; di fronte agli inabili invece le vedi infastidite agitare le mani e divellere le linguette con stizza, avvicinare le sedie al tavolo e dire Non ti sporcare e infilare fazzoletti di spugna dentro il collo dei pullover.
L’infermiera giovane è quella che di solito ti versa l’acqua e non te lo fa pesare, forse perché quando torna a casa la sera ha ancora vent’anni.
Andavi a cavallo tu, a vent’anni.
E il cenone di mezzanotte cominciava a mezzanotte. E non c’era valzer che non fosse per voi, per quella libellula dalla risata sottile che era bello veder danzare senza stancarsi fino alle cinque del mattino.
Cosa ti fa pensare che qualcosa sia cambiato da allora? In fondo andavate a letto alle cinque del mattino e oggi cenate alle cinque di sera. Qualcuno in modo barbaro ha semplicemente spostato le lancette, ha rallentato gli ingranaggi, ha invertito gli AM e i PM.
Qualcuno ha deciso che l’ultima goccia di vigore presente nel tuo corpo ti permetta ancora piccoli movimenti senza ambizione, anche se le parole, quelle che un tempo facevano di te il re della conversazione, quelle sono rimaste saldate per sempre alle pareti della gola e nulla viene fuori che non sia un rantolo, un sospiro, un colpo di tosse, certe volte un Bah!
Per stasera vi hanno promesso il vino, se vino può definirsi questa alchimia beffarda di uva e gassosa.
«Oggi ci sbronziamo forte…» dice il tizio a fianco a te, sputandoti in faccia un soffio violento che, se avesse ancora i denti, potrebbe rivelarsi una risata.
Tutti conficcati dentro al piatto, come maiali all’abbeveratoio, distratti dal neon che di tanto in tanto si concede piccole scosse. Col solito carosello di cucchiai e risciacqui di bocca, come se non fosse nemmeno l’ultimo dell’anno, procede naturale e senza intoppi anche questa serata.
Almeno fino a quando l’aiutante delle infermiere, quella specie di zotico mezzo scemo che viene a dare una mano alla mensa alle feste comandate, quel figlio di cretini che non è altro si mette in testa di far suonare un disco per allietarvi la cena. È il modo migliore per farvi sentire tutta la pesantezza del momento.
Perfino la forchetta sembra di piombo fuso.
Ma chi gliel’ha detto? Chi lo ha permesso?
Quel pazzo criminale ha deciso la tua serata. Con la sua faccia da guappo e con quel disco di valzer triste e polveroso, che pensavi di aver dimenticato per sempre.
Non lasciarti coinvolgere.
Fatti accompagnare dall’infermiera giovane fino alla camera e ordinale di spegnere la luce.
Obbligala a chiudere la porta.
Non vuoi sentire altro se non i tuoi capelli che graffiano sul cuscino.
Tutte storie. Sai bene che è troppo tardi; sei già coinvolto.
Quel valzer maledetto è il diavolo che l’ha mandato. E forse l’aiutante delle infermiere è un suo suddito, emerso dall’inferno per costringerti a ricordare.
Con la sua faccia da scampato alla meningite fa girare il disco ed è come se ti portasse a braccetto nel vostro salone luminoso di venti, trenta, cinquant’anni prima, addobbato a festa per il Capodanno di paese.
Scendi le scale con tua moglie, e tutti applaudono e fischiano al re e alla sua regina e molti non vedono l’ora di ballare, che gli organetti sembrano animati a manovella da quanto corrono. C’è tutto il paese, come ogni anno. E voi avete fatto arrivare i fiori migliori, e quintali di dolci secchi e avete tirato fuori il vino nuovo e gli agnelli. Il primo valzer è il vostro e sembra interminabile. Dopo di voi tutti possono ballare, anche i figli con le mogli straniere con le macchine straniere coi nipoti che non parlano italiano.
Maledetto. Il vostro valzer nelle mani di un minchione che beve birra appoggiato allo stipite della porta.
Nemmeno un’infermiera che si avvicina a pulirti il muso.
Le vostre cento luci della sala delle feste raggrumate in un neon ronzante e velenoso.
I vostri dolci sbriciolati, brutalizzati, condensati nel biscotto che l’infermiera sta per spingervi in bocca.
Il vostro vino umiliato in questo piscio rosaceo che sa di medicina.
Tu preferisci fissare il pavimento e la fetta di pane che ti è caduta all’inizio della cena e che troverai nello stesso punto domattina.
Anziché piangere come fanno più o meno tutti in questo momento, mediti vendetta.
Sei deciso a spendere l’ultima risorsa di vita sollevandoti e stringendo nelle mani il bicchiere di vetro, concesso ancora a chi può reggerlo.
Vorresti la mira di un tempo per centrare il minchione sulla fronte, ma subito un’infermiera ti si fa accanto per sostenerti. Per sgridarti. Per punirti.
Vorresti sfigurargli il viso, cancellarlo dalla vista.
Ma dimentichi che sei solo una marionetta fiacca, dal giorno in cui una nuvola nera ha portato via lo spirito di tua moglie e le ha mangiato l’anima, e ti sei ritrovato nel salone delle feste a piangere da solo il fatto che la donna al tuo fianco non ti riconoscesse più.
Non troverai la forza per ricacciare all’inferno quel valzer maledetto e il suo dannato banditore.
«Cosa c’è?» ti chiede un’infermiera, «Cosa c’è?» incalza.
«Si sieda» fa un’altra.
«Cosa vuole fare?» ti chiedono, come si usa coi bambini.
Tu col bicchiere in mano ingoi una lacrima di rabbia e lasci che si mescoli al passato di verdure e al vino e alla gassosa.
Ti guardi intorno e non sei più nemmeno convinto del tuo gesto. Falliresti.
Sono finiti i tempi della caccia al cinghiale, del braccio fermo, del girovagare per tutto il paese con la bestia sopra il carro.
Evita finché sei in tempo. Il bicchiere finirebbe a cinque centimetri da te, sui calzoni di lana grigia del compagno di mensa.
Ma al centro della sala, gravata della tensione nervosa delle infermiere, sei in ostaggio del tuo stesso imbarazzo quando senti improvvisa una fiamma che attraversa la gola.
Stanno ritornando, anche se per un momento.
«Cosa vuole fare?» urla l’infermiera.
Parole. È un miracolo. Un miracolo di rabbia.
È il tuo regalo per l’ultimo dell’anno da parte di Nostro Signore: un pugno di parole, mentre tutti ti osservano sbigottiti; alcuni si fanno accompagnare a letto perché non resistono allo spettacolo di una vecchia marionetta che muove gli occhi con cattiveria e sputa fuori bava.
Il tuo dono improvviso: un pugno di parole.
Non sprecarle.
La bocca è una vecchia bara che si schiude dopo secoli di buio.
«Un brindisi», dici soltanto.
E un attimo dopo tutti ridono e piangono e dicono auguri e buon anno.

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