Allora: è la notte di Ognissanti, e come ogni anno sono qui con i miei amici di vecchia, vecchissima data, a organizzare il nostro solito ritrovo. Ci vediamo in qualche casa disponibile, possibilmente senza bambini che rompono le scatole coi loro molesti dolcetti o scherzetti, una casa vuota e tranquilla quanto basta per dare il via agli allestimenti necessari: appendere i festoni, portare le casse con i generi di conforto, la musica, i fiori anche, perché no. Non usciamo quasi mai dai nostri abituri, piccoli, freddi e scomodi, e sgranchirci le ossa di tanto in tanto ci fa bene: ci rende più allegri e ci fa venir voglia di ballare.
Sono felice di rivedere i vecchi compagni coi loro gadget polverosi, ascoltare ancora una volta le battute che fanno, stravecchie ma sempre divertenti. E poi gli arredi, le decorazioni che appendiamo tra un muro e l’altro, le corde di canapa robusta col nodo scorsoio che abbelliamo con ragnetti, crocifissi, piccole falci portafortuna, i chiodi sfilati dalle casse di mogano (quelle che usiamo come necessaire e alle volte come mobile bar), le bottiglie di assenzio e di Vecchia Romagna, i fuochi fatui e i ceri funebri, va tutto bene. Tranne una cosa.
Tra gli oggetti che disponiamo in giro c’è una cosa che proprio non è ammessa. Un vero tabù. Ed è un peccato, perché ci starebbe proprio bene. Ma io non la posso vedere neanche da lontano.
Avrete già capito cos’è. Quel grosso ortaggio rotondo, a spicchi, che in questi giorni viene intagliato a forma di faccia che ghigna. Mi viene il vomito solo a nominarlo.
Perché io, di quella cosa lì che comincia con la Z, ci sono morto, un paio di secoli fa.
Non si pensi che questo problema abbia a che vedere con la leggenda banale: il diavolo fesso e l’ubriacone randagio, l’orribile ritratto di Giacomo della lanterna. Quella è roba che fa ridere, anzi neanche più, una logora barzelletta. No, la faccenda riguarda solo me.
Io adoravo mangiarla. Era il mio cibo preferito, la mia ambrosia. La delibavo ogni giorno in tutte le sue possibili declinazioni: marinata, grigliata, in vellutata. Col riso, con la pasta, nei tortelli. In ricette rustiche o dolci, persino nei distillati: l’acquavite della Zia Sisina, che custodivo gelosamente sottochiave, era il privilegio che mi riservavo nelle grandi occasioni. Del resto, coltivavo personalmente quella cosa nel nostro orto, con la devozione che non riservai mai a una donna. Una vera fissazione. Destinata però in breve tempo a cambiare di segno, ma non di intensità.
Le rotonde cucurbitacee crescevano, sotto le mie cure amorevoli, a decine, a centinaia. Sembravano felici di moltiplicarsi per la mia gioia, la gioia della mia anima e del mio palato. Fino a quando non riuscii più a consumarle tutte. Pensai quindi di trarne profitto, commerciandole. Certo, me ne separavo a fatica. Ogni volta che un carro si allontanava dal campo, pesante del carico dei miei amati frutti, soffrivo. E le monete che mi ritrovavo nelle tasche non erano un sufficiente contrappeso a quella sofferenza. Allora capii che poteva esserci un modo meno doloroso per separarmi dalle mie ingombranti creature: cucinarle e servirle personalmente, come un padre che avvia le figlie allo sposalizio con triste letizia. Aprii quindi una locanda che serviva solo piatti a base di ciò che sapete. La chiamai Al paradiso arancione. Il mio locale ebbe fin dall’inizio un grandissimo successo. Venivano da tutti i paesi del circondario a consumare le pietanze che preparavo personalmente. Pietanze, lo dico senza modestia, semplicemente squisite, ça va sans dire.
Poi una sera accadde.
Ero già un po’ allegro di un lambrusco giovane e abbondante. Un cliente dalla faccia esotica che non avevo mai visto prima mi chiese di preparagli la mia specialità, la Carrozza di Cenerentola, un mezzo frutto riempito di purea con ceci e zenzero, crostini e taleggio.
Tornato in cucina, mi accorsi che era finita la materia prima. Le grosse ceste, vuote, non somigliavano più a quelle dei boia, piene di teste mozze; gli stiponi di legno erano desolatamente spaziosi. Così, mentre la cipolla e l’aglio sfrigolavano nel paiolo uscii con la carriola per andare a rifornirmi nella baracca adibita a deposito. Feci scorrere il chiavistello. Era buio. Avanzai con la lanterna in mano. Davanti a me miriadi di globi rugosi e bombati sembravano fissarmi, ammonticchiati in grossi cumuli per terra e in file ordinate sui soppalchi di legno. Posai la lampada su un asse e mi avvicinai al monticello più vicino, barcollando per via del frizzante traditore. Allungai le mani e presi uno di quei testoni da sotto il cumulo invece che da sopra. Fu la catastrofe.
Il monticello prese a franare, dapprima lentamente poi sempre più veloce, con uno spaventoso rumore di terremoto. Provai a fuggire da quel fiume roboante, ma le gambe fiacche non mi ressero. Fui raggiunto e abbattuto da quei rotondi martelli che mi fracassarono le ossa. Con me caddero i soppalchi e le scansie, che abbattendosi sulla lanterna, presero fuoco.
Per giorni e giorni un irresistibile aroma dolciastro pervase la valle intera, attirando ghiottoni e inconsapevoli antropofagi.
Ecco dunque il perché. Perché è importante ricordarsi di dimenticare, soprattutto oggi, che siamo tutti insieme a divertirci.
E insieme vogliamo sentirci giovani. Ci piace la danza: foxtrot, one-step, gavotte, minuetti, tarantelle: insomma tutti questi balli moderni che piacciono alla gioventù.
Scherzare, ridere, conversare allegramente. Con cautela, però. Ridere troppo rischia di provocare imbarazzanti inconvenienti. A Gunther, qualche anno fa, cadde per terra la mandibola. Fu un momento di curiosa commistione tra il gaio spirito da eterni compagnoni che ci anima ormai da secoli e un istintivo moto di pietà. Non tanto per Gunther, consumato viveur (ma la prima parola è certamente più appropriata della seconda), che fu lesto a riapplicarsi il mezzo cranio con sapiente manovra, ma piuttosto per noi, imprigionati in questa condizione penosa che cerchiamo di dimenticare con facezie di umorismo macabro, qualche bottiglia di Strega, di Stravecchio, del buon rum giamaicano, spiriti di vario genere con cui ci intratteniamo.
Disponiamo nella sala i grammofoni a tromba che usiamo per suonare dischi di sfrenata allegria: Tenco, Brel, Lolli, Schönberg, Fenesta ca lucive, quel requiem di Mozart che ci piace tanto. Qualche lingua di menelik sfiatata e un cappellino buffo coll’elastico (che tiene pure ferma la dentatura) ci bastano per sentirci di nuovo giovani, allegri. Vivi, stavo per dire.
Lentamente, tra un torrone di stagione e una partita a tressette, un giro di danza e una gara di barzellette, una discussione animata sulla filosofia esistenzialista e un cicchetto di Rosso Antico, passa la nottata. Ai primi barlumi dell’alba cominciamo a sentire nelle ossa tutta la stanchezza reumatica accumulata nei secoli. Smontiamo la scenografia, i patibolini, le lapidi decorative, spegniamo le candele. Togliamo di mezzo i crisantemi, raccattiamo in giro falangette, vermi, chiodi zincati, poesie decadenti, insomma tutti gli indizi della nostra notte brava e li buttiamo alla rinfusa nelle casse.
Ci salutiamo con affetto frettoloso e maldestro, qualcuno nell’impeto di un doppio bacio rischia la decapitazione. Le strette di mano vigorose le evitiamo ormai da parecchio.
Ci dividiamo in gruppetti: qualcuno procede verso la collina, altri verso la campagna. Un paio di privilegiati ritornano nel giardino di famiglia. Il cielo rosseggia, e non si capisce se siamo più tristi o più allegri. E mentre l’alba sbiadisce la notte, io aggiungo all’allegria e alla malinconia la paura di passare davanti alle case che hanno ancora sull’uscio le oscene facce dei miei carnefici.
Ma sono ormai quasi arrivato. Il cancello si apre cigolando, pochi passi a piedi e arrivo a casa. Sollevo la lastra, che mi sembra più pesante del solito. Ho esagerato con lo Strega, penso. M’infilo dentro e, mentre sto per richiudere, per caso guardo verso est. Al limite estremo della pianura, lentamente emerge dalla linea dell’orizzonte una enorme, smisurata sfera arancione.
Meglio affrettarsi.
